Benvenuti in Islanda, terra dei ghiacci e mecca dei cinefili

In questa placida terra c’è spazio per la commedia e la depressione, il cinema di Hollywood e i festival d'autore. Il fascino cinematografico dell'isola raccontato per film e registi


C’è una terra all’estremo nord dell’Europa che in pochi anni è diventata la mecca dei cinefili. Fin dal suo nome – che pare risalire ai navigatori vichinghi prima dell’anno 1000 – l’Islanda è la terra dei ghiacci, vanta la distesa nevosa più vasta d’Europa in coppia con il maggior numero di vulcani attivi. Uno scontro naturale che nei secoli ha limitato al massimo la popolazione, spinto ondate migratorie verso la Danimarca e gli Stati Uniti, scoraggiato la colonizzazione. Per dire: è l’unica terra in cui è stato possibile mappare il dna di tutti gli abitanti, registrando che tra i “Sson” (patronimico maschile) e “Dottir” (al femminile) i legami di sangue restano stretti e stabili, fino al punto che ancora oggi la democrazia islandese è tutelata e pilotata da un ristretto club di 14 famiglie storiche che esercitano il potere sulle banche come sulla pesca, sull’industria come sull’amministrazione.

I vecchi cinefili al nome Islanda associano subito quello di Fridrik Thor Fridriksson (classe 1954) un po’ perché ama da sempre ricambiato l’Italia (ha frequentato il Centro Sperimentale, vanta Federico Fellini tra i suoi idoli), un po’ perché nel 1990 fonda la Icelandic Film Corporation e due anni dopo è candidato all’oscar con I figli della natura. Da allora è diventato il guru di una cinematografia piccola – in media nove film l’anno -, ma sempre più internazionale e capace di smarcarsi dagli stereotipi nordici: insomma poco Bergman e molto rock&roll.

Ancora oggi tra nostalgiche riminescenze (da Devil’s Island a Mamma Gogo) ed epiche bevute si staglia nella sua Reykjavik come un monumento nazionale e una cena a casa sua è tappa d’obbligo. Intorno a lui i discepoli intanto sono cresciuti, si sono smarcati dal suo stile vagamente hippie e hanno fatto carriera. Il più noto è certamente Baltasar Kormakur che in patria è regista, produttore e abile uomo d’affari e all’estero si è fatto un nome a Hollywood tra Contraband, Everest, Beast. Ma molti ricordano il suo debutto nel 2000 con il giovanilistico Reykjavik 101, la riuscita nel mondo con la miniserie Trapped (il prodotto di genere più visto nelle tv di tutta la Scandinavia), il costante ritorno alle atmosfere del grande Nord tra Deep e The Oath.

Ancor più vincenti nei festival di mezzo mondo sono però i frutti più recenti della cinematografia islandese: Penso a Noi Albinoi di Dagur Karl nel 2003, Volcano di Runar Runarsson (2011), Rams di Grímur Hákonarson (“015),Under the Tree di Hafsteinn Gunnar Sigurðsson (2017), La donna elettrica di Benedikt Erlingsson (2018), Lamb di Valdimar Jóhannsson (2021), Godland di Hlynur Palmason (2022). Di fronte a una simile carica di talenti è naturale domandarsi cosa sia accaduto perché una nazione meno popolata della Valle d’Aosta (poco più di 320.000 abitanti ammassati per quasi la metà a Reykjavik, la capitale) sia diventata un centro di riferimento mondiale dopo oltre 80 anni all’ombra prima di Norvegia e poi di Danimarca a cui l’Islanda apparteneva fino al 1944. Infatti il primo film islandese è del 1906, ma è difficile isolare nomi di qualità fino agli anni ’90. Le risposte si fanno risalire a fenomeni diversi. Provo ad allinearne alcuni.

L’Islanda è, in proporzione, il paese più letterato e cinematografico d’Europa: gli islandesi sono i maggiori frequentatori di cinema al mondo, con una presenza pro-capite del 4.75 e una media di 1.500.000 biglietti venduti (almeno fino alla pandemia), mentre l’analfabetismo è assente e i libri non mancano in nessuna casa (magari complici le lunghe notti invernali). Che il paese tenga molto all’istruzione è reso emblematico dal fatto che il Palazzo presidenziale sia la più antica scuola elementare del Paese, mentre in fatto di democrazia possano dare lezioni visto che il primo Parlamento (per quanto rudimentale) risale al X secolo: l’Alþing, riunito in una spianata a sud dell’isola intorno a una sorta di leggio in pietra ancora visibile e affollata meta turistica.

Il secondo fenomeno è la sua “fotogenia” che dallo 007 di Lee Tamahori (La morte può attendere) ne ha fatto meta prediletta di grandi produzioni: da Viaggio al centro della terra con il ghiacciaio/vulcano Snæfellsjökull che già Jules Verne aveva individuato come passaggio segreto verso il cuore del magma ai fantascientifici Lara Croft-Tomb RaiderRogue One, Oblivion, Interstellar; dai film d’autore come Flags of Our Fathers, Faust, Tree of Life, fino a grandi serie come Il trono di spade Black Mirror.

Il mio preferito resta comunque I sogni segreti di Walter Mitty, interamente girato sull’isola, sottovalutato capolavoro di Ben Stiller. Il terzo fattore è che – un po’come la Svizzera- l’Islanda si è conquistata nel tempo la fama di luogo in cui si fa la storia, dal match finale tra Bobby Fisher e Boris Spassky (campionato del mondo di scacchi, 1972) all’incontro Reagan-Gorbaciov che nel 1986 sembrò mettere fine alla guerra fredda e si svolse in un‘anonima casetta in riva al mare ancor oggi visibile.

In questa placida terra c’è spazio per la commedia e la depressione, per il dramma rurale e la guerra all’inquinamento, per il soprannaturale e la love story, fino al giallo come ben sa Arnaldur Indridason, autore di romanzi nerissimi e popolarissimi che attinge a una cronaca nera spesso assente dai nostri giornali. Come al tempo dell’ultima “guerra del merluzzo” (scatenata e vinta contro l’Inghilterra nel 1976 per il mercato nero e quello ufficiale della pesca), la rivalsa contro le base americana di Keflavik chiusa nel 2006, la crisi dei subprime che nel 2008 investì l’economia dell’isola mettendo sul lastrico buona parte dei piccoli proprietari.

Insomma l’Islanda è una “Laguna blu” (dal nome della sua spa termale più famosa) nelle cui acque puoi trovare di tutto, da un sogno d’amore a un cadavere dimenticato.

Giorgio Gosetti
01 Luglio 2023

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