La consistenza del virtuale: a Pesaro le molte forme della VR

La sezione dedicata alla Realtà Virtuale della Mostra Internazionale del Nuovo Cinema di Pesaro racconta le infinite possibilità di quest'arte. Due gli italiani selezionati, fulgidi esempi del rapporto sempre vivo tra reale e virtuale

La consistenza del virtuale: a Pesaro le molte forme della VR

PESARO – Forse, il tempo della VR è finito. Lo sostiene Simone Arcagni, critico cinematografico che per la Mostra Internazionale del Nuovo Cinema di Pesaro ha curato la sezione realtà virtuale, composta di nove titoli, più una proiezione speciale prodotta da Emergency, ospitati alla Casa delle Nuove Tecnologie. “Andiamo verso la coesistenza – sostiene Arcagni – dalla mixed reality agli ologrammi”. A lungo la realtà virtuale, invitata in un contesto festivaliero per la prima volta alla Mostra di Venezia, è stata presentata come il futuro: il post-postcinema. Eppure, dopo anni tra noi, appare come un presente alternativo, ancora poco partecipato (“più pubblico che giornalisti” ci raccontano alla Casa delle Nuove Tecnologie), dove un insieme di tecniche sempre nuove, o mutate dalla più tradizionale cinematografia, mettono alla prova la capacità narrativa degli artisti. La VR non è più, solo, la VR. È appunto tante cose; come la XR, la realtà mista, dove i limiti di reale e virtuale si sfidano. Come se in un Festival si alternassero in un’unica sezione corti e documentari, lungometraggi e serie, il PesaroNuovoCinemaVR segue così percorsi variabili, significativi proprio perché imprevedibili.

I titoli selezionati sono recenti, realizzati tra 2022 e 2023. L’anno, nella realtà virtuale, fa la differenza; perché l’innovazione è continua. Due invece gli italiani selezionati, Mani-Materia-Memoria di Leonardo CarranoAffiorare di Rossella Schillaci. Differenti su ogni piano, dalla forma al contenuto, sono fulgidi esempi della varietà delle opere appartenenti alla sempre più grande famiglia della VR.

L’opera di Carrano, ad esempio, è una prova di percorsi alternativi che ricalcano e interrogano però le sperimentazioni novecentesche sulla pellicola. Si tratta di un film a 360 gradi, che avvolge in un’esperienza cinepoetica lo spettatore, invitato a perdersi in un magma di immagini indistinte e un voice-over continuo (a cura di Antonio Rezza). La realizzazione dell’opera, lunga appena 10 minuti, sembra venire da mondi lontani dalla realtà virtuale: un film d’animazione lavorato direttamente sulla pellicola, incisa di segni e forme astratte che si ricompongono e mutano durante tutta l’esperienza.

“Il lavoro manuale del film – racconta Carrano – è stato il fotografare gli istanti in cui la pellicola perde opacità: tramite graffi e grazie alla tecnica dell’encausto (pennellate di acido nitrico diluito riscaldate con un pirografo) si mostrano materiali precedentemente incollati alla pellicola (capelli, vetro, metalli e plastiche)”. Sembrano immagini al microscopio, quelle di Mani-Materia-Memoria, che ci circondano e appaiono immensamente più grandi del nostro sguardo. Impossibilitato a concentrarsi su un unico oggetto chiaro, lo spettatore si guarda intorno cogliendo l’insieme dell’esperienza come in trance, mentre la voce di Rezza fa da unico punto di riferimento. Il film si rifà alla Psiconologia, un metodo secondo il quale grazie ai segni e ai tratti sarebbe possibile risalire a eventi dell’infanzia.

“La tecnica che ho usato, portata alle sue estreme conseguenze, scioglie i materiali e lacera la pellicola stessa. Un film che allarga il rapporto che ho avuto con la pratica dello scarabocchio di Nato Frascà, con cui ho studiato il valore del segno così ho realizzato questo film – prosegue Carrano -, lasciandomi andare completamente sulla pellicola, producendo delle immagini non preoardinate o pensate ma sviluppate sulla pellicola stessa dalla manualità del lavoro”. La presunta immaterialità della VR – spauracchio con cui a lungo si è recluso quest’arte a una sola interpretazione – si perde in una danza di scarabocchi e segni mai così veri per chi li vive dall’interno. Così come i primi filmati della storia riscoprirono il reale puntando la cinepresa sulle fronde degli alberi mosse dal vento – mai così interessanti all’occhio umano – anche la VR torna al vero, rinnovato di un nuovo sguardo.

È evidente nel documentario sperimentale di Rossella Schillaci, Affiorare. Il film racconta la vita di alcuni bambini che vivono assieme alle proprie madri in prigione, sognando un futuro là fuori, sperando di “affiorare” per scoprire un orizzonte più vasto di quello offerto da una cella.

La regia di Schillaci ci porta, con immagini riprese sul posto, all’interno di un vero carcere, mostrando l’intensità di un’immersione totale, affiancata a elementi animati che ampliano la narrazione. Mentre ci viene mostrato il giardino del carcere, Schillaci decide di sfondare il pavimento con l’animazione e di portarci giù con lei, nelle profondità di questo inferno. La realtà mista sfonda le riprese reali e il racconto in VR si compie del tutto. La camera scende lenta; attorno solo mura, grigiore e una fauna ricca di creature animate che fluttuano in questo acquario senza speranza. Da qui ci si muove perpendicolari al pavimento, scoprendo le stanze e ascoltando le storie di chi le popola, soprattutto i più piccoli. Infine, in un percorso opposto, Schillaci riaffiora, sempre più su, con un movimento verticale che sale al cielo mentre il voice over dei bambini racconta i loro sogni per il futuro (“cosa sogno? una casa normale”). Il nostro sguardo coincide con il loro, protagonisti di questa fiaba sui generis.

Idee e forme del cinema – i movimenti di macchina come cuore del racconto o l’uso delle soggettive – tornano nell’opera di Schillaci, intensificate dalle caratteristiche del visore, che ci obbliga in uno spazio e, senza tradirlo, lo espande a dismisura.

A colpire gli spettatori del PesaroNuovoCinemaVR troviamo anche opere ormai classiche, ampiamente mostrate nei Festival di tutto il mondo. C’è Spheresche ci mette nel cuore del cosmo per mostrare da dove veniamo e come è nato tutto ciò che ci circonda. Un’opera del 2018 prodotta dal regista Darren Aronofsky e narrata dall’attrice Jessica Chastain. Più recente, e di grande impatto, è invece Body of mine, un’esperienza che racconta la disforia di genere tramite un’immersione totale, fatta di storie e interviste di persone trans, ma anche di un suggestivo specchio animato che si pone davanti allo spettatore interrogandolo sul proprio corpo.

L’idea di VR come macchina trasformativa, esperienza di trance da cui uscire diversi, pulsa nel cuore di queste opere, ormai lontane dal semplice divertissement tecnologico.

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