Eleonora Duse, La Divina a 100 anni dalla scomparsa: in carriera un unico film, ‘Cenere’

Dal romanzo di Deledda, una produzione di 5 anni e un modesto successo al botteghino per l’attrice scomparsa a Pittsburg il 21 aprile 1924. Se nel ’47 Elisa Cegani la interpretò in un biopic, al momento Valeria Bruni Tedeschi è sul set di ‘Duse’ di Pietro Marcello, e Sonia Bergamasco ha girato ‘The Greatest’, doc a lei dedicato


Era Eleonora Giulia Amalia per l’anagrafe, quando venne alla luce a Vigevano, il 3 ottobre del 1858; lei, La Duse – la cui infanzia fiorisce tra nomadismo artistico e dilettantismo attoriale, della compagnia del papà Alessandro Vincenzo e della mamma Angelica, fu poi – prima per Gabriele D’Annunzio e poi per tutti – La Divina, simbolo del teatro moderno, che recitò sempre in italiano, anche nelle tournée all’estero.

La Divina, a 100 anni dalla sua scomparsa, avvenuta a Pittsburg il 21 aprile 1924 – tra gli anniversari UNESCO dell’anno corrente – se annovera un numero di palcoscenici calcati e pièce recitate di cui quasi si perde il conto, uno solo, Cenere, è il titolo per il cinema di cui è stata protagonista in prima persona.

La prima volta Duse va in scena a soli quattro anni, nella parte di Cosetta, in una versione teatrale de I miserabili. Ruppe gli schemi del teatro ottocentesco, recettore del fermentante cambiamento sociale in essere, portando in scena l’istinto, questo era il suo “metodo”, con una recitazione naturale e non raramente improvvisata, apprezzata apertamente anche da Stanislavskij, che dichiarò di essersi ispirato all’attrice per la creazione del Teatro d’arte di Mosca.

E’ il 1909 quando Eleonora Duse – a 50 anni, e senza un annuncio pubblico – abbandona il teatro (facendovi ritorno nel ’21, per necessità economiche): è in questo spaccato temporale che il cinema entra nella sua vita, per il film tratto dal romanzo omonimo di Grazia Deledda. Per onor di cronaca, David Griffith le propone di scritturarla a Los Angeles ma lei rimane nel suo Paese natale e sceglie l’opera letteraria della scrittrice Premio Nobel per la sua prima – e unica – prova cinematografica. Se una decina sono stati gli anni di assenza dal teatro, cinque sono stati quelli impegnati nella lavorazione del film, scritto dalla stessa Duse, che ebbe assoluta voce in capitolo anche per la scelta del regista – Febo Mari, degli interpreti – in primis ancora Mari, nel ruolo di Anania (il figlio), e della casa di produzione, la celebre Ambrosio di Torino. Il film rientra nella filosofia creativa e produttiva degli Anni ’10, in cui – nell’arte cinematografica – c’era l’inclusione di altre espressioni d’arte, dalla pittura alla letteratura, presenti come elementi di sceneggiatura, di scenografia, e compositivi a tutto tondo, con il fine di conferire al film un più alto valore educativo e morale, oltre che artistico.

Senza giri di parole, Cenere – terminato nel settembre del 1916, e uscito nelle sale nel marzo del ‘17non ebbe successo di botteghino: più d’una la variabile che concorse all’insuccesso, dalla disabitudine del pubblico alla visione di una vicenda di tal profilo, alla mancanza di distribuzione, ma probabilmente, e soprattutto, fu la guerra in corso a incidere più di tutto; sarebbe stato difficile che, nell’incombere dell’atmosfera cupa della Grande Guerra, potesse aver successo una storia con al centro il dolore di una mamma povera e sola, Rosalia – la Duse, appunto – che partorisce un figlio illegittimo, poi per necessità affidato al padre naturale e alla moglie; fattosi uomo, Anania cercherà di rintracciare la donna che l’ha messo alla luce, con l’aiuto della mamma adottiva, seppur il dramma s’inasprisca ulteriormente nella tensione tra la futura moglie di lui e l’idea dello stesso di portare con sé l’anziana indigente, così destinata a perenne solitudine.

L’esito della sala però non mette in discussione il valore specifico del film, che – godendo del “metodo Duse” – nella messa in scena supera la fissità della posa e restituisce un’interprete dinamicamente viva, di impatto significativamente realistico. La Divina aveva stabilito con la macchina da presa un rapporto tale per cui definì l’obiettivo “una vetro che vede le anime”, e con questo spirito gli si pone di fronte, certa che il cinema sia arte altra dal teatro, propria di un’autonomia di linguaggio e codici che le permettono di esplorare ulteriormente le vie del suo talento recitativo. Nonostante non avesse esperienza del mezzo cinematografico, Eleonora Duse aveva studiato il cinema prima di cimentarcisi ed è infatti ammirevole la consapevolezza con cui affronta il lavoro e il valore del dettaglio, sapiente del potere di amplificazione dello schermo, cosa che il teatro, invece, era certa facesse disperdere lì sul palco o nella distanza tra lo stesso e le file del pubblico.

Non era neonato il cinema in quel 1917, ma di certo era un bambino (essendo nato nel 1895), eppure La Divina era altrettanto conscia del potere dello strumento narrativo, della penetrazione della visione, tale da reputarlo più efficace dell’amatissimo teatro nel parlare alla generazione più recente; infatti, in una lettera scritta alla figlia Enrichetta, nella metà di giugno del 1915, le descrive il cinema come “l’art du silence”.

Cenere, per Duse, esprimeva il desiderio di realizzare un film d’arte, specchio della sua ricerca di perfezione, libero dalle meccaniche commerciali, disegno artistico e spirituale che Eleonora non mancò, tanto che Grazia Deledda, in una missiva all’attrice, con riferimento al film, scrive: “Lei ha fatto di Cenere una cosa bella e viva, il lavoro è suo ormai, non più mio”, senza che un’accezione buia appartenesse alle parole della scrittrice.

La sua recitazione è capace di essere in linea con il tempo e, altrettanto, si palesa innovativa, schivando la pantomima teatrale: “in linea” perché per l’espressione di certe emozioni ricorre a pose più statiche, che chiamano in causa talvolta l’intero corpo, alternando così momenti di stasi a gesti improvvisi, motore di dinamismo; l’innovazione, invece, vive nel ricorso minimo alla mimica facciale, riuscendo così a rendere la sua recitazione completamente efficace.

Finita l’esperienza in prima persona, Eleonora Duse “torna al cinema” 30 anni più tardi (1947), con un film che porta come titolo il suo nome, Eleonora Duse, biopic interpretato da Elisa Cegani, Rossano Brazzi e Andrea Cecchi, diretto da Filippo Walter Ratti, tratto dal romanzo La grande tragica di Nino Bolla; proprio in occasione delle celebrazioni del secolo dalla scomparsa, la Biblioteca Luigi Chiarini del CSC – Centro Sperimentale di Cinematografia, ha reso nota la recente acquisizione del trattamento originale dello scrittore. Duse, con la sua vita a soggetto, anche nel tempo presente è protagonista del cinema, per il film omonimo di Pietro Marcello, dove a interpretare La Divina è Valeria Bruni Tedeschi: le riprese sono iniziate il 4 marzo 2024. Ancora, Sonia Bergamasco ha girato The Greatest, documentario creativo sulla figura dell’attrice, annunciato in uscita per la ricorrenza del centenario.

21 Aprile 2024

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