Franco Maresco: “Il cinema è morto ed è anche colpa del pubblico”

Protagonista del volume 'Ad malora! Opere, cinema e film di Franco Maresco' della collana della Mostra del Nuovo Cinema di Pesaro, il regista palermitano racconta perché oggi "è tutto finito"

Franco Maresco: “Il cinema è morto ed è anche colpa del pubblico”

PESARO – È inarrestabile, Franco Maresco. Anche in collegamento video, sfonda lo schermo con parole che scoccano precise e colpiscono tutti. Sono le riflessioni di uomo che si dice senza più speranza. Dopo anni da cineasta agitatore, solo (o quasi) contro tutti, impegnato in un racconto della mafia schietto e diretto come mai si era visto prima di lui, si abbandona alla tragedia. Il cinema? Morto. La cultura? Senza futuro. Il futuro? Inesistente. Invitato alla Mostra Internazionale del Nuovo Cinema di Pesaro, dove è stato presentato il volume curato da Fulvio Baglivi  intitolato Ad malora! Opere, cinema e film di Franco Maresco, non ha potuto essere presente di persona. “Mi sono dimenticato di rinnovare il documento di identità” racconta da un hotel di Palermo. Dietro di lui, un vero e proprio cinema, tra operai che passano e il porto che appare in lontananza. “È un bel posto per suicidarsi, ma poi si dà troppo lavoro ai pompieri sommozzatori”. La sua immagine, proiettata al cinema Astra di Pesaro, appare gigante, come un Mago di Oz che rivela da solo il proprio trucco. Ne ha per tutti, incendiario come è da sempre, “ora anche di più”. Il ritmo è da comico, ma i temi sono quantomai tragici. “La commedia è una cosa dannatamente seria” commenta.

Il volume di Baglivi, l’88mo della collana dei quaderni della Mostra, passa in rassegna l’intera opera di Maresco, sottolineandone l’elemento anticonformista, ma anche la capacità di incidere indelebilmente sui destini della cultura italiana, che da sempre scuote senza ritegno. Dal primo grande successo, la serie Cinico TV, alle opere di fiction, sino ai fondamentali lavori sulla mafia in Sicilia. In mezzo il rapporto umano e artistico con Daniele Ciprì, con cui si separò nel 2007 dopo una lunga e intensa collaborazione.

Belluscone e La mafia non è più quella di una volta sono film definitivi sul tema della Mafia. Sono nato e cresciuto a Palermo, in un periodo in cui la Mafia la respiravi nell’aria. Per quanto estremo, aveva ragione Falcone: ‘Non si può capire la Sicilia se non si è siciliani’. Ciò che abbiamo realizzato con Ciprì è stato irripetibile. Al cinema, la Mafia veniva raccontata come fosse metafisica, basti vedere Todo Modo. Oggi, da quando la tecnologia ha permesso di spiare i mafiosi nelle loro villette, è come se fosse stato svuotato il lago di Lochness: il mostro è venuto fuori e si è scoperto che era un’enorme foca”.

In lite con l’Industria cinematografica, la società e la cultura moderna, Maresco evidenzia una spaccatura tra ciò che tutto questo era, e ciò che ora ne rimane. “Negli anni ’90 mi interessava anche la parte umana, persino dei mafiosi più spietati. Questo non è più fattibile, da molto tempo. BellusconeLa mafia non è più quello di una volta sono esattamente l’azzeramento di senso del nostro tempo, non c’è più mafia e antimafia: siamo nella società dello spettacolo, è finita”.

Troppe immagini, troppo intrattenimento, nulla più che possa incidere sulla realtà. Ma forse, soprattutto, nessuno che voglia farlo davvero. “Un tempo si prendeva posizione sui fatti culturali – continua Maresco – oggi no. È tutto una melassa generale. Quando c’è qualche polemica è sempre di qualche ‘clan’ prevalente nei confronti di qualche disperato. E non uso a sproposito la parola clan”.

Eppure, Maresco persevera. E infatti proprio in questi giorni attende di scoprire cosa ne sarà del suo nuovo film, dedicato a Carmelo Bene, ora in postproduzione. Fosse per lui, ammette, avrebbe già scelto il suicidio filosofico. “Ma ho delle responsabilità, e in più sono un ossessivo. Ci sono persone, una volta si diceva ‘artisti’, che si prendono in giro. Beati loro. Alcuni ne sono consapevoli e ne pagano il prezzo. Ciprì ha voluto cambiare binario, io non ci riesco. Si continua perché si è dentro la vita”. Il cinema, però, non gli dà più nulla. Anzi, a Maresco fa proprio orrore. “Voi lo celebrate – tuona dallo schermo – ma a me non dà più niente”. Il cinema, dunque, è morto. E la colpa è di tutti. “Anche il pubblico ha la sua responsabilità, anche se viene sempre assolto: no, il pubblico è colpevole, non solo i politici, che sono orribili come tanti di noi”.

Per i ragazzi che chiedono consiglio sul futuro, dopo che ne ha illustrato nel dettaglio le tristi macerie, Maresco ha più interrogativi che risposte. “Sono cresciuto con immagini che stupivano ancora. Era qualcosa che ti toccava. Abbiamo perso la purezza definitivamente. Se vedi milioni di immagini ogni giorno è difficile mantenere la purezza e lo stupore. Non so cosa ne sarà del cinema e neanche dell’uomo, anche sul piano biologico intendo. Il regista  è un mediatore tra chi guarda e l’assoluto. Questa figura di intermediario ci sarà? Io non lo so. Vi posso solo augurare buona fortuna e spero di sbagliarmi su tutto”.

In due ore, Maresco sgretola la distanza e si presentifica in una sala che applaude e ride di gusto, respirando questa sregolatezza rivelatoria. Tutto è morto, non c’è futuro, ma l’annuncio dell’apocalisse appare comico, ritmato da continue stilettate che non risparmiano nessuno. La commedia è una cosa seria, appunto. “Ci sono diversi motivi per essere depressi, ma se non volete esserlo forse è meglio che ci salutiamo”.

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