Lea Massari: 4 film da rivedere per i suoi 90 anni

Tra un mese compie 90 anni e da oltre trenta ha lasciato il mondo dello spettacolo (a soli 57 anni) con la grazia e l’inesorabilità con cui si ritira una marea dalla riva


“Tutti possono essere tristi; ma la malinconia resta il privilegio delle anime superiori” scrisse il poeta francese Fagus. Un aforisma che calza con perfezione sartoriale sulla meravigliosa Lea Massari. La sua bellezza aristocratica, il suo portamento altero per patrimonio genetico, il suo sguardo liquido, la sua maestria nel trasformare qualsiasi personaggio in “persona” fatta di tumulti, passioni, desideri e, spesso, mal di vivere: tutto in lei racconta della sua anima superiore. Lea Massari è, infatti, l’interprete più malinconica e raffinata del cinema degli anni sessanta. Tra un mese compie 90 anni e da oltre trenta ha lasciato il mondo dello spettacolo (a soli 57 anni) con la grazia e l’inesorabilità con cui si ritira una marea dalla riva. Resta un lascito in termini di talento, di personaggi memorabili, di opere straordinarie che deve necessariamente essere riscoperto dalle nuove generazioni. Con questo articolo CinecittàNews inizia il suo omaggio all’attrice.

Basterebbe fermarsi, per cominciare, su quattro film da lei girati nel biennio 1960/61 per intuire come si possa fare di una carriera, un monumento. All’inizio dei favolosi sessanta un pugno di cineasti da “storia del cinema” scelsero l’attrice romana (nata come Anna Maria Massatani il cui nome cambierà poi in “Lea” in memoria del fidanzato Leo morto tragicamente dieci giorni prima che si sposassero) come musa per raccontare le loro storie immortali.

Quattro film per raccontare Lea Massari. Quattro film per scoprirne tutta la sua potenza evocativa sullo schermo. Quattro film per ricordarci quanta bellezza, in tutti i sensi, ha saputo donarci.

L’avventura (Michelangelo Antonioni, 1960)

Il capolavoro di Michelangelo Antonioni fu visto sin da subito come il rovescio della medaglia de La Dolce Vita di Fellini. Entrambi i registi ritraevano i loro personaggi alla ricerca infruttuosa del piacere sensuale, entrambi i film terminavano all’alba con il vuoto e il mal d’anima. Ma i personaggi di Fellini, che erano borghesi e avevano appetiti lussuriosi, almeno conservavano una traccia di speranza lungo quella parabola di disperazione.

Per i ricchi oziosi e decadenti di Antonioni, il piacere è qualsiasi cosa che li distragga momentaneamente dal letale ennui della loro esistenza. Noia esistenziale che la Massari incarnava splendidamente. Alla sua prima al festival di Cannes il pubblico fischiò e urlò, tanto da costringere Antonioni e una Monica Vitti in lacrime (“Fu un disastro la prima a Cannes”, dirà in seguito) a lasciare la sala gremita di critici e addetti ai lavori. Ma il film vinse il Premio della Giuria e divenne un successo al botteghino in tutto il mondo. È stato il più puro e crudo di molti film su personaggi alla deriva in un limbo esistenziale.

In America è arrivato in un momento in cui i beatnik coltivavano il distacco, in cui il jazz moderno manteneva una distanza ironica dalla melodia, in cui era di moda essere cool. Tutto questo periodo è crollato negli anni Sessanta, ma finché è durato, L’Avventura ne è stato l’inno. E Lea Massari ne diventa l’enigmatica icona. Una presenza tanto più ingombrante perché si manifesta attraverso l’assenza. La sparizione, in tutti i sensi.

Il Colosso di Rodi (Sergio Leone, 1961)

Il Colosso di Rodi fu il primo film ufficiale di Sergio Leone. Non essendo ancora il Maestro assoluto del ritmo che sarebbe diventato, Leone ci consegna una storia dalla narrazione un po’ sbilanciata, in cui un primo tempo un po’ fiacco si trasforma in un’overdose di momenti di bravura. Nonostante qualche inciampo, il film possiede tutti gli elementi che renderanno grandi i suoi futuri capolavori: il tono epico, la potenza delle scene spettacolari, il senso della narrazione. A spiccare in quest’opera che divenne un grandissimo successo commerciale a livello globale, è proprio Lea Massari, nel ruolo del personaggio sicuramente più ambiguo e meglio sfaccettato della trama, grazie sempre alla dose di “verità” che sa infondere ai suoi caratteri.

I sogni muoiono all’alba (Marco Craveri, Enrico Gras, 1961)

Il film, tratto dall’omonimo testo teatrale del grande giornalista Indro Montanelli, valse a Lea Massari il David di Donatello e la Grolla d’Oro l’anno successivo. Un ruolo, quello che della ribelle ungherese Anna Miklos innamorata di un giornalista italiano comunista, che la Massari ha infuocato di passione e sensualità. Il film è una testimonianza unica nel suo genere, un esempio importante di cinema civile il cui momento più memorabile appartiene proprio alla presenza della Massari, la quale in una scena indossa l’abito da sera della madre, ex internata nei gulag, toccando corde emotive così alte da strapparti applausi dalle mani e meraviglia dagli occhi.

Una vita difficile (Dino Risi, 1961)

Il film più bello di Lea Massari, non a caso inserito nei 100 film italiani da salvare, ovvero le pellicole che hanno cambiato la memoria collettiva del Paese tra il 1942 e il 1978. Nei panni di Elena, la Massari è una formidabile partner di scena di Alberto Sordi, il giornalista romano Silvio Magnozzi, un antifascista convinto che dopo essere stato partigiano durante la guerra va a convivere con lei, bellissima ragazza che l’aveva salvato precedentemente dalle grinfie di un soldato tedesco. È l’inizio di una vita ingentilita da pochi alti e invece funestata da tanti bassi, sempre comunque all’insegna della dignità. Una storia che rappresenta un solido esempio di commedia all’italiana anche se Dino Risi spinge a tavoletta sull’acceleratore del dramma malinconico, ancor più che nel successivo Il sorpasso. Ancora un tassello per raccontare l’affresco a tinte forti del dopoguerra italiano, piantando i momenti di leggerezza come fiori in un paesaggio improbabile – ricordi agrodolci di una soddisfazione occasionale, resi ancora più vividi quando sono schiacciati da una realtà amara, grigia, pesante. Accanto a un Sordi gigantesco, qui in uno dei suoi ruoli migliori in assoluto, la “nostra” Massari architetta una interpretazione mai sopra le righe, di chirurgica precisione, senza la minima sbavatura.

In fondo lei, lo abbiamo detto all’inizio, sa diffondere la sua malinconia e offrircela con la naturalezza che appartiene alle anime superiori.

Manlio Castagna
28 Maggio 2023

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