50 anni di ‘Professione: Reporter’. Antonioni e Jack Nicholson senza Patty Pravo

Il quattordicesimo film del maestro ferrarese, interpretato anche da Maria Schneider nel ruolo che prima fu offerto alla cantante italiana, compie mezzo secolo dall’uscita nelle sale, il 28 febbraio 1975


The Passenger è il titolo originale, Professione: Reporter quello italiano. Una co-produzione tra Francia, Italia, Stati Uniti, Spagna, quella con Michelangelo Antonioni dietro la macchina da presa per il suo 14esimo film, di cui ricorre mezzo secolo dalla distribuzione nelle sale italiane, era il 28 febbraio 1975, seppur la data ufficiale d’uscita sia considerata quella francese, il 18 giugno dello stesso anno, dopo aver partecipato in Concorso a Cannes: tradizionalmente la kermesse cannoise preferisce titoli inediti ma senza regole ferree imposte sull’uscita nei singoli Paesi d’origine, così quella nostrana anticipata non compromise l’eleggibilità per la selezione principale.

Professione: Reporter è una di quelle storie attuali anche a distanza di 50 anni: è tutt’ora un titolo di contemporanea modernità, capace di parlare al pubblico del presente; continua a essere calato nell’oggi per linguaggio cinematografico innovativo, temi esistenziali che affronta e capacità di anticipare il senso di alienazione tipico della nostra epoca.

Quello di Antonioni per il film è un linguaggio cinematografico rivoluzionario: l’autore ferrarese ha sempre sfidato le convenzioni narrative del cinema classico e Professione: Reporter ne è esempio perfetto, il regista rifiuta la linearità del racconto tradizionale, preferendo un cinema di sottrazione e di attese, dove l’azione è ridotta al minimo e le immagini parlano più delle parole. La celebre scena finale, un unico piano sequenza di 7 minuti, continua a essere studiata nelle scuole di cinema per la sua complessità tecnica e per come riesca a sintetizzare il senso del racconto. Il suo approccio visivo ha influenzato registi contemporanei come Fincher, Nolan e Sorrentino, che hanno ripreso la lezione “antononiana” sull’uso dello spazio e sulla costruzione del tempo; oltre alla sua attualità, Professione: Reporter è una vicenda che ha segnato la Storia del Cinema: ha ridefinito il concetto di narrazione visiva e spinto oltre i limiti del linguaggio cinematografico.

Per Antonioni ricorre ancora il tema dell’identità e della fuga da se stessi: qui il protagonista, David Locke (Jack Nicholson), è un giornalista che si trova a poter ricominciare da zero, assumendo l’identità di un altro uomo. Il suo viaggio non è solo fisico ma soprattutto interiore, una riflessione sulla possibilità (o impossibilità) di sfuggire alla propria esistenza; è una tematica decisamente attuale nel tempo in cui i social media e la tecnologia ci permettono di costruire identità alternative. Il desiderio di evasione, il bisogno di reinventarsi e il senso di insoddisfazione esistenziale che pervadono la trama sono sentimenti che risuonano profondamente anche nelle giornate quotidiane di tutti noi.

Professione: Repoter è un film che anticipa l’alienazione della società moderna. L’alienazione è proprio uno dei temi centrali del cinema di Antonioni e questo titolo la esplora con particolare intensità: Locke si muove attraverso paesaggi spogli e città vuote, metafore della sua solitudine interiore. In una dimensione sociale sempre più connessa, ma paradossalmente isolante, la sensazione di estraniamento vissuta dal protagonista è decisamente contemporanea. Il film sembra capace di precorrere i tempi e, in particolare, l’inquietudine dell’era digitale, in cui l’individuo è costantemente alla ricerca di significati, in un mondo che sembra offrirne sempre meno.

Jack Nicholson ha definito questo film uno dei più importanti della sua carriera, proprio perché gli abbia permesso di esplorare un nuovo modo di recitare, più sottile e meno teatrale; e anche Maria Schneider, con la sua interpretazione spontanea, ha dato un contributo essenziale all’atmosfera: la sua “ragazza”, questo il ruolo dell’attrice francese, fu dapprima offerto a Patty Pravo che, evidentemente, lo rifiutò, seppur Antonioni – per la sua sensibilità a profili carismatici e fuori dagli schermi – avesse pensato a lei perché affascinato dalla personalità magnetica e anticonformista della cantante, sfumature che s’adattavano perfettamente al personaggio femminile del film, enigmatico e libero. Nicholson, noto per la sua intensità recitativa e i suoi ruoli sopra le righe, con Antonioni offre una performance contenuta e interiorizzata, perfettamente in linea con l’estetica del Maestro italiano: il suo David Locke è un uomo che cerca di mettersi in fuga dal proprio Io, ma senza convinzione, quasi accettando passivamente il destino. Nicholson lavora sui dettagli in maniera sofisticata: il modo in cui fuma, lo sguardo disilluso, il tono di voce dimesso, insomma non è il Nicholson istrionico di Shining o Qualcuno volò sul nido del cuculo, ma una presenza silenziosa e tormentata. Maria Schneider, in quel momento reduce da Ultimo tango a Parigi, interpreta – con un’aura di mistero e sensualità – la misteriosa fanciulla che accompagna Locke nella sua fuga. La sua recitazione è delicata e spontanea, in contrasto voluto con la rigidità emotiva del protagonista. Il personaggio di lei è meno definito dal punto di vista psicologico, ma la sua leggerezza e il suo desiderio di libertà restituiscono il cercato contrappunto alla cupezza di Locke. In due battute – letteralmente – si può cogliere il senso di tutta questa rete di complessità esistenziale: la prima, quando Locke domanda: “Sei mai stato in un posto e hai lasciato tutto dietro di te? Davvero tutto?”, una frase che riassume il bisogno di fuga del protagonista, ma anche la sua illusione di poter davvero cambiare identità; mentre un altro interrogativo lo pone il personaggio della Schneider: “Cosa vedi quando guardi indietro?”, una domanda semplice quanto profonda, che mette in luce il tema della memoria e dell’identità, cardini di questo racconto cinematografico.

Nicholson non ha mancato di esprimere grande apprezzamento per Professione: Repoter e per la collaborazione con Antonioni: in un’intervista del ‘75 al “Los Angeles Times” ha dichiarato: “Antonioni è un regista che ammiro profondamente. Lavorare con lui è stata un’esperienza unica che ha arricchito la mia prospettiva sul cinema.” Ha inoltre sottolineato come il ruolo di David Locke sia stato una sfida stimolante, che gli abbia permesso di esplorare nuove sfumature nella recitazione. Successivamente, riflettendo sulla sua carriera, l’attore ha menzionato Professione: Repoter come uno dei film a cui è più legato, evidenziando l’importanza del progetto nella sua evoluzione artistica, affermando: “Quel film mi ha permesso di esplorare profondamente il concetto di identità e alienazione, temi che ritengo fondamentali.” Queste dichiarazioni sottolineano l’importanza discriminante che il titolo abbia avuto nella carriera di Nicholson e, dunque, come il senso del cinema di Antonioni l’abbia segnato.

Nella versione italiana, la voce di Jack Nicholson è quella di Giancarlo Giannini, che riesce a restituire la disillusione e il tormento interiore di Locke, con un’interpretazione misurata e priva di eccessi. Il tono è meno impetuoso rispetto a quello che il nostro attore ha usato per altri doppiaggi di Nicholson: qui calibra con maestria il senso di stanchezza e fatalismo del personaggio. La voce di Giannini si fonde con il ritmo lento del film, concorrendo a creare quell’atmosfera sospesa e ipnotica tipica del cinema di Antonioni.

Una considerazione, quest’ultima, che si connette alla riflessione sulla regia di Professione: Reporter, sintesi della poetica di Antonioni: il regista sottrae piuttosto che sommare, lavora per ellissi, lascia che lo spettatore riempia i vuoti tra un’inquadratura e l’altra e così il viaggio di Locke, dall’Africa alla Spagna, si trasforma in una fuga senza scampo. Antonioni sceglie e mette in scena ambienti desertici, hotel spogli, città che sembrano disabitate, per evocare l’horror vacui interiore del protagonista. L’uso del colore è essenziale quanto sostanziale, con tonalità terrose e ocra che si fanno specchio dell’aridità emotiva del giornalista. Come accennato, la sequenza più simbolica del film è il celebre piano sequenza finale, in cui la macchina da presa – per la durata di 7 minuti, appunto – attraversa lentamente una grata di ferro e si allontana, affidando così il protagonista alla sua sorte. La scena è un perfetto esempio di come Antonioni rifiuti il montaggio classico, preferendo il fluire dell’immagine, per esprimere il destino ineluttabile dell’essere umano. È questa sequenza che permette di provare a “essere su quel set”, infatti uno degli episodi più particolari della lavorazione riguarda proprio il suddetto celebre piano sequenza: Antonioni voleva realizzare un movimento di macchina senza stacchi, che uscisse lentamente dalla stanza di Locke, attraversando la grata e aprendo lo sguardo sul piazzale esterno. La tecnologia dell’epoca, però, non permetteva ancora l’uso dei droni o di stabilizzatori sofisticati così la troupe costruì un binario speciale e una grata smontabile; la macchina da presa venne collocata su un carrello e, al momento giusto, la grata venne smontata in silenzio per permettere alla mdp di oltrepassarla senza interruzioni. Il risultato è che con questa soluzione sia stata “scritta” una delle sequenze più iconiche della Storia del Cinema.

Dal punto di vista della narrazione, Professione: Reporter è basato su un soggetto originale scritto da Mark Peploe, non è quindi un adattamento diretto di un romanzo preesistente, ma la storia trae ispirazione da tematiche letterarie esistenzialiste e dal concetto di fuga identitaria, elementi ricorrenti nella letteratura europea e americana del Novecento. Tuttavia, dopo l’uscita del film venne pubblicato un volume omonimo, Professione: Reporter, di Antonioni e a cura di Carlo Di Carlo, “dal soggetto al film”, che segue lo scritto cinematografico e può essere considerato come una novelization. 

Dopo 50 anni, Professione: Reporter resta un capolavoro della sottrazione e del silenzio, un film che sfida lo spettatore a riempire gli spazi lasciati fatui dal suo autore. Con un’estetica ipnotica e le riflessioni esistenziali continua a essere una pietra miliare del cinema d’autore, confermando Antonioni come uno dei più grandi maestri di questa Arte. Il tempo non ha scalfito il fascino di Professione: Reporter: anzi, lo ha reso ancora più prezioso, un classico senza tempo che continua a interrogare lo spettatore con il suo silenzio, i suoi paesaggi e il suo enigmatico protagonista. Il film è una riflessione sull’identità, la libertà e la gabbia che ciascun individuo rappresenti per sé medesimo. Con il suo stile rarefatto e il magistrale uso dello spazio e del tempo, Antonioni costruisce un’esperienza cinematografica che supera il racconto per farsi indagine esistenziale.

Professione: Reporter ha ricevuto diversi riconoscimenti: nel 1976 ha vinto due Nastri d’Argento, per Miglior Regista – Michelangelo Antonioni e Migliore Fotografia – Luciano Tovoli; nello stesso anno ha ricevuto il Bodil Award per il Miglior Film Europeo. Per quanto riguarda i riconoscimenti personali di Michelangelo Antonioni ricordiamo, tra gli altri:

Orso d’Oro al Festival di Berlino per La notte, 1961

Leone d’Oro alla Mostra di Venezia per Il deserto rosso, 1964

Palma d’Oro al Festival di Cannes per Blow-Up, 1967

Oscar Onorario per il suo contributo al cinema, 1995.

 

 

 

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28 Febbraio 2025

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