Invelle, Simone Massi: “il cinema d’animazione offre più libertà espressiva”

Il film d'animazione presentato alla Mostra di Venezia e ad Alice nella città, vincitore del Premio Lizzani, sarà distribuito nelle sale da Lucky Red dal 29 agosto


VENEZIA – Simone Massi vive fuori dal tempo. Perso in un paesino, senza internet e tv, da venticinque anni ignora ogni media. Chino sulla carta, concentrato solo sulla propria arte, disegna un cinema fatto come una volta: senza digitale, senza pixel. Quando arriva sul grande schermo, il suo lavoro ricorda l’incisione. Ogni segno di penna (questo il suo strumento prediletto) arriva netto ma forma immagini che possono mutare d’improvviso. I corti di Massi –  premiati ai David e ai Nastri, applauditi in ogni Festival – sono imprescindibili per gli appassionati dell’animazione. A Venezia 80, dopo dodici anni di lavoro, Massi esordisce nella sezione Orizzonti con il suo primo lungometraggio: Invelle. Un racconto che attraversa metà novecento italiano in un unico flusso incontenibile, fatto di tante vite, tanti volti, tanti incontri tra spiriti del tempo e piccole esistenze. Invelle sarà distribuito nei cinema da Lucky Red. Abbiamo intervistato Simone Massi nel giorno della premiere di Invelle: ecco cosa ci ha rivelato sul suo metodo di lavoro e il futuro del suo cinema.

In passato hai diretto numerosi corti, come si adatta e cambia la tua tecnica – se cambia – in un lungometraggio?

“Sicuramente il passaggio dal corto al lungo è stato motivo di preoccupazione. Nella forma breve ero abituato a fare tutto quello che volevo senza pormi grandi problemi. Nel lungometraggio ci sono delle strutture e dei canoni che, nel bene e nel male, devi rispettare. Inizialmente questo mi ha dato più di una preoccupazione. Però consideravo la strada del cortometraggio conclusa, ho raccontato tutto quello che potevo e volevo. Ora rimane in piedi solo il cortometraggio su commissione. Realizzato tutto questo, all’incirca dodici anni fa, ho iniziato a buttare giù delle idee e una struttura narrativa che da un lato mi avrebbe permesso di realizzare il lungometraggio, dall’altro conservava le caratteristiche dei miei corti. Ho provato intanto a dividere il film in tre blocchi e a concepire ogni sequenza come un corto, non dico a sé, perché c’era comunque una sceneggiatura che legava le scene… ma smettendo di preoccuparmi del fatto che non avesse motivo d’essere”.

Invelle arriva allo spettatore come un flusso quasi onirico. Oggetti diventano panorami, poi volti, animali e così via. Come hai sviluppato a livello di sceneggiatura questo movimento continuo?

“I passaggi nella sceneggiatura non potevano essere previsti, c’è uno script più o meno classico dove sono stato attento a non esagerare con le cose che non mi piacciono. Quindi la gratuità o l’eccesso di informazioni per tranquillizzare gli spettatori: su queste cose sono stato attento perché sono cose che non mi interessano. C’erano delle libertà, le stesse dei miei corti, che sono nate dopo, che non erano in fase di sceneggiatura. Non è possibile prevederle. In quei momenti le realizzi e le risolvi sul momento, dico risolvi perché alla fine sono come delle fratture che ti obbligano a costruire un ponte sulla scena successiva. La maggior parte nascono nel momento in cui ho l’immagine finale e l’immagine di partenza. In quei casi lì, delle volte in poco tempo, delle volte con un minimo di ragionamento, riesco a capire come unire queste due scene e quale soluzione applicare, se lo zoom o la trasformazione o una panoramica. Sono cose che vengono dopo e sono il bello del mio mestiere”.

Il tuo produttore mi raccontava che negli ultimi anni, con la pandemia e la guerra che torna in Europa, lo spirito del tempo potrebbe in qualche modo essere subentrato nello sviluppo del tuo racconto. È così

 “Io sono fuori dal tempo. Vivo in un borgo isolato dove il tempo scorre in maniera diversa, dove c’è ancora una memoria storica molto presente. Ci sono molti anziani che dialogano quotidianamente con me e da venticinque anni non seguo i media. Non è difficile immaginare cosa succede, anche perché poi le stesse vicine di casa mi tengono al corrente dei mali del mondo. Però se ha influito lo ha fatto in maniera inconscia. A me interessa indagare sulle rovine che ci hanno preceduto. Sono una sorta di archeologo che si emoziona nel trovare in mezzo alle macerie un giocattolo, un oggetto, qualcosa che è appartenuto a un’altra generazione. Questo mi spinge a fare cinema d’animazione. Poi ovviamente sono contento, non so se è il termine giusto, se la chiave di lettura possa essere anche riferibile agli accadimenti del quotidiano. Sarebbe meglio di no, ma tanto sappiamo come va il mondo, quindi non ci sarebbe da sorprenderci se quello che è successo nel novecento riaccade adesso in qualche parte. È la storia dell’uomo che è così.”

In Italia – e nel mondo tutto in realtà – esiste un pregiudizio del pubblico adulto nei confronti dell’animazione. Il tuo cinema si muove in senso completamente opposto e dimostra le potenzialità di questa forma d’arte. Qualcosa però, negli ultimi anni, sembra essere sul punto di cambiare.

“È un pregiudizio che è duro a morire, ma grazie a un po’ di autori e un lavoro sotterraneo, che si è sviluppato negli ultimi trent’anni, vedo dei segnali che mi fanno essere ottimista. C’è da essere positivi rispetto al futuro dell’animazione, sarebbe ora. È una forma d’arte nobile che esiste da centoventanni. Se si riuscisse far capire che il disegno non è solo la caricatura o il disegnetto per bambini, ma c’è anche Caravaggio, Raffaello, Piero della Francesca: non è difficile, ma nel momento in cui nasce la fotografia e il cinema sembra che tutto debba essere distrutto da questa forma d’arte iperrealista che ci dice che il disegno non può competere. Per me non è vero.”

Sembra che lo spazio in cui ti inserisci, il cinema, e la forma che utilizzi, la pittura, siano in conflitto…

“Sembra, ma dal mio punto di vista non è così. Per me il cinema d’animazione ha delle libertà di espressione che il cinema di finzione non ha. Ce l’ha chi accede a budget super per fare effetti speciali, che però è comunque un’animazione. Se utilizzi il 3d per gli effetti speciali quella è animazione a tutti gli effetti. Ora c’è una commistione di genere, non si capisce più dove è il vero e dove è il falso. Il cinema d’animazione conserva in maniera netta, almeno il mio, quello tradizionale disegnato a mano, dove è evidente che è disegno di carta, ma la magia è proprio questa: l’illusione riesce a catturare l’attenzione e a emozionare, è abbastanza emozionante pensare che con dei giochi di prestigio di inizio novecento riesci ancora a catturare l’attenzione”.

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08 Settembre 2023

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