Fellini, il mago

“Il cinema mi ha risucchiato, ma io volevo fare il mago”. La dichiarazione è di Federico Fellini ed è riportata da Filippo Ascione che il Grande Riminese chiamava affettuosamente Filippicchio


“Il cinema mi ha risucchiato, ma io volevo fare il mago”. La dichiarazione è di Federico Fellini ed è riportata da Filippo Ascione che il Grande Riminese chiamava affettuosamente Filippicchio. Di Fellini si è scritto tutto in questi anni e l’anniversario a 30 anni dalla morte (31 ottobre 1993) non può che ripercorrere in buona parte il già detto. La chiave del suo rapporto con la magia bianca è rimasta però spesso in ombra, svelata dalle memorie di Marina Ceratto Boratto (“La cartomante di Fellini”, uscito nel centenario della nascita per Baldini Castoldi), indagata nel puntuale documentario di Anselma Dell’Olio (“Fellini degli Spiriti”, 2020) e, in chiave marcatamente junghiana, dal viaggio visivo di Catherine McGilvray (“Fellini e l’ombra”, 2022). “Asa Nisi Masa” è la formula magica – mai interpretata con certezza – che in “8 ½” il regista sceglie per schiudere il velo inconoscibile del suo viaggio oltre il razionale ed è in quel film che si manifesta esplicitamente una cesura nel suo modo di vedere il mondo, dal realismo poetico alla scoperta dell’inconscio.

Un mito, per essere tale, deve mantenere una parte misteriosa che sembra sempre davanti agli occhi e invece ci sfugge. Così è per Achille e la sua discendenza divina, così per Ulisse con la sua sete di sapere e l’ondivaga protezione degli dei. L’aura di mistero che accompagna il Grande Federico nel suo indagare oltre il razionale fa parte di questa categoria dello spirito, quell”’anima” – laicamente intesa – su cui si è interrogato per tutta la vita. Tutti i suoi collaboratori confermano che fin dagli anni ’50 Fellini va in cerca degli spiriti, senza troppe distinzioni tra fattucchiere, medium, cartomanti da strada, in un crescendo di sedute spiritiche che spetterà a Giulietta Masina interrompere di forza. Si dice dopo una serata che la spaventa seriamente per la pericolosa trance del marito. Ma qui, come vedete, siamo già dalle parti della leggenda, mentre è del tutto documentato il doppio incontro che trasporta il Genio oltre la soglia della curiosità e, magari, della superstizione. Incontra Ernst Benrhardt – padre della scuola junghiana in Italia – subito dopo “La dolce vita”, quando cade in una profonda depressione creativa e entra nello studio dello psicanalista su consiglio del collega De Seta. Non è quindi un caso che dal 1960 comincino gli schizzi e le annotazioni del “Libro dei sogni” dove Fellini depositerà per tutti gli anni successivi la “sacca creativa” che emerge a ondate dal subconscio alla possibilità. Né è un caso che il film successivo,“8 e ½”, sia di fatto una lunga seduta di autoanalisi. Percorso che prosegue certamente almeno fino a “Giulietta degli spiriti” (1964), quando Bernhardt muore proprio mentre il regista sta completando l’opera. Dell’enigmatico Gustavo Rol – il pittore, sensitivo, antiquario, gentiluomo il cui studio torinese di via Silvio Pellico è stato per decenni meta di pellegrinaggio per artisti e potenti – Fellini parla invece per la prima volta nello stesso 1964 ed è sicuro che era stato Dino Buzzati a presentarlo. Fellini amava chiamarlo “mago”, definizione sempre rigettata da Rol, ma lo vedeva soprattutto come un eletto, capace di prodigi inspiegabili e soprattutto di una chiaroveggenza che esercitò almeno in due occasioni: “Viaggio a Tulum” e “Il viaggio di G. Mastorna”. In entrambi i casi sono i consigli (e i prodigi) di Rol a spingere definitivamente il regista ad abbandonare sia l’incursione nel mondo magico di Castaneda (il progetto divenne poi un fumetto di Milo Manara), sia l’onirico viaggio verso la morte di Mastorna (da un soggetto scritto insieme a Buzzati e abbandonato per la prima volta già nel 1966). Se la scoperta di Jung resterà profondamente incisa nel lavoro di Fellini, che va in pellegrinaggio alla Torre di Bollingen del celebre psicanalista, annota straziato il distacco da Bernhardt, si sente irresistibilmente guidato dalla “sincronicità” junghiana e si esercita quotidianamente nell’I Ching, la sua sintonia profonda con Rol è  testimoniata tra gli altri da un’osservatrice degna di fede come la sua onnipresente segretaria Fiammetta Profili.

Cosa cerca il genio del cinema italiano nel fondo del suo subconscio e nel paranormale? Lo specchio di sé come clown bianco e mago oltre lo schermo? La conferma di un “altro da sé” che metta insieme la vita e l’arte? E’ certo che, attraverso tutte le vie dell’inconscio, l’uomo e il regista cercano la stessa cosa: un’armonia che restituisca all’uomo la sua dimensione magica. Del resto sempre negli anni ’60, su consiglio dello psicanalista Emilio Servadio, prova anche gli effetti del LSD (di gran moda allora anche nel cinema italiano) e se affronta uno dei rari viaggi lontano da casa – fin nello Yucatan – è sulla spinta di questa ricerca che poi approderà, tanti anni dopo, alla concezione del personalissimo “Satyricon” o al funerario “Casanova” con cui Fellini sembrava parlare in una sorta di comunicazione medianica. Che il Grande Riminese sia un mito della cultura contemporanea è assodato. Che quest’aura derivi anche dalla sua naturale capacità di entrare in contatto con un indefinito “aldilà” capace di mandare segnali e mostrare l’altra faccia dell’artista nel suo mantello di mago e sensitivo, è qualcosa che ne fa – come scriveva Tullio Kezich – il “Cagliostro dello spettacolo”.  Anche così si spiega il sodalizio con Nino Rota,  che aveva una delle più spettacolari librerie di magia e necromanzia d’Europa, come ricordano Aldo Tassone e Gianfranco Angelucci. Per il compagno di tante avventure fuori set come nell’emblematica Via dei Cessati Spiriti, Vincenzo Mollica, “Federico era un grande seguace della casualità – la sincronicità di Bernhardt – , come dettato dell’esistenza e questa casualità lo sorprendeva come lui voleva che lo sorprendesse la vita”. Asa Nisi Masa appunto.

30 Ottobre 2023

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