Il risveglio dell’Africa, continente dalle mille facce

Il primo articolo della rubrica "Il giro del mondo in 80 Cinema" ci porta alla scoperta del cinema africano


C’è una novità dello scorso Festival di Cannes che, almeno sulla stampa italiana, è passata quasi inosservata: mai il Continente africano aveva portato tanti titoli in tutte le sezioni della rassegna e mai si era vista tanta attività ai padiglioni africani del Marché du Film. Intendiamoci: quando diciamo Africa stiamo parlando di mondi diversissimi e paralleli dalla cintura mediterranea allo Zimbabwe, dalla Nigeria alla Giordania. E, specie in passato, le risorse per finanziare il cinema venivano dall’Europa post-coloniale con la Francia in prima fila.

Invece se allarghiamo lo sguardo all’attualità politica vediamo che è proprio una delegazione africana che oggi si propone come mediatore tra Ucraina e Russia, mentre la politica estera italiana si è rivolta con decisione al sud del mondo, a partire dalla fascia del bacino mediterraneo per poi scendere verso il Sahel (in area tropicale e sub-sahariana).

Di recente il Financial Times poneva un legittimo interrogativo: guardare all’Africa come al bacino energetico a cui attingere nel futuro prossimo sarà davvero un bene? L’analisi ricorda come la storica politica europea del semplice acquisto di risorse da questo sterminato continente possa tradursi in un boomerang, perché di fatto non aiuta lo sviluppo di una cultura che racchiude il futuro della terra. Allo stesso modo una lettura superficiale dei fenomeni migratori che giustamente preoccupano l’Italia e l’Europa, significa dimenticare la Storia, quella che ci ricorda come la dinastia dei Severi abbia segnato una fase importante dell’Impero romano: condottieri che, a partire da Settimio Severo nel 192 d.c., proprio dall’Africa giunsero a Roma conquistando il potere.

Per tornare alla novità di Cannes proviamo a guardare meglio i 9 portabandiera africani. Alla Quinzaine c’erano il marocchino Faouzi Bensaïdi (Déserts) e la camerunense Rosine Mbakam (Mambar Pierrette) che in realtà vive in Belgio. Alla Semaine si è visto il primo film giordano in assoluto mai sbarcato sulla Croisette, Inshallah a Boy di Amjad Al Rasheed, quasi un Legal Thriller con forte accento sociale. Due invece i film in competizione per la Palma d’oro: Les filles d’Olfa di Kaouther Ben Hania (documentario tunisino sostenuto dal denaro saudita) e Banel et Adama di Ramata-Toulaye Sy, sensazionale debutto maliano-senegalese di un’autrice donna che non è più un’eccezione.

Nessuno dei due film figura nel Palmarès finale ma hanno certamente fatto tendenza. Tanto più se si considera invece il vero trionfo africano a Un Certain Regard, il secondo concorso cannense. Augure del rapper congolese Baloji, nato a Lepoldville e che oggi vive in Belgio, è decisamente un film riuscito (Premio per la scoperta) che riesce ad affrontare senza retorica il complesso tema della stregoneria, partendo da una storia personale (da piccolo il regista veniva respinto a causa del suo nome che significa, appunto, stregone). La marocchina Asmae El Moudir ha vinto come migliore regista per La mère de tous les mensonges, che attraverso una complessa struttura in cui mescola documentario, finzione e marionette, cerca di ricomporre una memoria familiare e nazionale. Goodbye Julia di Mohamed Kordofani che si è aggiudicato Premio della libertà è un film esplicitamente politico sul rapporto tra il Sudan e il Sud Sudan, diventato indipendente nel 2011. Infine Les meutes di Kamal Larzaq – forse il migliore del gruppo – è un thriller ambientato nei quartieri popolari di Casablanca. Premio della Giuria. 

Quattro sono film dell’area mediterranea a cui possiamo aggiungere anche la Giordania. Quattro vengono dal Sahel con il Congo, il Cameroun, il Mali e il Sudan. Ma se allarghiamo l’orizzonte e guardiamo ai dati del mercato, è facile notare che qui tutti gli occhi erano puntati sulla Nigeria (regina nelle serie più amate in tutto il sub-continente) e sul Sud Africa che ogni anno sforna una produzione di genere già pronta per il mercato internazionale. Se a questo aggiungiamo che i maggiori investitori in audiovisual contents sono il saudita Red Sea per la fascia mediterranea (devono promuovere un paese, un festival, un sistema di sale mai aperte prima nel  Regno Islamico della Mecca) e i cinesi dal Tropico in giù (le più importanti reti telefoniche sono già parzialmente in mano a un paio di milionari tra Bejing e Shanghai) lo scenario è pronto ed è un piatto sempre più conteso.

Per quanto riguarda Cannes, va detto che la tradizione africana è antica e qui hanno trovato gloria autori come Sembene Ousmane, Hailè Gerima, Idrissa Ouédraogo, Gaston Kaborè, Abdehrramane Sissako,fino al padre del cinema egiziano Youssef Chaine e alla scoperta recente di Mati Diop con Atlantics. Ma con i fuochi d’artificio di quest’anno lo scenario sta cambiando. Il premio della Quinzaine a un maestro del passato come Souleymane Cissè suona come il passaggio del testimone e il suo valore simbolico non passerà più inosservato. 

Giorgio Gosetti
24 Giugno 2023

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