Un magistrale Castellitto centenario: on the road con Lundini per conoscere le proprie identità

Il film di Alessandro Bardani in anteprima al Giffoni FF: l’assurdità di una legge, per cui un nato non riconosciuto debba attendere il compimento del secolo per richiedere l’identità della madre

Un magistrale Castellitto centenario: on the road con Lundini per conoscere le proprie identità

GIFFONI –  Il Decreto Legge 196 attualmente in vigore, anche conosciuto come Legge dei 100 anni, dichiara che nel caso di figlio non riconosciuto alla nascita, chiamato anche N.N., le informazioni concernenti le identità dei genitori biologici possano essere fornite all’esercente soltanto dopo il compimento del centesimo anno di età. È la premessa a Il più bel secolo della mia vita di Alessandro Bardani – in anteprima al Giffoni FF, sezione Generator +18 – ma non è un prologo narrativo, a suo modo anche poetico, di certo malinconico, ma forse altrettanto epico nello spirito di un’eventuale vicenda fiabesca: piuttosto, è l’assoluta – e assurda – verità di una norma della nostra legislazione.

Il film racconta – in chiave di melanconica e finemente ironica commedia – l’assurdità di una Legge, per cui un nato non riconosciuto debba attendere il compimento del secolo per poter richiedere l’identità di chi l’ha messo al mondo.

Giovanni Andreasi (Valerio Lundini) e Gustavo Diotallevi (Sergio Castellitto) sono stati due bambini “N.N.”, entrambi poli del presente, l’uno giovane uomo ancorato al passato ignoto, l’altro centenario con una visione tutta protesa verso il futuro, e soggetto di cui il primo cerca complicità per provare a sciogliere il dramma identitario che lo attanaglia.

Bardani si dice subito dell’avviso “che l’Italia abbia bisogno di un nuovo bilanciamento: una donna deve poter partorire in anonimato, ma anche un figlio può chiedere di volerla conoscere”, e a questo punto fa riferimento allo “stato dell’arte” della situazione, ovvero che, nel nostro Paese, ci sia una intenzione legislativa che s’ispira a quella francese, per cui al compimento della maggiore età un figlio potrebbe far richiesta di voler conoscere la propria madre, la quale – tutelata da anonimato – può accogliere o meno il desiderio. Bardani conferma che, al momento, la situazione sia in stallo, “c’è la legge vecchia, ma non ancora la nuova, quindi la responsabilità è affidata al presidente del tribunale dei minori”.

Sergio Castellitto non esclude però nemmeno di valutare che “c’è anche un diritto a non volerlo sapere: in questo Gustavo è ancor più rivoluzionario”, poi per l’adesione al progetto “mi ha convinto come Alessandro mi ha raccontato il film, la sua necessità è stata convincente. Si è misurato in modo maturo con il progetto, seguendo la sua direzione di racconto ma consentendo la libertà agli attori, cosa usuale di chi sia dotato di consapevolezza”, commenta.

Mentre, tra serio e faceto, Valerio Lundini è stato “convinto dalla pièce teatrale: forse, fosse stata una cosa inedita saremmo solo rimasti amici con Alessandro. Mi ha convinto davvero la sua voglia di mettere ‘in pellicola’ la storia, per me era uno sprone”; l’attore, poi, continua – sempre fedele al suo tono, tra serio e lieve – raccontando come “non ho sentito tantissimo il peso del confronto con Sergio, che ho incontrato ‘vero’ un paio di volte prima delle riprese, perché per il resto del tempo era completamente ricoperto di trucco: durante le riprese non avevo timore reverenziale, lo consideravo un anziano, questo mi ha permesso di immedesimarmi nel badante. È stata la prima volta con Sergio: ma… pensavo ‘meglio non infastidirlo prima di girare, con 5 ore di trucco addosso…”.

Continua Bardani spiegando come “le differenze dalla pièce sono nei personaggi: lì erano ritmi molto più serrati ed era più stereotipato il vecchio scorretto come il giovane nerd. Per il film abbiamo cercato di equiparare, che fossero vittima e carnefice al contempo”. L’idea della storia nasce dalla lettura di un libro che “parla di adozione, in cui c’era questo piccolo paragrafo specifico che mi ha incuriosito, anche se di base si tratta un po’ dello stereotipo delle proprie radici”.

È simbolico, evocativo, metaforico, l’inizio della visione, in cui – fotografia in bianco&nero, per restituire il senso di passato – un bambino (Gustavo) cammina curvo perché vessato dal peso di un crocifisso grande il doppio della sua statura, che trafuga per dispetto e trascina affannato, camminando in mezzo al campo del convento per orfanelli che lo ospita, fino a che riesce a poggiare il Cristo e così stabilire un breve ma verace, e efficace, vis-a-vis con lo stesso, in cui gli parla molto francamente del suo stato ma “…siccome io so’ bono – dice il piccolo – te vojo dà ‘natra possibilità”, e da qui un parapiglia tra una pallonata al braccio ligneo del Signore e il rimprovero vivace di una monaca. Una sequenza cinematograficamente nobile ma non compiaciuta, allieva probabilmente del Neorealismo nostrano.

Nel film – ed esattamente in questo punto di snodo, tra bianco&nero e presente colorato, descrittivo e calzante – s’ascolta per la prima volta il brano musicale inedito La vita com’è, di Brunori SAS, che fa una fulminante quanto puntuale riflessione complessiva, evocando una frase del film – “noi siamo tutti in lotta contro un ergastolo invisibile” – e commentando come “l’ergastolo a cui siamo condannati è quello di voler a tutti i costi allungare la vita, o – come diceva De Crescenzo – ‘ad allargarla’”.

Tornando alla storia sullo schermo, si narra un po’ on the road nell’abitacolo di una macchina, un po’ un viaggio tra i caruggi della vita, tra vigneti e pronto soccorsi, pipì urgenti, bar “esplosi” e cimiteri: Giovanni brama, sì, di scoprire le proprie radici esistenziali, ma al contempo empatizza profondamente con questo centenario signore dallo spirito un po’ sagace e certamente vivace, donando al loro rapporto una miscela d’affetto che potrebbe essere tanto quella per un fratello, così come per un nonno.

Nella vicenda, anche Carla Signoris, nel ruolo della mamma (adottiva) di Giovanni; Suor Grazia (Betti Pedrazzini), sorella del convento in cui un anzianissimo Gustavo vive e da cui sta per partire, proprio in occasione del primo incontro con Andreasi: qui conosciamo per la prima volta Gustavo adulto, centenario, ed è gigantesco l’attore Castellitto nella sua espressione secolare – sì coadiuvata dall’estetica del trucco che ne favorisce un importante invecchiamento -, che espira nella credibilità espressiva, nella stanchezza del fisico, nella malinconia dello sguardo, che il volto scritto di rughe e le mani raggrinzite e su cui corrono superficiali le vene – seppur siano la più palese evidenza dell’età – sono anche secondarie rispetto alla maestria dell’interpretazione.

Il film gode anche dell’amichevole partecipazione di Sandra Milo.

Il più bel secolo della mia vita è una produzione Goon Films, Lucky Red con Rai Cinema, in collaborazione con Prime Video: esce al cinema dal 7 settembre con Lucky Red.

di Nicole Bianchi

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