Paolo Jannacci: “Il papà e l’insegnamento dell’umiltà che tutti gli artisti dovrebbero avere”

Fuori Concorso il doc di Giorgio Verdelli, con un inedito degli Anni ’60 e Jannacci che suona accanto alla Vitti un brano da Romanzo Popolare di Monicelli: tra gli altri, lo racconta Roberto Vecchioni

Paolo Jannacci: “Il papà e l’insegnamento dell’umiltà che tutti gli artisti dovrebbero avere”

VENEZIA – Jannacci è Milano e Milano è Jannacci e, inevitabilmente, magnificamente, è subito così anche per Enzo Jannacci Vengo Anch’io, documentario Fuori Concorso di Giorgio Verdelli.

C’è il tram “e Jannacci ha la filosofia del tram, un mezzo assurdo, perché effettivamente è una metafora incredibile della vita” – riflette Vecchioni; c’è la Casa dell’Accoglienza che porta il suo nome, c’è il repertorio televisivo e quello privato. C’è lui, il suo timbro di voce inconfondibile, quando parla, quando canta, un po’ nasale, molto milanese, e… e “non si capisce quasi niente” – come racconta soprattutto Guccini.

Tutto nasce da un’intervista inedita fatta dallo stesso Verdelli, nel 2005: “è rimasta nel cassetto, poi è andata perduta, poi è stata ritrovata, di nuovo perduta, e ancora ritrovata: una sorta di karma. Mentre ci stavo lavorando, dopo il doc su Paolo Conte, Nicola Giuliano mi chiama per fare quello su Ezio Bosso, che abbiamo fatto, e adesso, per il decennale di Jannacci, ecco il docufilm. È stata una genesi complicata ma molto calda, un po’ come è stato il grande Enzo Jannacci”, spiega l’autore.

“Ho giudicato che la vita non fosse un modo di esistere fermi, mentre intorno succedevano delle cose, delle situazioni comiche, drammatiche: guerre, serpenti, violenti, vigliacchi, prepotenti, e tu stavi lì, fermo, la vita non è questa. Ho fatto qualche deduzione da poetastro, io non sono nessuno, però c’ho messo un po’ di tempo, perché mi pareva giusto raccontare, nella storia della mia vita, che è stata lunga, piena di dolori di schiena e altre porcherie, insomma ne ho combinate… La vita è brutta, è bella, è puttana…” per Enzo Jannacci, che mentre la sua faccia, i suoi capelli, i suoi occhiali, le sue mani, ravvicinatissimi o di schiena, scorrono sullo schermo, racconta in voce fuori campo, dando poi il là musicale a quella sua storiella che si conosce, si canta, che sembra una filastrocca e invece è filosofia, perché “la vita l’è bela, l’è bela – Basta avere l’ombrela, l’ombrela – Ti ripara la testa – Sembra un giorno di festa”.

Per Paolo, figlio di Enzo, presente al Lido, il film “è la testimonianza di un momento importante, il papà ne sarebbe fiero, ma direbbe ‘non sono abbastanza bravo per stare con voi’; è l’insegnamento dell’umiltà che tutti gli artisti dovrebbero avere. È un film che spero diventi caro per tutti quelli che lo vedranno e potranno scoprire o riscoprire sfaccettature del papà che si erano perse. Poi, aveva un suo modo di porsi rispetto al successo o a quello che stava facendo: immediatamente dopo un successo o dopo aver azzeccato un brano si ritraeva, quasi come si vergognasse: aveva anche la grande vocazione del medico, che lo faceva sentire molto stabile, a volte viceversa. Non voleva mai perseguire uno scopo in maniera canonica. Il film è una testimonianza importante che in questa Mostra riesce a concretizzarsi”.

Dapprima – sulla scena dello spettacolo – nel film appare Roberto Vecchioni, milanese, cantautore, tante tantissime affinità con Enzo Jannacci, l’amico, il collega, come anche racconta in prima persona: “… io ho sempre considerato Enzo l’unico grande genio musicale che abbiamo avuto in Italia perché, guardate bene, gente grandissima, come Guccini o De André, sono comunque su un cliché scontato, cultura e nobiltà della parola: loro l’hanno usata in modo eccelso, invece Enzo è – in senso pirandelliano – quello che fa ciò che non ti aspetti mai, sia nell’umorismo, proprio pirandelliano, dell’inaspettato, sia nel tragico, perché aveva questi due cliché: partiva in un modo, e tu non sapevi mai dove arrivava e che cosa voleva dire, poi alla fine ti rimaneva qualcosa qui dentro” lo stomaco che Vecchioni si tocca, su cui batte, con piglio.

“C’è stato il contributo fondamentale di Paolo, molti materiali sono della famiglia, e io ho fatto un po’ il detective, sono andato a caccia di cose. Ci sono anche degli arrangiamenti originali di Paolo, in particolare una versione ballad di Vengo Anch’io. L’affetto di cui gode Jannacci da parte degli artisti mi ha commosso. Lui diceva cose pesanti in modo leggero, una dote che non tutti hanno. E poi aveva la rara capacità di dire e dipingere in tre parole cose complessissime. Forse la ragione per cui è tanto amato e altrettanto stato ‘messo da parte’: era un battitore libero, non era irregimentato, una cosa pagata sulla sua pelle, o anche il motivo per cui piace a uno come Vasco”.

Tra le testimonianze originali nel doc anche Diego Abatantuono, Claudio Bisio, Massimo Boldi, Cochi Ponzoni, Elio, Dori Ghezzi, Nino Frassica, Paolo Rossi, Francesco Guccini, Gino & Michele, J-Ax, Paolo Conte.

3 giugno 1935 – 3 marzo 2013, dieci anni che Jannacci non c’è più, ma c’è un inedito degli Anni ’60: Non posso sporcarmi il vestito, che s’ascolta qui per la prima volta. E c’è anche Monica Vitti, quella volta che in televisione ospitò Jannacci al pianoforte, a suonare e cantare Vincenzina e la fabbrica, brano da Romanzo Popolare di Monicelli. “Ho cercato di fare un percorso”, continua Verdelli, che spiega come “c’è un documentarista americano, Daniel Pennebaker, che dice che il grande documentario è quello in cui metti insieme quello che tutti sanno e quello che nessuno sa; l’equilibrio tra queste due cose fa il buon documentario” e tra quello a cui ha dovuto rinunciare c’è “Massimo Ranieri, che non siamo riusciti a fare per questioni pratiche di impegni, e molto mi è dispiaciuto, lui è un suo grande fan. Ho cercato comunque di fare una cosa non troppo televisiva, su suggerimento di Nicola Giuliano”.

Per il produttore di Indigo “siccome le persone vanno e i film restano mi sembra che chi fa il mio lavoro abbia il privilegio di lasciare oggetti che un po’ gli appartengono e certamente gli sopravvivono, con la funzione di lasciare la memoria, lasciando cose che hanno influito tantissimo sul futuro, così quello che è stato fatto da Jannacci. E lasciare questi oggetti dà senso al mio lavoro, al di là di qualsiasi aspetto commerciale”.

Il docufilm esce al cinema – annunciato in 200 sale – nelle date 11-12-13 settembre intanto, distribuito da Medusa: in molte sale milanesi è tutto esaurito, conferma Gianpaolo Letta per la distribuzione. “Ho detto sì senza quasi vederlo. Jannacci è stato un personaggio che ha segnato la vita culturale non solo milanese, ma italiana: troppo poco valorizzato per quello che ha significato. Ci è sembrata subito un’operazione da abbracciare”.

di Nicole Bianchi

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08 Settembre 2023

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