‘Finalmente l’alba’, per Saverio Costanzo ruggisce la bellezza dell’anima

Il film di Saverio Costanzo – in Concorso – girato a Cinecittà, dove s’ambienta negli Anni ’50, è la storia di una fanciulla genuina che per una notte vive un sogno/incubo


VENEZIA – Monumentale. Poetico. Puro e Feroce. Simbolico. Finalmente l’alba, dedicato “a mio padre”, dove il genitore evocato è Maurizio Costanzo, per cui il figlio Saverio (leggi qui il nostro articolo) è autore del film in Concorso. 

Dapprima è bianco&nero, sono fessure dietro cui nascondere uno sguardo, spiragli di luce e ombre come lame: intorno la voce, l’aggressività, le divise dei soldati, tedeschi. C’è un armadio, una bambina, una donna (Alba Rohrwacher), la fine quanto la salvezza sono imminenti. La scalinata di Trinità dei Monti è deserta e una musica solenne ne riempie il vuoto fisico. Questo è un film, nel film. 

E poi, sempre in un gioco di confine tra onirico e reale, in cui però il secondo si fa imprescindibile per il primo, c’è Cinecittà, quella vera, quella dello Studio 5, dei viali affollati di centurioni o di antichi romani, di tonnare umane pronte a procacciarsi una comparsata giornaliera o giovani e genuine fanciulle, magari graziose o formose, disposte a credere nell’occasione di poter fare l’attrice: è il tempo dei kolossal, sono gli anni ’50, e se la bellina Iris ha abboccato alla chiamata di un giovanotto perdigiorno e sedicente influente nel cinema, la più modesta sorella Mimosa (Rebecca Antonaci) è rassegnata a un “buon matrimonio”. 

Ma è proprio lì, a Cinecittà, che quando Mimosa accompagna Iris compie – senza scegliere – un doppio carpiato nelle possibili realtà della vita: dapprima s’intrufola maldestra in una sala di proiezione, dove sul grande schermo passano le immagini di un notiziario che racconta l’omicidio di Wilma Montesi sulla spiaggia di Capocotta (realmente avvenuto nell’aprile del ’53), anche lei aspirante attrice e di casa nella Fabbrica dei Sogni, a quanto pare; e poi, perché i divi – si sa, o almeno è luogo comune sia così – sono capricciosi, la giornata, e la nottata di Mimosa prendono la forma dell’imprevisto, dell’incanto, dell’imbarazzo, dell’eccitazione, del dolore, dell’eccesso, un turbinio di emozioni a cui la semplice fanciulla s’approccia neofita, ma non per questo lascia che la testa le giri troppo e la faccia venir meno alla coerenza con se stessa, restituendola così edificante, rassicurante, coraggiosa e quindi bellissima nella sua sfera valoriale. 

La scintilla scatenante dell’incredibile tempo di quella nottata apparentemente senza fine si chiama Josephine Esperanto (Lily James), stella del kolossal storico – storia della prima donna faraone – che si sta girando a Cinecittà, dove, tra l’altro, a uso cinematografico, Mimosa vede anche una leonessa in gabbia, naturalmente non casuale corredo credibile del contesto, ma simbolo e poi protagonista nel tempo a venire del film. 

Come in tutte le fiabe, bianche o nere che siano, anche in questa non manca “un principe azzurro”, o meglio il soggetto maschile (Sean, Joe Keery) centro di un contendere; così come appare sulla scena una sorta di angelo custode dell’animo più delicato per Mimosa, a suo modo protetta dall’empatico Rufo Priori (Willem Dafoe), raffinato gallerista americano che vive nella Capitale e amico di Josephine. 

Dal sogno all’incubo è un attimo e accade quando il quartetto – Mimosa, Josephine, Sean e Rufo – decide di recarsi in macchina a una festa, in un’elegante dimora privata a… Capocotta e qui gli occhi della diva, dapprima affascinati dalla cristallinità della signorina romana, si fanno di fuoco per il suo irrazionale impeto, e così Mimosa diviene tanto protagonista della normalità di un incontro per lei stellare, con Alida Valli (Alba Rohrwacher, quella del film che lei stessa stava guardando all’inizio della storia), che ne coglie la purezza e le suggerisce: “stai in guardia dalla nostra amica; sei il suo passatempo di stasera”; e, al contempo – suo malgrado – centro di scherno da parte di Josephine, centro di molestie, di esposizione alla cocaina, insomma l’inferno in terra è lì, esattamente nella località in cui aveva trovato la morte anche la coetanea Wilma. 

Secondo un disegno cinematografico che grandi opere hanno scelto, quello della circolarità tra prologo ed epilogo, anche questo film, che fa sentire “grande” il cinema italiano agli occhi del mondo – probabilmente riuscendo a strizzare l’occhio anche dall’altra parte dell’Oceano – opta per questo incontro tra il prima e il dopo e lì, nel tempo buio in cui la purezza ha incontrato il peccato e la perversione, Mimosa – come una leonessa – torna a camminare fiera della sua semplicità e del suo stupore, da sola, senza bisogno di eccessi né di illusioni, ma solo di casa sua. 

di Nicole Bianchi

Nicole Bianchi
01 Settembre 2023

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