Robert Altman,100 anni di castelli di sabbia del Picasso del cinema americano

Uno dei registi più visionari e ribelli del cinema statunitense, autore di film come 'M*A*S*H' e 'Nashville', è nato il 20 febbraio 1925


Il 20 febbraio 2025 segna il centenario della nascita di Robert Altman, uno dei registi più visionari e ribelli del cinema americano. Un autentico esploratore di nuove traiettorie, un sovvertitore di luoghi comuni, un ispirato cantore della controtendenza.

Il cinema è fare castelli di sabbia

La sua idea di cinema è chiara: un castello di sabbia costruito con altri, una struttura effimera destinata a dissolversi, ma capace di restare in piedi nella memoria degli altri.

“La cosa importante è il fare. Io paragono il cinema ai castelli di sabbia. Si riunisce un gruppo di amici, si va in spiaggia e si costruisce un grande castello di sabbia. Ci si siede e si beve una birra, arriva la marea e in venti minuti è solo sabbia liscia. La struttura che avete costruito è nella memoria di tutti, e questo è quanto. Ci si incammina verso casa e qualcuno dice: “Tornerete sabato prossimo per costruirne un altro?”. E un altro dice, “Beh, ok, ma questa volta farò dei fossati, non delle torrette!”. Ma questa, per me, è la vera gioia di tutto ciò, che è solo divertimento e nient’altro”.

La dichiarazione dello stesso cineasta di Kansas City nato il 20 febbraio 1925 nel libro Atlman on Altman racchiude con la potenza delle metafore perfette il senso della sua poetica.

L’analogia con il castello di sabbia di Altman – che dà il nome alla sua casa di produzione e al suo ufficio Sandcastle – rimane costante per tutta la sua carriera, una delle più significative e avventurose della storia del cinema americano.

Da istituzionale a rivoluzionario

Altman impara il mestiere realizzando quelli che oggi verrebbero chiamati “film aziendali” o istituzionali. Prodotti che hanno una funzione e devono farlo nella maniera più efficacia, emotiva e immediata possibile. Dal come si pratica uno sport con regole e tutto il resto alle istruzioni per la guida sicura in strada.

E intanto lui assimila altro. Impara le sue regole e si costruisce il suo manuale d’istruzioni per  padroneggiare la grammatica e il lessico del linguaggio audiovisivo,  sviluppando al contempo una straordinaria efficienza nella gestione del set. Lavorando in un contesto strettamente commerciale, assorbe i dettami del comunicare in modo chiaro e diretto attraverso le immagini, rispettando vincoli di tempo e budget ridotti. Questa disciplina si rivela essenziale quando passa alla televisione e successivamente al cinema, consentendogli di sperimentare con il suono, il montaggio e la narrazione corale. L’approccio pragmatico che sviluppa in quegli anni gli dà la libertà di sovvertire le convenzioni cinematografiche e di costruire il suo stile inconfondibile.

Nulla di tutto questo, però, lascia presagire il caos esplosivo e sovversivo di MASH* (1970), in grado di destabilizzare l’industria cinematografica, soprattutto perché non è realizzato da un enfant prodige fresco di camera, ma da un veterano di 45 anni.

InarrestAltman

Negli anni ’70, considerati l’epoca d’oro del cinema americano, Altman sembra inarrestabile: decostruisce miti e generi, ridefinendo il film corale con il monumentale Nashville (1975). Anche lavorando con le grandi case di produzione, Altman mantiene la sua indipendenza, seguendo sempre il proprio istinto. Quando consegna Braccio di Ferro (1980), un film musical con Robin Williams ipoteticamente indirizzato ai bambini, ma che lui ridefinisce a suo modo e con una carica innovativa sorprendente, la sua fama di ribelle è già oltre i livelli di guardia. È difficile da gestire per uno Studio System sempre più irreggimentato e a caccia di blockbuster dalle formule standardizzate. Un’epoca in cui i nuovi “messia” che tracciano la strada sono George Lucas e Steven Spielberg.

Altman non si ferma davanti agli argini di Hollywood e, come un fiume ostinato, trova il suo “letto” altrove, esplorando nuove nicchie creative, come quando praticamente inventa il formato del mockumentary con Tanner ’88.

Poi, con Vincent & Theo (1990) che modella il bio-pic in modo del tutto nuovo. Altman scava in modo profondo nel periodo e nell’arte stessa, trasmettendo la povertà e le difficoltà della vita dell’artista, esaltando al contempo la bellezza che egli trovava nei paesaggi circostanti.

Per non parlare del brillante gioco meta-cinematografico subito salutato come un capolavoro: I protagonisti (1992). Altman dimostra ancora una volta la sua versatilità, inaugurando un nuovo periodo di film memorabili: dall’epico affresco di vite intrecciate di America Oggi (1993) all’elegante e ironica decostruzione del giallo in costume con Gosford Park (2001).

Un Picasso della settima arte

Al di là della quantità e dell’immensa qualità delle opere realizzate, ciò che rende Altman una figura fondamentale è il suo costante ribaltamento delle convenzioni cinematografiche che però padroneggia con assoluta maestria.

Altman fa nel cinema ciò che Picasso fece in pittura. Anche il genio iberico, prima di approdare alla decostruzione del cubismo, dimostra a tutto il mondo la qualità del suo tocco “convenzionale” attraverso i periodi rosa e blu.

Liberato dai vincoli del montaggio tradizionale, inizia a muoversi liberamente nelle scene, come un segugio alla ricerca della sua verità, usando lo zoom per esempio in un modo che sembra quasi casuale, seguendo gli attori senza la rigidità dello schema classico, catturando momenti autentici e spontanei. Utilizzando microfoni separati per ogni attore, permette alla macchina da presa di allontanarsi dall’azione, lasciando agli interpreti maggiore libertà e creando un mix sonoro che può enfatizzare una conversazione e filtrarne un’altra.

Questo contribuisce alla sua volontà di trasmettere la fugacità della vita, con tutte le sue imperfezioni e i suoi momenti fortuiti.

Altman ribalta il cinema, ma non con la furia del distruttore livoroso. Anzi, in lui l’amore per la settima arte è sempre una linfa preziosa. Non nasconde mai il suo debito nei confronti di Federico Fellini e Ingmar Bergman, tanto che si possono ravvisare nel suo cinema i caleidoscopi corali del primo alternati ai momenti di riflessione intima del secondo, in particolare quando esplora il punto di vista femminile (Tre donne, per dirne uno).

Castelli di sabbia che restano

Robert Altman, nonostante un punto di vista deciso e una creatività debordante, non è mai un cavallo solitario. Come si deduce dalla citazione iniziale, riconosce sempre la natura collettiva del cinema, mettendo gli attori al centro delle sue opere e creando un ambiente in cui il confronto può prosperare. In fondo, il suo modo di fare cinema non è molto diverso dal costruire castelli di sabbia sulla spiaggia: ciò che conta è il piacere dell’esperienza e il ricordo lasciato in chi vi prende parte e in chi lo guarderà.

Altman scopre di essere malato diciotto mesi prima della sua scomparsa, ma questo non lo ferma: continua a lavorare al suo ultimo film, Radio America (2006), che lui stesso descrive come una riflessione sulla morte. Fino all’ultimo momento, Altman è immerso nella fase di pre-produzione di un nuovo progetto che avrebbe voluto iniziare a girare nel febbraio successivo, dimostrando ancora una volta la sua inesauribile passione per il cinema e la sua incrollabile dedizione al processo creativo.

autore
15 Febbraio 2025

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