Nikita è un cult del thriller action. Poco ma sicuro. E come succede a molti film che poi restano nella storia, alla sua uscita – poco più di vent’anni fa – ha ricevuto recensioni piuttosto negative, quando non vere e proprie stroncature. Nonostante questa accoglienza respingente, il film ha avuto un enorme impatto nella cultura popolare, generando vari remake – dopo le versioni di Hong Kong: Black Cat (1991) e Black Cat 2 (1992) di Stephen Shin, nel 1993 arriva quello hollywoodiano: Nome in codice: Nina diretto da John Badham, con Bridget Fonda nella parte della Parillaud.
Dal 1997 al 2001 va in onda la serie canadese con Peta Wilson protagonista, al quale fa seguito la versione statunitense con Maggie Q nei panni della killer della “Divisione”. Nikita poi ha contribuito ad affermare il regista Luc Besson come un nuovo e innovativo regista d’azione.
A rivederlo ora regge? Nel complesso, sì. Sebbene sia penalizzato da un terzo atto debole, Nikita è una versione adrenalinica e affascinante del cliché: “l’agenzia governativa assume un delinquente per farne un superagente altamente efficace”, combinando scene d’azione ben eseguite con interpretazioni convincenti e una fantastica colonna sonora al sintetizzatore.
La trama segue Nikita (Anne Parillaud), una tossicodipendente che uccide un poliziotto durante un’irruzione in una farmacia. Viene condannata all’ergastolo, ma un’organizzazione segreta interviene e la narcotizza. Quando rinviene, non esiste più. La sua morte è stata simulata e la sua vita non è più la sua. Il loro obiettivo è quello di trasformarla in un’assassina d’élite. Se si oppone, verrà uccisa.
Le viene data una nuova identità, nuovi valori, nuove competenze. Non succede da un giorno all’altro. Il suo controllore, un duro maestro di spionaggio, deve addomesticarla come un animale da circo; è così piena di rabbia e violenza che lo morde e lo prende a calci piuttosto che ascoltarlo con gratitudine ora che le ha risparmiato la vita.
Anne Parillaud sostiene questo film sulle sue spalle e lo eleva al di sopra di un tipico thriller d’azione. La sua interpretazione è così sfumata nella estrema gamma di “stranezze” della personalità di Nikita che a volte si ha l’impressione di trovarsi di fronte a donne totalmente diverse. All’inizio del film è un’adolescente drogata, aggressiva e al limite dello psicotico, che non ha altro che una prontezza di spirito e un temperamento che indicano che potrebbe, in qualche modo, diventare un membro produttivo della società.
Besson sceglie saggiamente di rinunciare al consueto montaggio dell’addestramento, mostrandoci invece un’unica scena in cui Nikita, dopo aver appreso che ha due settimane di tempo per iniziare a mostrare progressi o altrimenti, si siede davanti a uno specchio e si studia. L’espressione della Parillaud contiene la giusta dose di disgusto per se stessa con un barlume di determinazione e speranza. Prende un rossetto. Tre anni dopo è una specie di Wonder Woman. È raffinata, elegante, bella, sicura di sé. Qualunque parte della sua mente fosse rimasta intrappolata in una nebbia indotta dalle droghe è stata liberata dalle sue insicurezze e ora lavora al massimo delle sue capacità.
In qualsiasi altro film, questo cambiamento estremo sarebbe sembrato fuori luogo e irrealistico. Parillaud lo fa funzionare grazie a un’interpretazione fatta di pennellate che riesce a comunicare sottili rivelazioni sulla complessa psicologia di Nikita anche durante gli sfoghi estremi e il comportamento maniacale. Besson ci confeziona così una versione della leggenda di “Pigmalione” per i nostri tempi violenti. Nikita inizia come un thriller violento ma lo trascende con una storia di trasformazione e risveglio. È un film sorprendentemente toccante in questo senso. E mentre si risveglia all’amore e alla dolcezza, al tocco di un uomo che non sa nulla del suo passato e alle domande sulla fiducia, si risveglia anche un mondo in cui, prima o poi, dovrà pagare un prezzo per la sua vita e la sua libertà.
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