Giulio Mastromauro: “In ‘Bangarang’ racconto l’infanzia autentica di Taranto”

Presentato ad Alice nella Città 2023, il documentario 'Bangarang', diretto da Giulio Mastromauro, ci porta a scoprire i bambini che vivono a Taranto, sotto l'ombra minacciosa dell'acciaieria


ROMA – Una città circondata dal mare e abitata da bambini. Un’Isola che non c’è con i suoi bimbi sperduti, liberi e spensierati. Sullo sfondo, minacciosa come la nave pirata di Capitan Uncino, c’è il profilo fumoso dell’acciaieria più tristemente nota d’Europa. Siamo a Taranto, dove è ambientato il nuovo documentario di Giulio Mastromauro, Bangarang, presentato nella sezione Panorama Italia di Alice nella Città 2023. Un film in cui si raccontano i figli più piccoli di Taranto e il loro rapporto con la città che li ospita.

Giulio Mastromauro, il film inizia con una citazione dell’autore di Peter Pan, opera a cui si fa riferimento anche nel titolo. Da dove viene l’idea di fare questo parallelismo?

Tutto è partito dall’impormi questo dogma: di raccontare tutto tramite lo sguardo esclusivo dei più piccoli. Ho immaginato una città che non avesse adulti e che quindi fosse popolata solo dai bambini. L’aggancio con la pièce di Barrie è stato abbastanza naturale. L’ho riletto e ci ho trovato dentro qualcosa che volevo raccontare rispetto all’infanzia, che è un momento della vita che ha sempre suscitato in me stupore e curiosità. Però l’infanzia non è quella che spesso viene raccontata, non è solo dolcezza e purezza, c’è anche tanto altro. C’è tormento, c’è violenza. Il mio desiderio era quello di raccontare un’infanzia autentica. Nel bene e nel male.

Quando è che si finisce di essere davvero bambini?

Non lo so, perché io non ho ancora smesso. Credo che sia anche il motivo per cui mi sono trovato a mio agio a lavorare circondato da centinaia di bambini. Non credo ci sia differenza tra adulto e bambino, se non nella misura in cui il bambino si sente ancora libero. La libertà è un concetto che spesso dimentichiamo. Vuol dire essere se stessi. Io, insieme a loro, mi sono completamente messo a nudo.

Questa libertà di cui parla in che modo viene compromessa dall’Ilva, che tra l’altro viene citata esplicitamente solo nel finale?

Quando mi sono approcciato a questo progetto, volevo quasi escludere che si parlasse dell’acciaieria, ma poi mi sono accorto che lo sguardo, stando in quella città non riesce a escluderla. Perché è ovunque, qualunque sia il punto in cui ti trovi, lei c’è, ti osserva e getta un’ombra sinistra sulla città e sulle persone che la abitano. Poi se n’è parlato tanto e quindi mi sono approcciato a questo film con il desiderio di capire. Sono stato lì in ascolto per cercare di capire quale fosse il legame tra questa fabbrica e i luoghi, le persone. Mi pare evidente che non possiamo fingere che non sia un caso e che non ci sia comunque una tragedia, spesse volte celata.

Tragedia che nel film viene sottolineata dal murales del bambino, su cui si torna spesso e che, forse, è un omaggio a quei bambini privati di un futuro.

L’incontro con il bambino che sta dietro quel murales ha cambiato la prospettiva. Se all’inizio il mio desiderio era quello di raccontare l’infanzia in un territorio di luci e ombre, il rapporto tra l’uomo e la natura, dopo quell’incontro tutto è cambiato e ha assunto una rilevanza diversa dentro di me e nel film. Non c’è un vero protagonista – perché il vero protagonista è il coro e la sua energia, non c’è un coreuta a cui dare la parola, ma se vogliamo trovare in qualche modo un protagonista è proprio quel murales, che si compone durante tutto il film è diventa il filo che lega la narrazione e la sua struttura ellittica.

Come è stato il rapporto con i bambini, come hanno saputo stupirla?

È stato un film girato con l’istinto, con i bambini non puoi programmare nulla. Quasi tutto il film non era programmato, soprattutto quando c’erano loro. In qualche modo mi sono lasciato prendere dagli stati d’animo. Ho provato sentimenti contrastanti durante la lavorazione di questo film, ho alternato momenti di ilarità e di gioia a momenti di profondo sconforto. Non parlo solo di inquinamento ambientale, parlo di quello che ha portato l’acciaieria in questo territorio, da un punto di vista sociale, culturale ed economico.

I bambini sembrano consapevoli fin da piccoli del conflitto che si nasconde dietro quel luogo.

Molti di loro ripetevano i pensieri degli adulti. La risposta più rappresentativa è il bambino che ti dice: lavorano lì dentro per non farla scoppiare. Come se fosse una bomba ad orologeria, dove le persone lavorano per non farla scoppiare.

Da dove viene l’idea dell’utilizzo delle didascalie che compaiono descrivendo parole e oggetti? In particolare quella che mi ha colpito di più è “autoconservazione”.

Il film nasceva come una sorta di diario di bordo, il racconto di un viaggio. E durante questo viaggio mi venivano in mente delle parole e le parole erano “essere umano”, “natura”. “Autoconservazione” perché è un territorio, per certi versi, meraviglioso e quindi ti dispiace davvero che sia ridotto così. Perché c’è ancora una natura che resiste.

Che nel film viene molto raccontata. Il mare ad esempio.

Il mare è protagonista, sì, ma anche la terra. In quel territorio sono stati abbattuti capi di bestiame, muoiono pesci e forme di vita. Però ancora resiste: ci sono colonie di cavallucci marini. Anche perché lì ci sono i citri, che sono delle insenature da qui fuoriesce acqua sorgiva, che costantemente puliscono il Mar Piccolo.

26 Ottobre 2023

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