Willem Dafoe a Taormina: “Amo la commedia all’italiana e i film in pellicola”

Si è tenuto l'ultimo appuntamento aperto al pubblico del Taormina Film Festival: una masterclass in cui hanno dialogato il celebre attore Willem Dafoe e il regista Abel Ferrara


TAORMINA – Per concludere un 69mo Taormina Film Festival strabordante di buoni propositi, ma falcidiato dagli inconvenienti per pubblico e stampa – come i continui ritardi, gli orari proibitivi delle proiezioni, l’assenza di talent ed eventi annunciati, la chiusura anticipata della sala congressi – si è tenuta una masterclass tanto interessante, quanto problematica. Con centinaia di persone che sono accorse a sentire dialogare i mitici Abel Ferrara e Willem Dafoe in una sala troppo piccola e mal amplificata, con cinque statunitensi sul palco (i due ospiti, due giornalisti e il direttore Wissman) e nessun interprete professionista a gestire la conversazione. 

Qualche cosa andrebbe rivista, insomma, anche se c’è la parziale scusante dei pochi mesi con cui si è organizzata la kermesse. Il pubblico di certo non si è lamentato dell’occasione di potere dialogare per la prima volta (Ferrara ha già tenuto una masterclass qualche giorno fa) con l’iconico attore di film come Platoon, L’ultima tentazione di Cristo, Spider-Man, Pasolini, Van Gogh, The Lighthouse e tanti altri. 

“Io e Abel abbiamo lavorato insieme per sette volte ma siamo amici da 20 anni, ci sono stati grandi cambiamenti nelle nostre vite, tra cui quello di trasferirsi in Italia, cosa che ha rafforzato la nostra amicizia. – esordisce Dafoe – Avevamo la stessa idea di cosa volevamo fare nel futuro. Lui è il regista, è colui che decide. Io cerco di rispettare la sua visione. Come attore posso permettermi di essere irresponsabile, la responsabilità è tutta sua”.

Sulla differenza tra film indipendenti e Blockbuster hollywoodiani: “Fare un film è sempre spaventoso: è un’esperienza caotica, appassionante. Lavorare in un film indipendente vuol dire avere risorse limitate. Ti costringe a ignorare tutto ciò che sta al di fuori dell’inquadratura, ti devi concentrare solo sulle cose importanti”. 

Tommaso era un film senza sceneggiatura, era improvvisato. – racconta parlando del film uscito nel 2019 – Non si possono sempre fare film così, perché gli attori non sono scrittori, non gli puoi dare questo potere. C’erano anche attori non professionisti, location che avevamo trovato personalmente. Un metodo radicale perché non stai interpretando qualcosa di scritto ma stai vivendo nel momento. Mi è stato molto utile quando poi mi sono dedicato al puro teatro, mi ha insegnato molto”. 

L’attore si è speso molto a parlare di nuove tecnologie e della rivoluzione che hanno apportato: “Penso che sia fantastico che ora si possano recuperare film indipendenti sulle piattaforme. Ma lo streaming è troppo facile, ci si distrae perché è il film che viene da te. Al cinema sei tu che devi andare verso il film. Puoi vederlo con altre persone, sconosciuti che reagiscono alle emozioni insieme a te. Diventa un’esperienza sociale affine a quella teatrale”. 

“Molti ormai girano digitalmente. – aggiunge – Puoi fare infiniti take. Chi fa teatro come me c’è abituato, non mi dispiace ripetere, ma sono due tipi diversi di performance. Quando lavori con registi che usano ancora la pellicola, come Eggers, la qualità è diversa, dei essere più disciplinato. La pellicola è più sfidante. E poi c’è un valore anche negli errori”.

Interrogato sulla possibilità di trasformare alcuni suoi film in serie, Dafoe risponde: “Il problema delle serie è che non c’è disciplina. Appassionano perché segui i personaggi per tanto tempo e ne diventi amico, come in una telenovela. La cosa più bella del cinema per me non è la storia: è la luce, la musica, il movimento della camera, la recitazine. Con le serie si perdono gli elmenti cruciali del cinema”.

Le commedie italiane classiche erano capaci di raccontare la realtà sociale. – conclude l’attore – Sono uno dei miei generi preferiti. Mi dispiace che la tv stia facendo perdere agli italiani il contatto con la propria eredità cinematografica. Pasolini era un visionario, ha predetto il futuro. Per me ha avuto senso fare il film anche solo per sentire le parole della sua ultima intervista. Qui c’è più rispetto per il regista, il pubblico lo conosce e lo segue, in America spesso è sconosciuto. Spesso non ha neanche il diritto al final cut”.

Carlo D'Acquisto
01 Luglio 2023

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