Oscar: 50 anni fa Marlon Brando disse no

È il 27 marzo 1973 quando Marlon Brando rifiuta l'Oscar vinto per Il Padrino e manda sul palco a rappresentarlo l'attrice nativa Sacheen Littlefeather con una lunga lettera di 15 pagine


Si può celebrare un rifiuto? O l’anniversario di un’assenza? O più in generale la ricorrenza di un evento che appartiene a un altro tempo, quasi a un’altra dimensione?

Si può eccome se parliamo di Marlon Brando, icona di prima grandezza del cinema del XX secolo, attore tanto immenso quanto tormentato, divo di luci abbiglianti e ombre che divorano.

L’episodio di cui parliamo avviene esattamente mezzo secolo fa ed è come una scossa tellurica all’establishment hollywoodiano, proprio nella notte in cui l’Olimpo cinematografico, come succede una volta all’anno, santifica le sue divinità. La scintillante Notte degli oscar.

È il 27 marzo 1973. Sul palco nel ruolo di presentatori ci sono Roger Moore, volto sornione ed elegante di tanti James Bond e l’attrice Liv Ullmann. Candidati per la statuetta al miglior attore ci sono, oltre a Marlon Brando che ha inciso una volta e per sempre nell’immaginario collettivo di tutto il mondo il suo personaggio del patriarca mafioso Don Vito Corleone, artisti straordinari come Peter O’Toole, Michael Caine e Laurence Olivier (che tempi erano quei tempi!) Tuttavia Brando, da sempre anarchico e fieramente radicato nelle sue idee, non è in platea. Alla vigilia della premiazione ha annunciato che avrebbe boicottato la 45esima edizione degli Academy Awards inviando un “sostituto” che avrebbe preso il suo posto in caso di vittoria.

I presentatori annunciano il nome di Marlon Brando come miglior attore protagonista nel film Il padrino di Francis Ford Coppola. Una ragazza dai tratti nativo-americani e in abito Apache, un vestito di pelle di daino con frange e mocassini, si alza dalla poltrona e si dirige solennemente verso il palco. È lei a rappresentare Brando. È un’attrice poco conosciuta e presidentessa del National Native American Affirmative Image Committee: Sacheen Littlefeather. Littlefeather, piccola piuma. Eppure il suo carattere non sembra così “morbido”. 

Quando Moore inizia a metterle il premio sotto il naso, Littlefeather lo allontana con il palmo della mano aperto; prende posto dietro il podio, guarda la folla e mostra una lettera di 15 pagine che Marlon Brando le ha consegnato. 

Una lunghissima dichiarazione dell’attore che non può leggere tutta, ma che consegnerà poi alla stampa.

Legge: “Rappresento Marlon Brando questa sera e mi ha chiesto di dirvi che, con grande rammarico, non può accettare questo generoso premio. Le ragioni sono il trattamento riservato oggi agli Indiani d’America dall’industria cinematografica”.

A questo punto dal pubblico si alzano dei fischi, dei “buuu”. Solo qualche sporadico applauso. Si sa, le divinità non amano essere contrariate. E ancora di meno nel momento della loro autocelebrazione.

Una reazione inimmaginabile oggi, in un’epoca di politically correct ad oltranza. Una folla che rumoreggia infastidita per questo flagrante deragliamento dallo spettacolo in nome dell’uguaglianza razziale. Oggi, al contrario, tutti avrebbero applaudito, giustamente.

“La comunità cinematografica è stata responsabile come nessun’altra”, si legge nella lettera “di aver degradato l’indiano e di essersi presa gioco del suo carattere, descrivendolo come selvaggio, ostile e malvagio”.

La leggenda vuole che l’attore simbolo del patriottismo americano, il cowboy di ferro John Wayne, è in piedi tra le quinte, furioso, tanto che sei uomini devono trattenerlo dall’aggredire Littlefeather quando lei lascia il palco. La storia non è confermata, ma di certo dichiarerà in seguito al New York Post: “Brando avrebbe dovuto presentarsi quella sera e dichiarare il suo punto di vista, invece di prendere una ragazzina sconosciuta e vestirla con un abito indiano”.

Wayne, insieme a molte altre celebrità di alto profilo che hanno erroneamente affermato che Littlefeather non era un Apache di sangue, ha probabilmente dimostrato la tesi di Brando e ha rafforzato il motivo per cui l’ha messa in atto. Nel 1973, Marlon Brando veniva da un decennio molto difficile sia dal punto di vista professionale che personale. Gli anni ’60 non erano stati clementi con lui e la sua carriera. Un flop dopo l’altro e le sue buffonate fuori dallo schermo lo avevano reso una pecora nera dell’industria cinematografica, un nome non più capace di attirare le folle e con cui era molto difficile lavorare. Brando ha solo 46 anni, ma medita di ritirarsi per sempre dalla recitazione. L’opportunità di lavorare ne Il Padrino diventa quindi l’ultimo tiro di dadi per la stella che sta naufragando. 

Manlio Castagna
11 Marzo 2023

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