Corea, Atlantide del cinema a rischio scomparsa

Viaggio nel cinema magnifico della Corea del Sud, con quattro film in cartellone al festival francese e una schiera di autori eccellenti


Con quattro film in cartellone a Cannes, la Corea del Sud si conferma una delle realtà più scoppiettanti dell’audiovisivo mondiale, una realtà sull’orlo dell’abisso, come una moderna Atlantide. Intanto nelle nostre sale è arrivato uno dei primi film del regista-mito di Parasite, Bong John-ho, quel Cane che abbaia non morde che nel 2000 lo fece notare tra i cinefili quando aveva 31 anni ed era uscito da poco dai cineclub universitari.

Al Far East Festival di Udine i coreani in cartellone erano addirittura 8, “razza padrona” con pochi rivali a est del mondo. Se uno si mette a snocciolare la litania dei loro registi di tendenza rischia di intrecciarsi peggio che con i Sette Nani: Bong John-ho è quasi l’ultimo della fila; prima di lui Park Chan-wook (quello di Sympathy for Mr. Vengeance e Old Boy), Im Kwon-taek (un vero pioniere), il maestro di tutti, Kim Ki-duk autore di Ferro Tre e Pietas, il genietto del live-action YeonSanh-ho (Train to Busan), Kim Jae-woon (il più popolare in patria), il veterano Lee Chang-dong di Green Fish e il delicato Hong Sang-soo prediletto a Cannes; l’erede di Kim Ki-duk, ovvero Im Sang-soo (The Housemaid) e per finire l’attore/creatore di Squid Game Lee Jung-jae.

Uno dice: ma sono tutti usciti dalla testa di Giove in un colpo solo? In realtà no, perché appartengono a generazioni diverse e sono il frutto maturo di una cinematografia vivace fin dalla metà degli anni ’60, subito dopo la Guerra Fredda. Oggi sappiamo che vivono in un paese sempre sulla soglia della fine apocalittica (minacciato dalle testate nucleari del ras nord-coreano Kim Jong-un), in spaventosa crisi demografica (il più basso tasso mondiale di natalità), due volte uscito vincitore – a caro prezzo – dalla pandemia, dominato da titani industriali (da Samsung a Hyundai, da LG a SK), crivellato dagli scandali corruttivi e dalla paura del nemico.

Così si spiegano il ribellismo anarchico, l’utopia marxiana di ritorno, l’efferatezza visiva, la nostalgia estetica della tradizione per un popolo di artisti senza tetto né legge. In parallelo anche un’industria dell’intrattenimento che porta ancora in sala legioni di spettatori, ha solide radici di promozione nel mondo (a Firenze c’è ogni anno un festival pagato dai grandi marchi coreani) e, certo, una fortunata gemmazione di talenti individualisti e visionari: mostri post-apocalittici, serial killer brutali, investigatori romantici e disincantati (basta rivedere il meraviglioso Decision to Leave di Park Chan-wook per commuoversi), spie senza bandiera, maschi protervi e spietate femmes fatales, senzatetto dal cuore d’oro e donne in cerca d’identità.

In questo affresco di contraddizioni batte il cuore di un cinema che è perfino difficile definire, frutto di una continua miscela tra generi, stili, estetismo ed effetti speciali, utopie futuribili. Quando si affermò la generazione dei “Bastardi di Hong Kong”, al tempo di John Woo, Tsui Hark, Johnny To e Ringo Lam, fino a Stanley Kwan e Wong Kar-way, tutti abbiamo gridato al miracolo e Quentin Tarantino ha fatto il resto al tempo di Kill Bill.

Ma pochi vedevano già che in Corea del Sud c’era l’altra faccia di quel cinema asiatico capace di sovvertire le regole della visione. Perfino il nostro Marco Polo del cinema d’autore – Marco Muller – ci mise un poco per trovare la bussola tra Cina, Giappone, Hong Kong e Seoul. Il fatto è che i coreani rimpiazzavano il funambolismo dei cinesi con uno stile più elegante e comprensibile al palato europeo: sapevano fondere senza problemi la ieraticità della tradizione con le accelerazioni del tempo nuovo, il contesto rituale con l’assenza di valori e la brutalità della violenza.

Già, la violenza: non è necessariamente un marchio di fabbrica, ma di certo una costante che fa da metronomo al precipitare verso l’abisso di questa società costruita sulle contraddizioni. Se a Hong Kong si ribellavano allo strapotere cinese e al marchio coloniale anglosassone, mentre a Tokyo dovevano fare in conti con l’americanismo di ritorno che schiaccia tradizioni millenarie, a Seoul continuavano a vivere con la guerra in casa e il capitalismo arrembante: il cinema è diventato così la bandiera della protesta incistata nel sistema, un male oscuro che genera mostri ma anche visioni e utopie.

Ecco perché Squid Game è piaciuto tanto e si è facilmente esportato al sole del Capitalismo occidentale. Succede nel cinema coreano quello che abbiamo visto in questi anni anche in Israele: una cultura artistica nuova e fresca si ribella, mentre l’orrore è pane quotidiano, la nostalgia di una democrazia socialista combatte le tentazioni dirigistiche e razziste, il mito del denaro si fa padrone e la tradizione rischia di diventare oppressione.

E per concludere, la lista. Io vi propongo i miei “magnifici cinque”: Primavera, Estate, Autunno, Inverno..e Primavera (2003), il più bello di tutti. Poi l’inevitabile Old Boy dello stesso anno; The Chaser (2008), Burning (2018), Snowpiercer (2013). Accoppiare titoli e registi è un gioco da ragazzi. Ma, attenti al prossimo! Quest’anno a Cannes, a mezzanotte, scocca l’ora di Kim Tae-gon, per noi un nuovo venuto, scovato dall’infallibile Christian Jeune che affianca il direttore Thierry Frémaux nelle sue scorribande asiatiche: arriva Project Silence, farà parlare di sé.

Giorgio Gosetti
06 Maggio 2023

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