Pupi Avati: “Un cinema gotico popolare e autobiografico”

In sala dal 6 marzo con 01 Distribution, L'orto americano è stato girato tra l'Iowa, la campagna emiliana e Cinecittà. Protagonista Filippo Scotti


VENEZIA – “Il cinema gotico mi è connaturato, ma mai come in questo caso. Ho fatto 54 film nella mia vita ma è la prima volta che ho la sensazione di fare il cinema, che è una cosa completamente diversa”. È un Pupi Avati orgoglioso e soddisfatto quello che presenta alla stampa il suo ultimo film, L’orto americano, in vista dell’anteprima ufficiale di stasera, in chiusura dell’81ma Mostra del Cinema di Venezia. Si tratta della decima presenza in selezione ufficiale per Avati, statistica che lo rende il regista vivente con più partecipazioni alla Mostra del Cinema di Venezia.

Girato tra l’Iowa, il delta del Po e gli studi di Cinecittà, L’orto americano – in sala dal 6 marzo con 01 Distribution – ci riporta nell’Italia del dopoguerra per raccontare la storia di un giovane aspirante scrittore italiano che, in un viaggio nel Midwest statunitense, troverà degli indizi per risolvere il caso di uno spietato serial killer attivo nel ferrarese. Tutto ruota attorno a Barbara, una donna americana di cui il ragazzo, interpretato da Filippo Scotti, si è innamorato istantaneamente e che potrebbe essere una delle vittime non ancora confermate del violento assassino. Grazie a un suo particolare rapporto con la morte, che lo vede in grado di comunicare con i defunti – se per davvero o solo nella sua testa non c’è dato saperlo – arriverà a svelare il segreto macabro che si nasconde nelle campagne emiliane. Riuscirà a farsi credere o certi misteri meritano di restare irrisolti?

“Credo di non avere inventato nulla. – spiega Pupi Avati, facendo riferimento agli aspetti più macabri del suo film, che si incentra su terribili mutilazioni genitali femminili in stile Buñuel – La storia di questo serial killer è qualcosa che sentiamo da sempre, dal mostro di Firenze in giù. L’inventiva è a zero per quanto riguarda la parte più atroce. A me, invece, interessa la parte più realistica, quella psicologica, addirittura psichiatrica. È la storia della persona più sola che ci sia: un ragazzo che non ha nemmeno un nome, che si rivolge ai suoi morti e che ha solo una donna nella sua mente. Una visione dell’amore un po’ anacronistica, perché non siamo più abituati a dire per sempre”.

Le radici di una storia gotica di questo tipo, così originali per il nostro sistema cinematografico, si nascondono nella stessa biografia del regista. “È una storia popolare e autobiografica. – dichiara – Il personaggio interpretato da Filippo sono io: sono io che ho un disturbo mentale, che parla con i morti, sono io che leggo i nomi di 200 persone scomparse a me care prima di dormire. Una persona della mia età ha molta paura di quello che sta per capitargli, per questo la sera vado a letto con un po’ d’ansia. Rivolgermi ai miei morti è come riempire la stanza della loro presenza, di quiete”.

Per realizzare quest’opera così ambiziosa, su suggerimento di suo fratello Antonio, co-produttore del film, Pupi Avati ha scelto un elegantissimo bianco e nero e un approccio registico – dai movimenti di macchina, alle scelte narrative, alle interpretazioni attoriali – che sembrano provenire direttamente dal cinema classico degli anni ’40 e ’50. “Il bianco e nero dà una forza speciale al film, riesce a giustificare le cose improbabili che accadono, a differenza di quello che accade con le immagini a colori. Sul set, vedevo i limiti della realtà, poi rivolgevo lo sguardo al monitor e dicevo: questo è cinema. È prossimo alla realtà ma non lo è. Il mio film è pieno di citazioni del cinema americano anni ‘40, spero che le abbiate riconosciute. Citazioni di tanti registi, anche europei, ma che hanno avuto successo a Hollywood, come Hitchcock”.

Tra tanti attori caratteristi – “casi umani” li ha definiti Avati – che costellano il film con le loro interpretazioni sopra le righe, a volte al limite del grottesco, si muove leggero Filippo Scotti, che, dopo il premio Marcello Mastroianni vinto per È stata la mano di Dio, torna a Venezia con un ruolo in cui recita per sottrazione. In antitesi, con la “bellissima fantasia” che lo circonda, il giovane attore si muove nei suoi abiti eleganti, impassibile, con l’unico obiettivo di ritrovare la donna che ama, in questo mondo o nell’altro. “Non avevo mai provato un’esperienza come questa. – racconta Scotti – Pupi si è messo davanti a me, parlandomi durante la scena, lo trovai strano perché quasi mi distraeva. Però poi ho capito e mi sono sentito accolto, giudicato, ma nella sua accezione positiva. Mi trovavo in una posizione in cui avrei dovuto camminare per crescere. Pupi ti dice le cose in maniera diretta e ti fa fare uno scatto, torni a casa e ti metti a pensarci”.

Con il suo look squisitamente retrò e la sua impostazione da thriller gotico vecchia maniera, L’orto americano chiude Venezia 81 con lo spirito impavido di un regista 85enne, che dopo 54 film ha ancora il coraggio di sperimentare, divertirsi e, soprattutto, “essere il più onesto possibile”, con il suo pubblico e con se stesso.

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07 Settembre 2024

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