Dante Ferretti: “A Cinecittà convinsi Scorsese con un pranzo in trattoria”

Il grande scenografo viene onorato al Festival di Pesaro che questa sera propone in Piazza del Popolo Hugo Cabret di Martin Scorsese, il film in 3D che gli valse la terza statuetta nel 2012


PESARO – Sono un fiume in piena i ricordi di Dante Ferretti, lo scenografo tre volte Premio Oscar ospite della Mostra del Nuovo Cinema di Pesaro. Questa sera in Piazza del Popolo l’omaggio con la proiezione di Hugo Cabret di Martin Scorsese, che gli valse la terza statuetta nel 2012 dopo The Aviator ancora di Scorsese e Sweeney Todd di Tim Burton.

E tra i momenti che lo legano a Martin Scorsese, regista con cui ha avuto un rapporto d’elezione, come del resto con Federico Fellini e Pier Paolo Pasolini, c’è anche l’importante esperienza a Cinecittà con Gangs of New York (2002). “Eravamo a Venezia con mia moglie Francesca Lo Schiavo, che ha condiviso con me tutti gli Oscar. Con Martin stavamo già parlando di Gangs che lui voleva girare a New York. Io proposi invece Cinecittà e per convincerlo, durante una sosta a Roma, lo portai a mangiare al ristorante La Cascina. Era domenica, dopo pranzo chiamai gli studios e dissi di mandare via tutti perché dovevo far vedere i teatri a Scorsese da solo. Poi cominciai a mandargli disegni e modellini e alla fine lo convinsi. Tra l’altro costava di meno. A New York non ci sono i teatri – dissi – e non c’è neanche La Cascina. Insomma abbiamo costruito tutto tutto a Cinecittà. E’ un luogo che sento mio, come se l’avessi comprato”.

Dante Ferretti, che il 26 febbraio ha compiuto 80 anni, ha scritto un’autobiografia insieme a David Miliozzi, Immaginare prima. Le mie due nascite, il cinema, gli Oscar (Jimenez, 270 pp. 22 €): un volume che raccoglie memorie, bozzetti, disegni. E’ diviso in due parti. Nella prima il racconto in prima persona che è uno spaccato di storia italiana, dal dopoguerra al boom economico, con tante confidenze intime e inedite, a partire dall’infanzia e dall’adolescenza, con la decisione di andare a Roma alla fine degli anni ’50. Nella seconda parte lo scrittore e sceneggiatore David Miliozzi analizza la sua carriera e le collaborazioni con Pasolini, Fellini, Liliana Cavani, Tim Burton, Brian De Palma, Scorsese appunto.

Ma tutto parte da un episodio d’infanzia. “A Macerata nel ’44 i piloti inglesi dovevano bombardare una caserma, ma presero casa nostra, che crollò. Mio padre perse una gamba, io sono rimasto sotto le macerie per dieci ore, protetto da un armadio che era caduto e che mi ha salvato la vita, finché mia madre non ha sentito un rumore e mi ha recuperato. Pare che io abbia detto ciak”.

Una “botta di culo” che racconta nel primo capitolo, Sopravvissuto. Le coincidenze fortunate, nella sua storia umana e professionale sono tante. Come quella domenica del ’69 che doveva andare a pranzo a Fregene, da Mastino, ma aveva dimenticato il costume da bagno. “Torno a casa e squilla il telefono, era Franchino Rossellini che mi dice di andare in Cappadocia, Pasolini ti vuole per fare Medea. Io neanche sapevo dov’era, la Cappadocia. Arrivo e mi chiedono di costruire un carretto per Maria Callas. Mi faccio prestare un carro tutto rotto, pezzi di stoffa e di cuoio e insomma riesco ad accontentare Pasolini che aveva mandato via l’altro scenografo che gli stava antipatico, fu il primo film che firmai da solo”.

Ferretti racconta di aver amato il cinema da sempre. “Rubavo i soldi dalle tasche di mio padre e andavo al cinema a vedere anche due o tre spettacoli. Arrivavo a casa molto tardi e mentendo dicevo di essere stato a studiare ma poi venivo sempre rimandato a settembre. Finché l’anno della maturità, a sorpresa, ebbi tutti dieci, tranne un sei in ginnastica, e così riuscii ad andare a Roma all’Accademia di Belle Arti”. Quasi subito lavorò come assistente a fianco dell’architetto Aldo Tomassini Barbarossa e poi con lo scenografo Luigi Scaccianoce – quello che stava antipatico a Pasolini – per Il Vangelo secondo MatteoUccellacci e uccelliniEdipo re. “Con Pasolini ho fatto 11 film ma ci davamo sempre del lei”.

Un giorno incontra Fellini che gli chiede di lavorare con lui. “Mi chiami tra 10 anni, gli dico. Dieci anni dopo ero a Cinecittà a fare Todo modo di Elio Petri e ci siamo incontrati sotto un lampione, mi ha dato appuntamento per il giorno dopo e così è iniziata la collaborazione”. E proprio su un set di Fellini, quello de La città delle donne, arriva l’incontro con Scorsese che aveva appena sposato Isabella Rossellini. “Isabella presentò Fellini e Scorsese, stavamo girando la scena di un bordello a Cinecittà, non molto adatta per una luna di miele, disse Federico a Martin”.

Poi, dopo Le avventure del barone di Munchhausen di Terry Gilliam che gli americani apprezzarono proprio per le scenografie, lo chiamarono per L’età dell’innocenza. “Andai in America con un aereo privato e scoprii che accanto a me, durante il volo notturno c’era Naomi Campbell. Così ho potuto dire di essere andato a letto con Naomi”.

E racconta anche di essersi ispirato, per Hugo Cabret, alla Torre di Macerata. “Conoscevo bene il figlio dell’orologiaio che ogni giorno andava a caricare l’orologio salendo su una scala a chiocciola”. Altro ricordo d’infanzia.   

Cristiana Paternò
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