‘Civil War’, fagocitati nell’incubo dall’America alle guerre sotto casa nostra

Il racconto di Alex Garland è un avvertimento adattabile a ogni contesto, non solo quello statunitense. Il film con Kirsten Dunst sarà al cinema a partire dal 18 aprile con 01 Distribution


Quale strumento, se non il cinema per elaborare le paure più grandi? E l’ombra oscura che più teme l’America è di non riuscire più a mantenere qualsiasi forma di controllo sulle spinte interne che inneggiano a uno scioglimento dello status quo. Civil War di Alex Garland, in uscita dal 18 aprile al cinema, ci apre una finestra sui timori di un popolo sull’oro di una crisi ideologica, dove le differenziazioni razziali e sociali esplodono una violenta guerra civile. A perfetta metà strada tra un war e road movie, Civil War racconta di un gruppo di giornalisti e fotoreporter composto dalla fotografa Lee Smith (Kirsten Dunst), il reporter Joel (Wagner Moura), il veterano giornalista Sammy (Stephen McKinley Henderson) e la ventitrenne Jessie (Cailee Spaeney) che si unisce “clandestinamente” alla crew e che sogna di diventare una fotoreporter di guerra proprio come Lee. Con l’obiettivo di scattare immagini sul conflitto e di riuscire a intervistare il presidente Usa (Nick Offerman) ai suoi ultimi giorni di dominio, i quattro si avviano in un pericoloso viaggio da New York fino a Washington, muniti solo di pellicola e un giubbotto antiproiettile con scritto “press” in un’odissea tra macerie e morte. Civil War è il manifesto di una nazione in piena crisi civile smembrata da due fazioni opposte: quella di un governo dittatoriale e quella delle forze secessioniste occidentali guidate da California e Texas.

Make America great again

Ad accompagnarci in questo viaggio di sola andata verso il Campidoglio sono proprio i quattro giornalisti, i quali si muovono entro i confini di un paese al collasso che non riesce più a identificarsi in alcuna ideologia, se non a quelle di origine più arcaica in merito a quale sia il vero sangue americano. Nemmeno i protagonisti riescono concretamente a riconoscersi nei propri ruoli; proprio come Lee, cinica fotoreporter che sembra aver dissolto ogni traccia di stimolo empatico dopo anni di lavoro in zone di guerra ma che, alla fine, sarà pronta a compiere il più grande gesto al fine di preservare quell’idea di speranza salvifica incarnata dalla giovanissima seguace Jessie. La stampa nel film incarna difatti una inquietante forma di distacco in cui si sforza di non prendere posizione, essenziale per il lavoro, ma contro una morale umana sempre più ridotta a brandelli dove ogni principio è dissolto. Come nella scena in cui Jessie chiede a Lee cosa farebbe se stesse morendo, scattare la foto o aiutarla? Lee la guarda freddamente e dice: “Cosa pensi?” Farebbe lo scatto, probabilmente.

Oltre il mero discorso politico

Nel film, scritto e diretto da Garland, che esce, si dà il caso, proprio nel delicato anno delle elezioni americane, si offre come una sorta di monito per evitare che tutto cada nel caos. L’opera, che rifiuta completamente l’idea di limitarsi al perimetro della sala di proiezione, non perde mai senso, a prescindere dal discorso politico, che sia repubblicano o democratico. Il film di Garland si può contestualizzare ovunque, è universale: da Kiev a Gaza, fino alla porta di casa nostra. In questo viaggio che ha tutta la struttura di un post-apocalittico ma con tutta la volontà di farsi leggere come un ammonimento, si avverte la sensazione che la diegesi voglia straripare con forza fino a stuzzicare anche la coscienza extradiegetica al fine di mostrarsi come un campanello d’allarme. La provocazione visiva è efficace e, anche se alle immagini violente di paesi devastati siamo ormai assuefatti, la composizione di Garland con dissidenti appesi ai ponti e cadaveri ammassati in fosse comuni, sferra pugni nello stomaco perché avvengono in quel che crediamo sia il calmo rifugio chiamato Occidente. Nessuna precisazione sulle forze politiche coinvolte, nessun riferimento, eppure gli scatti immortalati dalle due reporter non hanno nulla di nuovo che non si sia già visto in questi ultimi periodi.

In uno scenario sicuro trasformato in vertigine, Garland si serve di suoni sincopati su cui si muovono i passi svelti e pedinanti della testimonianza giornalistica, a qualsiasi costo. Ma il focus, di tutta questa frenesia violenta e sanguinolenta che stringe nella morsa gli USA, è quello di documentare, immortalare e congelare per sempre i macabri avvenimenti di una guerra dove a rimetterci sono tutti, soprattutto il popolo. Per questo Civil War appare proprio come un lungo incubo, in cui veniamo ingoiati e dalla quale speriamo di essere immediatamente sputati fuori.

Giulia Corsi
26 Marzo 2024

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