Spello, il valore drammaturgico del Suono da ‘La grande bellezza’ ai trattati di psichiatria

Il Festival dei Borghi Umbri inaugura con la mostra curata dal sound designer Matteo Bendinelli, allestita in collaborazione con l’Associazione creatori di suoni e con lo I.E.D. di Milano


Se si pensa al cinema, si pensa istintivamente all’immagine, come prima impressione che solleciti i sensi chiamati a vivere questa arte, eppure se la vista è in prima linea, non di meno lo è l’udito, e non solo per correre sul filo della narrazione parlata ma anche per recepire, metabolizzare, e creare in sé l’emozione che nasce con il Suono.

Una mostra a tema, proprio dedicata al Suono, battezza l’inaugurazione* del Festival del Cinema di Spello e dei Borghi Umbri, che la cura con Matteo Bendinelli (sound designer e creatore di suoni) e l’Associazione creatori di suoni: l’esposizione, nelle sale degli spazi Sant’Andrea del borgo, dall’8 al 17 marzo.

Matteo, la mostra – in collaborazione con l’Associazione e con lo I.E.D. di Milano – si annuncia costruita tra installazioni sonore e multimediali interattive. Come s’articola e si svela allo spettatore, come introduce al concetto di Suono del cinema?

È stata pensata come un percorso dentro il nostro mestiere. L’occasione di Spello è certamente la migliore possibile, in quanto Festival dedicato alle professioni del cinema: il nostro lavoro è molto dietro le quinte, sebbene presente nelle vite di tutti noi, perché il suono ci circonda a 360° sin dalla culla. Questa mostra, oltre a essere dedicata anche alla scomparsa di Federico Savina, con una stanza a tema, prevede altre due stanze: nella prima, un’installazione multimediale in quadrifonia, a cura degli allievi dello I.E.D. di Milano, corso di Sound Design, che hanno cercato di dare forma all’audio immersivo; le installazioni sono due in quadrifonia a loop, e poi ci sono 7 QR code che rimandano a tutti i progetti, perché così belli che abbiamo scelto con Donatella Cocchini – presidente dell’Associazione Culturale di Promozione Sociale “Aurora” APS, e ideatrice del Festival – di non escludere nessuno: così, con le cuffie, è possibile immergersi nell’ascolto. La seconda stanza, poi, è realizzata dall’Associazione creatori di suoni, con un’installazione manuale; è ricreato un ‘angolo del rumorista’, con la ricostruzione di una piccola sala rumori, per mostrare gli oggetti che i rumoristi (foley artist) utilizzano; ci sarà anche un mini documentario, in cui abbiamo intervistato dei professionisti, in particolare dei foley artist appunto, che apportano matericità ai protagonisti, come se fossero doppiatori dei loro movimenti e suoni. Inoltre, si aggiunge un corridoio, con una mostra fotografica di immagini storiche e articoli di giornale, e l’aggiunta di un percorso poetico di aforismi sul suono, perché secondo me i primi sound designer della Storia sono stati i poeti, che con le loro figure retoriche hanno delineato anche un immaginario sonoro, penso a Pascoli.

Qual è stato in particolare il contributo degli allievi dello I.E.D. e qual è il valore aggiunto della generazione che rappresenta il futuro del Suono applicato al cinema?

Ho voluto dapprima parlare con il docente Painè Cuadrelli, coordinatore del Corso, restituendogli delle sensazioni e spiegandogli lo spirito del Festival, lasciando poi liberi gli allievi di portare le loro proposte. Quindi, dopo i nostri input, la loro creazione è stata libera, hanno liberato la loro fantasia, che noi possiamo ascoltare. La creatività di questi ragazzi mi ha lasciato proprio spiazzato, mi hanno stupito perché mi sono messo nei loro panni, anche da ex studente io stesso dell’Istituto di Roma. Credo sia stata una cosa utile potersi approcciare a un tipo di installazione sì sperimentale dal punto di vista tecnico, ma – proprio per le linee guida che gli abbiamo dato, di ‘sonorizzare di un Festival’ – la cosa buona per loro è l’occasione di un inizio di collaborazione e applicazione effettiva del mestiere; per il loro futuro e a livello curricolare è qualcosa di importante, è un progetto che potrebbe aiutarli a mettersi in gioco in questo mestiere, lo dico anche da docente (di Sound Design, allo I.E.D. di Roma), che li ha vissuti durante il Covid, per cui questa è anche un’opportunità per permettergli di pensare: ‘rinasciamo’.

Ci introduce meglio alla comprensione di quando un suono diventi narrativo? Perché non è ‘solo’ un dettaglio di corredo audio, ma un imprescindibile elemento di sceneggiatura?

La mia concezione di ‘suono’ è proprio che quest’ultimo parta dalla scrittura. Se si legge una sceneggiatura c’è il racconto di uno scenario visivo ma anche sonoro: a me piace leggerle proprio per capire come il regista si immagini il suono, per avere degli stimoli sonori. Il suono serve anche per puro riempimento, e sul set la registrazione del suono è incentrata sulla performance degli attori, per cui noi siamo svincolati alla presa diretta, quindi andiamo a realizzare il supporto alla pd, ma il nostro lavoro serve a ricostruire il suono lì dove manca e serve – penso a film come Interstellar o Gravity – ed è dunque un intervento drammaturgico alla scena. Se vogliamo restituire straniamento o paura, questi li si danno con il suono, è anche una tecnica che si utilizza per imparare a fare Suono, quella del Mascheramento: se tu guardi un horror e durante una scena di paura lo muti non ti fa più paura, quindi immagine e suono non sono prescindibili l’una dall’altro; non a caso si parla di ‘audio-visione’ e non di ‘visione-audio’.

La sensazione popolare è che il suo sia un mestiere che goda di altissime opportunità tecnologiche, ma certamente c’è una forte componente artigianale. Come convivono questi due spiriti nella creazione vera e propria del suono?

Il nostro lavoro va di pari passo con la tecnologia, come molti: la differenza non è il mezzo ma la fantasia. Il suono parte dall’immagine ma anche dalla fantasia di ciascun creatore: io posso usare Pro Tools per sincronizzare i suoni sulla scena ma devo sentirla guardandola, io me la creo in testa e poi la tecnologia è utile per arrivare a un risultato; la fantasia è la variabile, affinché non risulti essere solo un esercizio meccanico. Prima si registrava su nastro magnetico, ora con registratori digitali ma, comunque sia, il rumore bello del vento, del mare, tu devi registralo personalmente, e il foley artist in particolare non è che ricorra alle library di passi ma li rifà totalmente, per cui è certamente ancor più artigiano di me; se una scena prevede una signora che indossa dei tacchi e cammina su un pavimento di legno, il rumorista deve prendere dei tacchi, un pavimento di legno, e riprodurre il suono. Il mio lavoro è un po’ più tecnologico perché ha a che fare con plug-in, programmi, sintetizzatori, però di base puoi avere tutta la strumentazione che vuoi ma se non hai la fantasia l’aspetto artistico viene meno.

Domenica 10 marzo, nell’ambito del Festival, è in calendario un convegno sul Suono del Cinema: qual è l’intento di questo incontro, aperto al pubblico? Quali sono i temi dibattuti per comunicare ai non addetti al lavori le peculiarità del vostro mestiere?

La conferenza è divisa in due parti, quella in ricordo di Federico Savina, e poi il Suono nel Cinema: andremo a raccontare a tutti quello che accade nel mondo sonoro; se interrogassi qualcuno sul suono, dopo un film , tutti – o quasi – sarebbero certi che il suono della campana, della macchina, del vento, siano stati ripresi sul set, quando in realtà c’è un’intera squadra dedicata – effettisti sonori, foley artist, montatori dei dialoghi, che implica un lavoro anche di post-produzione complicatissimo, al fine di far sentire il suono a chiunque, perché universale. L’incontro prevede una rappresentanza della filiera: con me, Filippo Barracco (montatore di presa diretta), Riccardo Gruppuso (fonico di mix), Marco Garavaglia (montatore), e ancora Toni Trupia, Roberto Boarini, Sergio Bruno (CSC) e l’ingegnere del suono Marco Romanelli, un ponte tra le due parti della conferenza. Il convegno, anche dopo aver visto la mostra, è un approfondimento per far capire a tutti – senza tecnicismi – come si arrivi al suono, perché tutti per Colonna Sonora erroneamente intendono la Musica, mentre c’è una divisione in tre colonne, ovvero dialoghi, effetti e musica.

Lei ha collaborato anche a La grande bellezza di Sorrentino, e a più d’un titolo passato per la Mostra di Venezia, ma, pensando al cinema più recente – magari a quello presente agli Oscar 2024 –  dove rintraccia i più interessanti lavori sul suono?

Ricordando La grande bellezza torna l’artigianalità: lì, il sound designer Mirko Perri aveva bisogno di suoni nuovi, suoni di Roma, e mi chiese di dargli una mano a registrare dei suoni specifici, dai gabbiani alle fontane; mi è valso il titolo di field recordist (versione Oscar) e anche montaggio effetti sonori (versione Director’s Cut), era la prima volta che comparivo nei titoli di coda di un film, un battesimo fortunato a 22/23 anni! La mia identità sonora è proprio creare i miei suoni. Più recentemente ho avuto l’opportunità di lavorare per Enea di Pietro Castellitto. Ci sono poi film che si prestano di più a una elaborazione sonora, come Amusia, che parla di una malattia neurologica che non ti fa sentire la musica, quindi mi sono dovuto inventare un suono che non esiste, o meglio che è nella testa degli amusici, per cui mi sono dovuto leggere diversi trattati di medicina, ho parlato con neurologi e psichiatri, per capire come potessero avvertire questo suono, creandone poi uno mio di fantasia, che potesse essere su base medica ma anche bello e funzionale a livello drammaturgico. Pensando agli Oscar, il film di Matteo Garrone ha un lavoro di suono veramente bello, però mi ha proprio colpito quello di Oppenheimer, con un suono con risoluzioni sonore molto belle, oltre che della lavorazione di suono e musica insieme. Il Suono richiede di azzardare, anche a rischio di errori, perché – si sa – le migliori scoperte della Storia sono accadute proprio sbagliando, per cui bisogna aver coraggio e voglia di sperimentare.

*Il taglio del nastro della 13ma edizione del Festival è in programma per venerdì 8 marzo alle 17.30 al Palazzo Comunale di Spello; a seguire, l’inaugurazione delle mostre.

08 Marzo 2024

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