Alison Ellwood: “La voce di Cyndi Lauper deve essere ascoltata ovunque”

'Let the Canary Sing' è il documentario dedicato ai 40 anni di carriera di Cyndi Lauper. Abbiamo intervistato la regista Alison Ellwood in vista dell'anteprima italiana in apertura del Seeyousound International Music Film Festival


Era il 1983 quando il mondo scopriva per la prima volta il talento di Cyndi Lauper con un album d’esordio che lasciò il segno, She’s So Unusual, contenente singoli come Girls Just Want to Have Fun e Time after Time, che divennero dei veri e propri inni generazionali. Per celebrare il 40° anniversario di quel primo iconico album Alison Ellwood ha diretto il documentario Let the Canary Sing, che finalmente arriva in anteprima in Italia come film d’apertura del Seeyousound International Music Film Festival, la cui decima edizione è in programma dal 23 febbraio al 3 marzo 2024.

Come emerge dal titolo stesso, il documentario si prefigge l’obiettivo di raccontare la vicenda umana di un’artista che ha sempre portato con orgoglio l’etichetta di persona “inusuale”, fuori dagli schemi, bizzarra. Diventata un’icona per la comunità femminista e poi per quella queer, Cyndi Lauper si è saputa distinguere negli anni per un talento a 360°: un’artista a tutto tondo che si è sempre spesa per quello in cui crede, nella musica, nel teatro e nell’attivismo.

 

La regista Alison Ellwood sarà presente a Torino per presentare Let the Canary Sing al pubblico.

Alison, cosa ha significato per lei, come donna e come artista, la figura di Cyndi Lauper?

Io ero una specie di bambina hippy durante la fine degli anni ’60 e l’inizio dei ’70. Erano anni in cui protestavamo per la guerra in Vietnam, per i diritti civili e quelli delle donne. Negli anni ’80 c’è stato come un contraccolpo nei confronti di chi militava per questi movimenti, in particolare il femminismo. Cyndi ha sempre detto che il femminismo e il divertimento non sono mutualmente esclusivi. La sua voce chiedeva di essere ascoltata, ma al tempo stesso affermava che potevamo anche divertirci. Per me a quel tempo è stato un incredibile messaggio. Lei cantò la canzone Girls Just Want to Have Fun, che era originariamente scritta da Bob Hazzard, trasformandola da un inno maschilista a uno femminista. Una cosa che credo sia abbastanza spettacolare. È un aspetto che abbiamo sottolineato nel film, perché non credo che in molti la sapessero.

Cosa è cambiato dopo avere collaborato con lei?

La mia percezione di Cyndi non è cambiata, è solo cresciuto sempre più il rispetto che ho nei suoi confronti, per tutti gli sforzi che ha compiuto per far sì che la sua voce fosse ascoltata.

Cosa vuol dire per lei presentare questo film in Italia?

Sono molto emozionata di venire in Italia. Nonostante abbia vissuto in Europa per tanti anni, ho visitato l’Italia solo una volta. La mia amica Wendy Blackstone, che è la compositrice del film, vive in Italia e sarà presente con me all’anteprima. La voce di Cyndi merita di essere ascoltata in ogni parte del mondo, lei ha fan ovunque e penso che voglia solo che gli spettatori si alzino e ballino.

Perché la madre, la sorella e il fratello di Cydi hanno un ruolo così centrale nella sua vita e, di conseguenza, nel film?

Cyndi è totalmente dedita alla famiglia. Ha avuto un’infanzia difficile. Sua madre è stata fondamentale per tenere i bambini uniti. Anche sua sorella è stata incredibilmente di supporto per lei. Credo che il sostegno di Cyndi all’attivismo LGBTQ+ sia anche molto legato anche al fatto che sua sorella abbia fato coming out molto presto.

Da dove viene l’idea di inserire delle scene animate nel film?

L’idea delle animazioni è venuta fuori perché Cyndi aveva raccontato tante storie divertenti, ma ovviamente non avevamo immagini da usare. Per questo mi è venuta in mente l’idea di animarle e ho sentito questo mio amico animatore che ha disegnato degli schizzi. Li abbiamo fatti approvare da Cyndi perché non volevamo rimanesse stupita da una cosa del genere. Lei è stata pienamente d’accordo, ci ha molto supportato, perché le sue storie erano così belle che dovevano prendere vita in qualche modo.

Coma ha deciso di strutturare il film?

La struttura è sempre la cosa più difficile quando fai un documentario. È sempre molto fluida, non sai mai cosa succederà. È tutto un provare, sbagliare e riprovare ancora. Volevamo andare avanti e indietro nel tempo. Alcune delle ultime canzoni che Cyndi ha scritto, per esempio, raccontavano di quando era bambina e quindi erano perfette per raccontare la sua infanzia.

Una delle frasi più belle del film è: “non voglio fare una hit, voglio fare una hit che significhi qualcosa”. Un concetto che non si sente molto spesso nella musica pop.

Tutte le sue canzoni significano qualcosa, per questo lei è un’artista così importante. Non c’entrava solo il fatto di creare una canzone pop che fosse una hit, lei voleva mandare un messaggio. E lo ha fatto con ogni singola canzone. Ha sempre avuto una chiara visione di chi fosse, di cosa parlasse la sua musica e di cosa volesse raccontare.

Carlo D'Acquisto
21 Febbraio 2024

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