‘Io Capitano’ dietro le quinte: la regia di Matteo Garrone

Il regista e sceneggiatore: “Non mi hanno fatto sentire un intruso, ma il loro messaggero”.


Dopo la standing ovation al Festival dell’American Film Institute di Los Angeles, continua il racconto che CinecittàNews dedica al making of di Io Capitano, il film di Matteo Garrone selezionato per la candidatura al Premio Oscar per il miglior film straniero.

“Il progetto nasce dal desiderio di dare forma visiva a tutta quella parte del viaggio che non si conosce” – racconta Matteo Garrone a CinecittàNews. “Noi ormai da anni siamo abituati a vedere le immagini delle barche che arrivano quando riescono ad arrivare, dei salvataggi, a sentire la conta, i vivi, i morti, 100, 200, 500, gli hotspot al collasso, ecc. Con gli anni uno si abitua a pensare che siano numeri. Il motore che ci ha spinto, che ha spinto me in prima persona a fare questo film, è cercare di far capire, o almeno di raccontare, che dietro quei numeri ci sono delle persone, con dei desideri. Gli stessi desideri che da ragazzi avevamo noi, di viaggiare, con le famiglie che si preoccupano, i sogni da inseguire, con la differenza che loro si trovano all’interno di un sistema che gli impedisce di muoversi. Ho raccontato un tipo di migrazione diversa da quella che di solito sentiamo, che prevede che un migrante debba partire solo a causa di una guerra o dei cambiamenti climatici. Gran parte di loro sono semplicemente giovani, che come tanti anche del nostro Paese, hanno accesso ai social, vedono il nostro mondo e desiderano opportunità migliori, occasioni di guadagno per poter aiutare la famiglia o semplicemente desiderano conoscere posti nuovi. Questo a loro è precluso, mentre noi prendevamo l’aereo e andavamo a vedere l’America o l’Inghilterra o i Paesi che volevamo conoscere, loro per farlo devono mettere in gioco la loro vita: è questo che mi ha spinto a fare questo film”.

Qui raccontiamo il ‘dietro le quinte’ di Io capitano dai diversi punti di vista di chi vi ha partecipato: nel tuo caso, dove e quando hai incontrato la vera storia che sta ‘dietro’ la tua, quella di Fofana Amara?

“Il film è legato ai tanti racconti che ho raccolto in un centro di accoglienza a Catania e altrove, da chi quel viaggio l’ha fatto davvero: come Mamadou (Mamadou Kouassi, ndr), che dalla Costa D’Avorio ha attraversato il deserto fino alla Libia, e dopo tre anni di prigione è stato venduto. Ora vive a Caserta dove fa il mediatore culturale. L’altra storia è proprio quella di Fofana, il vero ‘capitano’ che a 15 anni si è ritrovato al timone di una barca con 250 persone a bordo senza averne mai condotta una, e quand’è arrivato a terra mi ha raccontato di aver urlato ‘Io capitano, io capitano!’, pur sapendo che allo sbarco in Italia rischiava la galera, come poi effettivamente è accaduto”.

Oggi, per la cronaca, il vero ‘capitano’ vive in Belgio con i suoi figli e sua moglie, conosciuta nel centro di accoglienza catanese: ma non ha ancora il permesso di soggiorno, perciò non è potuto andare alla Mostra di Venezia con Matteo Garrone e il cast del film, nonostante vi abbia collaborato e ne abbia perfino ispirato la storia.

Anche questa è una storia che hai avuto bisogno di far sedimentare per anni prima di raccontarla, per te non è la prima volta che accade.

“Sì, dopo aver ascoltato quei primi racconti, ‘sono rimasti lì’. Nel senso che non ho deciso subito di fare il film, per ragioni anche legate alla mia cultura, così lontana dalla loro: avevo paura di non riuscire a raccontare quel mondo: soprattutto vedevo il pericolo di essere l’ennesimo borghese che strumentalizza il viaggio del povero migrante dalla sua comoda posizione occidentale. Una serie di timori mi hanno portato a rimandare per anni, nel mezzo ho fatto Pinocchio, e poi tre-quattro anni dopo, non so come e quando ho deciso, mi sono ritrovato a lavorare su questo film: ho avuto quasi la sensazione che fosse il film ad aver aspettato e poi ad avermi detto ‘è arrivato il momento, mi devi fare tu’: è come se il film avesse scelto me. Quindi per farlo mi sono aggrappato ai loro racconti, alle loro storie, ma soprattutto è un film che ho fatto insieme a loro: era l’unico modo possibile, a mio avviso, per poter entrare dentro la loro cultura e cercare di fare un lavoro che fosse autentico, vero. È un film che davvero abbiamo fatto insieme, un grande gioco di squadra in tutte le fasi, dalla sceneggiatura alla ripresa, poi anche in montaggio”.

Una volta che hai deciso di farlo, la preparazione di Io capitano è stata molto lunga, tra lo studio delle rotte e tutto il materiale fotografico che avete analizzato.

“Si, circa due anni di preparazione. Abbiamo cercato, essendo anche un vero e proprio ‘road movie’ attraverso l’Arica, che il paesaggio fosse protagonista del film. Come è protagonista anche il viaggio interiore, il viaggio di formazione di Seydou che parte ragazzo e arriva uomo: due viaggi paralleli, uno geografico ed uno interiore”.

Parliamo della scelta dei personaggi, con il protagonista che per poco non arrivava in tempo al provino…

“Ho ascoltato molti ragazzi che hanno vissuto quell’esperienza, poi abbiamo fatto anche un grosso lavoro di casting in giro per l’Africa, sia in Senegal che in Marocco. Anche tutte le figurazioni del film le abbiamo scelte tra persone che realmente avevano fatto quel viaggio, e anche durante le riprese ho avuto sempre accanto a me ragazzi e ragazze che avevano realmente vissuto quell’esperienza. Seydou (Seydou Sarr, ndr) era andato a fare il provino all’ultimo secondo, stava giocando a pallone e si era totalmente dimenticato dell’appuntamento – lui ama molto il calcio e sogna di diventare calciatore: per fortuna la sorella è andata a cercarlo e l’ha portato in tempo, riuscendo a fargli fare il provino. In realtà in un primo momento avevamo deciso che Moussa (Moustapha Fall, ndr) dovesse fare il protagonista, ma quando li ho incontrati a Dakar per la prima volta ho capito che era più giusto invertire i personaggi. Fortunatamente non gli avevo dato la sceneggiatura, quindi è stato più facile potergli dire che gli scambiavo i ruoli”.

E la scelta di tutti gli altri, compresi i ‘cattivi’? Un lavoro non facile.

“Abbiamo fatto un lavoro di casting in Marocco, a Casablanca, e poi anche in Francia, ad esempio l’attore che fa Ahmed, il libico che insegna a guidare la barca a Seydou, è un importante attore tunisino naturalizzato francese. O anche l’attore che fa Martin, l’uomo che costruisce la fontana insieme a Seydou e diventa una figura paterna, anche lui è molto conosciuto in Africa, ha fatto anche molti film occidentali. Come pure la mamma di Seydou in Senegal, è un’attrice: diciamo che gli attori che hanno avuto dei ruoli un po’ più importanti sono attori, mentre le figurazioni, le comparse o anche piccoli ruoli li ho dati a chi in qualche modo aveva vissuto quell’esperienza. Io ho l’abitudine di fare provini anche alle comparse: perché se risultano ‘legnose’, poi ti distraggono dal protagonista. Anche se c’è una scena con 50/60 comparse, io faccio il provino su scena ad ognuna di loro, come fosse un attore a tutti gli effetti, perché secondo me anche una comparsa, se si sa muovere dietro il protagonista, risulta vera. E se poi ne esce fuori qualcuna con un particolare talento, a quel punto gli do anche un ruolo con qualche battuta. Tipo l’uomo che controllava i passaporti alla frontiera, quello ad esempio era uno che ho trovato tra le comparse, ed era comunque un personaggio, con un modo di fare molto divertente”.

La sceneggiatura che hai scritto con Gaudioso, Ceccherini e Tagliaferri poi hai scelto di raccontarla a voce agli attori, con gli interpreti che la traducevano in wolof, la lingua più diffusa in Senegal. Avete dovuto cambiarla molto?

“Tutt’altro, è rimasta molto vicina all’originale, solo che la raccontavo giorno per giorno sul set: ma agli attori non ho mai svelato come sarebbe andata a finire la storia, per lasciarli sempre con quella tensione di non sapere se ce l’avrebbero fatta o no ad arrivare in Europa. Perché anche loro, come i ragazzi che interpretavano, avevano il sogno di uscire finalmente dal Senegal, condividevano gli stessi interessi dei personaggi: pensavo che non sapere come sarebbe andata a finire li aiutasse nell’interpretazione. Quindi un giorno dopo l’altro la traduttrice, che aveva la pagina della scena del giorno, raccontava loro quale avventura li aspettava, poi loro fissavano le battute che sentivano: l’importante era che il senso della scena fosse quello, poi loro a volte fissavano le cose che gli piacevano di più, e se c’era qualcosa su cui non si sentivano sicuri, ne parlavamo insieme, sempre. In effetti è stato abbastanza strano dirigere in una lingua per me incomprensibile, ma quando recitavano andavo a fiducia: non capivo, certo, ma sentivo il suono che davano alle frasi, e dal suono capivo se stavano recitando bene o male, se avevano un’intonazione vera o se stavano andando un po’ così, ‘a cantilena’”.

A proposito di sceneggiatori, come nasce la tua collaborazione con Massimo Ceccherini? Il tuo cinema e il suo parrebbero molto diversi. 

“Sì, forse. Ma in realtà Massimo è la persona più vicina ai personaggi che ho raccontato, sia in Pinocchio che in Io capitano: è l’unico di noi che viene ‘dal popolo’, che ha un padre imbianchino, quindi è anche la persona più prossima ai racconti popolari. Oltre a essere un talento come attore e sceneggiatore, Massimo è proprio vicino a quel mondo, ce l’ha dentro: nessuno meglio di lui sa entrare in empatia, fa sentire questi personaggi a loro agio, molto di più di me o degli altri sceneggiatori che veniamo comunque da una estrazione borghese”.

Tornando alla straordinaria autenticità del film, ci sono stati momenti critici?  

“Essendo un film anche d’avventura, di azione, ci sono stati momenti in cui abbiamo rischiato degli incidenti anche gravi, ma per fortuna poi ce la siamo sempre cavata.

La sequenza della jeep è stata una delle parti in cui abbiamo rischiato di più, anche perché lo stuntman che guidava era completamente ‘invasato’ e a un certo punto ha perso il controllo. Andava come un pazzo, non rispondeva più alle radio quando gli dicevamo di andare più piano e accelerava sempre di più, la jeep saltava da tutte le parti, i ragazzi a bordo urlavano e per un attimo ho pensato al peggio, che la jeep si stesse per ribaltare. Era uno stuntman francese di origini marocchine, pensa che ha detto che era ‘convinto di essere nella testa del regista’: in effetti molti ‘stunt’ hanno un rapporto col lavoro un po’ fanatico.

Più che momenti critici, quindi, paura vera.

Sì, e in quell’occasione quello che mi ha veramente lasciato un segno dentro sono stati proprio la forza, il coraggio e la generosità dei ragazzi e delle ragazze che stavano sulla jeep dopo un’esperienza così, quando poi finalmente l’auto si è fermata e alcuni di loro avevano preso comunque dei colpi e avevano dei dolori, ma bisognava tornare a girare. Io a quel punto, per farli riposare, volevo girare solo dei primi piani di lui che guidava senza vedere dietro, quindi non era necessario che loro risalissero: ma loro invece volevano risalire lo stesso! Ci tenevano così tanto alla riuscita del film, a dare finalmente voce a quella parte di viaggio che nessuno ha mai raccontato e che spesso non viene creduta, insomma a fare bene questo film, che nonostante quel che avevano appena passato – e ti assicuro che per stare su quella jeep a quella velocità ci voleva veramente coraggio – loro ci sarebbero risaliti! Gli ho detto ‘guardate che non c’è bisogno, tanto l’inquadratura non vi riprende’, ma loro niente: questa grandissima generosità, questo coraggio, quest’umanità mi è rimasta impressa per sempre. Tutti gli attori africani con cui ho lavorato si sono sempre dimostrati generosissimi con me, che invece dentro pensavo ‘io sono un intruso nella loro cultura’. E poi, molto carinamente, una sera, mentre giravamo la scena della fontana, l’attore che interpretava Martin mi disse: ‘tu non sei un intruso, sei un messaggero’: mi ha detto questa cosa che mi ha colpito, perché è vero, in questa storia io mi considero un intermediario, quello che in qualche modo ha dato voce a chi voce non ne ha”.

Abbiamo parlato di Pinocchio, qualcuno dice che Io capitano è il vero Pinocchio, quello riuscito davvero.

“Io penso che siano riusciti entrambi, in Pinocchio ho cercato di essere fedele all’originale di Collodi, però è vero che lavorando al film mi era venuta l’idea di un Pinocchio che viaggia attraverso l’Africa per arrivare qua. Poi avevo paura di un eccesso di simbolismi, così ho preferito fare per la prima volta un Pinocchio in live-action, con un burattino di legno che si muove e una fatina bambina che è già morta, insomma con tutte quelle cose che i più non sanno di Pinocchio, quindi veramente fedele all’originale, ai meravigliosi disegni di Mazzanti, il primo illustratore che ha disegnato con Collodi. Però è vero che quando ho girato Io capitano, spesso mi ritrovavo a girare scene che mi sembrava di aver già girato in Pinocchio, ha tanti punti in comune… il fatto che lui abbandona la mamma di nascosto per il paese dei balocchi, Lucignolo che gli dice firmerai gli autografi ai bianchi, lui che all’inizio non vuole andare e poi trova il coraggio di partire, la violenza del mondo circostante, tanti gatti e volpi: insomma la struttura è quella, d’altro canto anche Pinocchio è un romanzo di formazione”.

Tra le cose che hanno colpito il pubblico c’è anche la cifra incredibilmente poetica di Io capitano, nonostante dipinga un dramma a tratti terrificante. Come la scelta di rappresentare i sogni di Seydou, in particolare quello in cui prende per mano la donna ‘volante’: tu sei anche un pittore, ti sei ispirato a La passeggiata di Chagall?

“La mia formazione è pittorica e può darsi sia riemerso quel tipo di immaginari. Diciamo che l’idea nasce dal voler raccontare anche i traumi e le ferite del mondo interiore di questo ragazzo, i sogni mettono in luce le sue ferite interiori… il fatto di non essere riuscito a salvarla, o anche i sensi di colpa nei confronti della madre che ha abbandonato di nascosto… però sì, è vero, a posteriori c’è molto Chagall”.

Non è l’unico sogno che proponi nel film. 

“No. Alcuni hanno amato questa scelta e altri l’hanno criticata, a qualcuno è sembrata voler ‘alleggerire’ il dramma, ma in realtà non è così, ti racconta l’inconscio. L’altro sogno è quello con la madre e il senso di colpa di averla ‘tradita’… anche se il fatto che lui urlava ‘mamma mamma!’ nel centro di detenzione viene da un racconto reale di un ragazzo che si chiama Derek, che mi è rimasto impresso: lui urlava a squarciagola ‘mamma! mamma!’ e non sapevano come farlo smettere”.

Quando girasti Ospiti, nel ’97-98, accogliesti per molto tempo due ragazzini albanesi a casa tua, e stavolta hai fatto la stessa cosa con Seydou e Moussa. Insomma non è la prima volta che riesci ad entrare in una relazione umana ‘speciale’ con le storie che racconti.

“Beh sì, mi capita. Loro poi in realtà sono tre, c’è anche Hamad, un ragazzo senegalese loro amico che ha fatto un piccolo ruolo nel film e sogna di fare il fonico – che poi è rimasto qui, non è mai tornato in Africa. Seydou e Moussa sono arrivati a ottobre dell’anno scorso, ma in questo caso non ho meriti, è mia madre a ospitarli, ha subito legato con loro, è molto felice: è un anno che sono da lei, e da settembre c’è anche ‘la donna che vola’, e anch’io in questo periodo sto abitando con loro. Tornando a Ospiti, dopo le riprese uno dei due è rimasto qui e ha continuato a lavorare con me, ormai sono quasi 30 anni: prima col mio padre adottivo, Marco Onorato, che ha fatto la fotografia di tanti film, fino nel 2012, poi in tutti i miei film, come video assist”.

La donna che partorisce sul barcone, un elemento che torna sempre nella cronaca dei salvataggi e nei documentari.

“Molto spesso sono donne che vengono stuprate dai libici, poi spesso quando rimangono incinte le mandano via. Oppure può raccontare una donna che è partita col pancione, che durante il viaggio ha perso il compagno o sta ancora con lui, sono mille le possibilità. Fa parte del racconto del ‘capitano vero’, Fofana, è lui che mi ha detto che a un certo punto della traversata si era fermato per paura che questa donna potesse morire per le perdite di sangue e perdere il bambino”.

E poi tutto il film in quei 30 secondi finali, quel formidabile primo piano di Seydou e quell’urlo. 

“Credo che nella carriera di un regista capiti di rado un primo piano così, con quell’intensità, quella forza, con tutti quegli stati d’animo che lo attraversano: è un dono, è accaduto qualcosa di irripetibile, o almeno io ho avuto quella percezione.

Una cosa è quel che abbiamo scritto nella sceneggiatura, ovvero lui che ce l’ha fatta e urla ‘Io capitano!’, un’altra è la capacità di Seydou di riuscire a farti rivivere tutti gli stati animo del film: ci sono momenti di orgoglio, di disperazione, momenti in cui lui è quasi inconsapevole di ciò che è riuscito a fare, c’è tutto. A parole è difficile descrivere cosa è accaduto in quel momento, so solo che io mi sono ritrovato a piangere. Non me l’aspettavo, mi sono girato e c’era tutta la troupe che piangeva, non mi era mai successo in un mio film. Il cinema è questo, fare qualcosa di irripetibile in un film che vive proprio della forza interpretativa dei personaggi. La sua forza non sta nell’informare sul fatto che muoiono nel deserto, o in mare, o in Libia: queste cose le sappiamo tutti, anche se non le vediamo, ma in come i personaggi riescono a farti emozionare, a farti rivivere l’esperienza”.

 

Giovanna Pasi
06 Novembre 2023

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