Roberto Delvoi e l’asfalto che suona

Parola al regista di un doc on the road, nelle tappe mai immobili della sperimentazione e dell’audacia musicali della Collana discografica di musica anti-classica 19'40'': la crew dal vivo dopo l’anteprima


TORINO – La musica che racconta la musica, e la suona, anche dal vivo.

Asfalto che Suona – Un Viaggio Senza Meta di 19’40’’ di Roberto Delvoi è un film on the road, sulla strada della musica, una strada che non accompagna a un’unica destinazione ma che apre all’esplorazione di vie senza confini di genere e stili.

Il film è un viaggio, proprio come dichiara il titolo stesso, un viaggio dallo spirito picaresco – non si potrebbe definire altrimenti -, nelle tappe mai immobili della sperimentazione e dell’audacia musicali della Collana discografica di musica anti-classica 19’40”, dedita alla promozione di un approccio trasversale e non gerarchico alla musica. I fondatori Enrico Gabrielli, Sebastiano De Gennaro e Francesco Fusaro, assieme al direttore d’orchestra Marcello Corti, raccontano il proprio lavoro in questo documentario, nella sezione Into The Groove di SYS, poi “uscendo dallo schermo” per l’esibizione live, a conclusione dell’anteprima italiana: giovedì 29 febbraio ore 21, Cinema Massimo.

Roberto, cominciamo dal titolo, Asfalto che suona: come lo si legge sembra già capace di produrre un suono. Come nasce l’idea e qual è il suono dell’asfalto, secondo il senso del suo film?
Asfalto che suona riprende un film francese, un noir degli Anni ’60, Asfalto che scotta, bellissimo: il mio film è stato fatto durante più viaggi e io ho cercato di capire come fare un film sulla musica, dove si dovesse sentire la musica, e quella del paesaggio mi sembrava fosse la soluzione migliore; il paesaggio in autostrada era un po’ noioso, e allora ho scelto qualcosa di ancor più noioso, l’asfalto. Era un espediente per far sentire la musica mostrando queste strisce continue, ripetitive, noiose ma che permettevano ci si potesse perdere dentro al suono. Questa mi sembrava l’unica alternativa per far ascoltare dei brani senza mettere delle immagini, con il rischio di portare l’immaginazione da un’altra parte.

La scelta dell’on the road, che è un genere specifico, da cosa è stata motivata e ha avuto dei riferimenti cinematografici specifici?
L’on the road è stato l’escamotage per portare avanti il discorso musicale: volevo evitare di farli sedere e intervistarli; era qualcosa che volevo davvero evitare, soprattutto con dei personaggi non conosciuti, e l’on the road è stata proprio una scelta, tanto che a volte si sono messi in macchina anche se non dovevano andare da nessuna parte, ma spinti da me che gli dicevo: ‘vorrei parlarvi’, così salivano in macchina e ci si faceva un giretto; credo potesse funzionare meglio così. I riferimenti sono talmente tanti che uno li immagazzina nel subconscio, ma non ne ho avuto uno esplicito.

Questo film racconta sì uno spaccato dell’arte della musica, ma prima di tutto racconta degli esseri umani, che fanno musica: come ha costruito il doc per far sì che gli individui non restassero strumenti per narrare la Musica, ma fossero protagonisti assoluti?
Prima mi sono approcciato in maniera molto silenziosa perché volevo capire con chi avessi a che fare, poi mi sono ritrovato delle persone meravigliose, con una forte conoscenza della musica, a 360°, quindi non solo musica classica, nonostante siano tutti provenienti dal conservatorio e il loro terreno sia la musica scritta, ma anche con altre ambizioni: l’aver fatto questa Collana è stato un aprirsi a un pubblico più vasto, oltre che un non rinchiudersi nelle traettorie tradizionali. Mi hanno affascinato, mi sono piaciuti, li ho contattati e così ho portato avanti il documentario, seguendo i loro spostamenti. Loro hanno un passato molto ricco e una cosa che mi ha davvero affascinato è che andassero controtendenza col mercato: la loro è una Collana su abbonamento, cioè per avere i loro dischi bisogna fare un abbonamento, questa cosa mi ha molto affascinato.

Con il suo film si riflette su qualcosa che si sa, ma quasi mai ci si sofferma a pensare, e cioè che ‘musica’ sia tanto la poesia della chanson francese quanto le colonne sonore dei videogiochi: il doc riesce a amalgamare e far ribollire insieme una gran quantità di possibilità musicali. Quanto è stato scritto questo film, quanto è stato improvvisato, quanto ha contato la scrittura in montaggio?
La scrittura in montaggio è stata fondamentale. Io ho prettamente raccolto materiale, e tra questo c’è sicuramente quello dettato ‘dal momento’, come quando Enrico cade con lo skate: non poteva essere scritto. Però, per altre cose, c’era una sorta di linea guida: era come se fosse un po’ tutto scritto nella mia testa, anche se non è stato scritto sulla carta; loro non sapevano nulla di quello che avevo in mente, è stata tutta una sorpresa, perché mi vedevano lì accanto ma senza capire esattamente quello che stessi facendo. Era come se questo film l’avessi già visto completo, i personaggi mi sembravo fatti apposta per essere delle figure che si presentavano bene a uno spettatore, e ognuno con le proprie caratteristiche, che ho cercato un pochettino di evidenziare: chi più giocoso, chi più serioso, o quello più bacchettone che è il direttore d’orchestra; ho accentuato degli aspetti, cercando di far emergere le personalità.

Da un punto di vista tecnico, tutta questa musica raccontata e fatta ascoltare, ha comportato complessità in fase di sound design, di mix audio, di finalizzazione della colonna sonora?
Nessuna difficoltà perché sono dischi da loro prodotti, per cui sono andati al mix abbastanza facilmente. La difficoltà era mettere il pezzo giusto, perché con mio grande dispiacere molte cose non potevano essere usate: per esempio, loro hanno fatto un disco veramente molto bello di musica spirituale, con all’interno Arvo Pärt, Battiato e altri musicisti, tutti famosi, che non ho potuto mettere, peccato. Quindi ho avuto delle limitazioni ma il loro repertorio è talmente vasto che non ho certo fatto fatica.

Il doc lascia la sensazione che i protagonisti, e la loro musica, abbiano ancora parecchio da raccontare, non perché il film restituisca senso di incompiutezza, ma proprio nel nome di una musica senza confini. Con loro, avete pensato alla possibilità di un secondo capitolo?
No, perché tendo ad allontanarmi dai progetti che concludo, quindi non farò il secondo perché non avrebbe senso. Credo che questo film sia un’introduzione al gruppo, per farli conoscere e seguire: meritano ed è un peccato che siano un po’ limitati a una cerchia ristretta e credo il film possa dargli questa possibilità. Un secondo capitolo correrebbe il rischio di rifare più o meno la stessa cosa, uno è sufficiente.

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29 Febbraio 2024

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