Produttori a confronto, Barbareschi: “tra USA e Italia manca reciprocità”

Scambio di opinioni e sfid, tra produttori hollywoodiani e italiani messi a confronto sul palco dell'AVP Summit a Trieste. Problemi simili, soluzioni diverse, uguali risultati (sempre più negativi)


America chiama Italia. E viceversa. Messi a confronto sul palco dell’AVP Summit, la tre giorni a Trieste dedicata ai professionisti dell’audiovisivo, produttori hollywoodiani e membri dell’APA – Associazione Produttori Audiovisivi in Italia – si sono scambiati opinioni riguardo l’evoluzione del proprio ruolo in un mercato sempre più complesso. Lo sa bene Gale Anne Hurd, che iniziò al fianco di una leggenda come Roger Corman e ora, dichiara con un po’ di malinconia dal primo palco dell’AVP, “è cambiato tutto”. Lato USA anche il fondatore di Bona Fide Productions Albert Berger, Gary Lucchesi Presidente della Producers Guild e la produttrice Shelby Stone. Dall’altra, il fondatore e direttore artistico di Eliseo Entertainment Luca Barbareschi, il CEO di Lux Vide Luca Bernabei e il Country Manager Italy di Walt Disney Daniel Frigo.

Le differenze affiorano velocemente: il modello produttivo statunitense ha poco a che vedere coi sistemi nostrani (“c’è sempre anche un po’ di politica da noi”, avverte Barbareschi). O almeno così è sempre stato. “Gli USA sono uno dei pochi paesi che non ha finanziamenti locali”, riflette la Hurd sottolineando come il modello “si stia avvicinando a quello europeo”, ma senza partecipazione dello Stato.

In difficoltà è il cinema indipendente, che dovrebbe vivere libero dalle briglie degli Studi ma, a conti fatti, agonizza in cerca di fondi e finisce per trovare partner finanziari che coincidono con chi distribuirà il film nelle sale. Senza un investitore non c’è film, “allora vai dagli stessi compratori finali – i distributori – che non pagheranno solo lo sviluppo ma ne avranno infine la proprietà” spiega Shelby Stone. Ed è così che condizionano il lavoro degli artisti: “un problema che non riguarda solo noi”.

“Un periodo difficile” (la citazione salta da un intervento all’altro) che vedono boccheggiare anche gli Studi in cerca di un pubblico globale per coprire le spese di budget sempre più imponenti. Il risultato è sotto gli occhi di ogni appassionato di cinema, consapevole che di weekend in weekend incontrerà prodotti sempre più vicini tra loro, collaudati per ridurre i danni e ottimizzare il risultato: non c’è tempo, modo e denaro per sperimentare nuove storie (e rischiare di fallire). “Produzioni sempre più costose”, racconta Lucchesi della Producers Guild, “alla fine i produttori si rendono conto di aver speso 25 milioni di dollari per un semplice episodio di una serie”. E come tornare al mondo di prima? “io mi dico di non essere negativo: mia moglie continuava a ripeterlo prima che venissi qui”.

Dello stesso umore è l’altro lato della sala, quella che accede ai finanziamenti dello Stato ma non sempre con i migliori risultati. “Noi pochi indipendenti siamo rimasti a combattere con un sistema molto difficile”, spiega Barbareschi. “Dal Pianista di Polansky a The Palace ho sempre dovuto andare a elemosinare i soldi paese per paese”. L’urgenza è sempre la stessa: con o senza streaming urge farsi industria. “Ma il nostro paese è molto politico e a ogni governo cambia qualcosa: questo è molto male”.

I due paesi sembrano desiderare ciò che possiede l’altro, ma i volti e le parole mostrate dimostrano che nessuno ha davvero la soluzione. Anche sul budget la situazione è differente ma ugualmente complicata: al cappio di budget difficili da pareggiare esiste il controcampo italiano, dove “Produzione televisiva e produzione cinematografica di Rai condividono in due lo stesso budget di un solo film americano” provoca Barbareschi. Ci si ritrova nel mezzo, dove c’è l’Oceano e in tanti del settore non toccano più, scossi da onde che hanno cambiato un’intera Industria in pochi anni. Un ponte tra i due è però bramato dall’intero Panel dell’AVP e funge da filo rosso dei discorsi. “Io sono sempre stato innamorato dell’America”, racconta Barbareschi, “il mio sogno sarebbe fare cose con gli americani ma non è così facile, mi sono svenato per girare l’ultimo film a New York, mentre al contrario se gli americani vengono qui hanno il tappeto rosso, c’è un problema di reciprocità“. Ma gli interessi dei due vanno allineandosi e richiedono velocemente alleanze strategiche. Le co-produzioni in USA avvengono con paesi con cui si collabora da anni, come Canada o Regno Unito, ma secondo Gale Anne Hurd serve “un’infrastruttura per legare Stati Uniti ed Europa, USA e resto del mondo”.

Chi investe lo fa per un ritorno futuro. Ma del futuro – costellato di sfide che cambiano persino il linguaggio di una professione, dallo streaming all’AI – chi il cinema lo produce sembra iniziare ad avere paura. In un moto di speranza finale, Berger ricorda quanto gli disse un hippy negli anni ’70: “Non credo che pessimismo degli anziani possa essere maggiore dell’ottimismo dei giovani”. Un ottimismo giovanile tutto da provare.

Di Alessandro Cavaggioni

Alessandro Cavaggioni
20 Luglio 2023

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