‘I dannati’. Minervini: “volevo riscrivere la guerra, una condizione esistenziale”

Il film in Concorso a Un certain regard, anteprima il 16 maggio, anche data d'uscita nelle sale con Lucky Red. L’autore, all'Italian Pavilion di Cannes, racconta alla stampa italiana il suo film di genere, tra veterani contemporanei, completa improvvisazione, spiritualità, non senza l’incombere di Trump


CANNES – “L’idea parte da lontano e con una duplice riflessione: la prima, la mia voglia di confrontarmi con la finzione e il genere di guerra, con cui ho avuto un rapporto simbiotico o dissonante, rispetto al concetto di vittoria e alla rappresentazione muscolare della mascolinità; sono tematiche su cui c’eravamo riproposti di scrivere, volevo riscrivere la guerra. Poi, in parallelo, c’è stato il voler capire come usare o andare a testare un metodo di lavoro basato sull’esperienza vissuta prima col cinema del reale, come adottarne i principi in un ambito di finzione, per toccare l’intimo, guardandosi dentro”. Così Roberto Minervini, autore marchigiano “adottato” dagli Stati Uniti – prima oltre un decennio in Texas e adesso a New York – racconta alla stampa italiana il suo I dannati, in Concorso nella sezione Un certain regard, con proiezione ufficiale a Cannes il 16 maggio, anche data d’uscita nelle sale italiane con Lucky Red.

Il film è stato girato nel 2022 e nel frattempo “lo scenario geopolitico è drammaticamente cambiato: il film è costruito come un prima/durante/dopo una battaglia, e ‘dopo’ resta solo la chimera di una via d’uscita. La guerra diventa una condizione esistenziale, quello è l’aspetto tragico del film: quando la guerra inizia a diventare una condizione esistenziale, e lì ogni giustificazione si disintegra, c’è del disumano”.

Infatti, quello di Roberto Minervini, non è un film di guerra ma un film di spiritualità, che l’autore – riferendosi ai suoi personaggi, una manciata di soldati volontari che nel 1862, durante la guerra di Secessione americana, sono mandati a pattugliare certe terre desolate dell’Ovest – definisce “un aspetto secolare, una disillusione verso una forza che possa guidarli: viene tutto da un dialogo costante tra il perché si sia lì e l’Uomo, è qualcosa di altamente spirituale. È qualcosa che riflette anche un mio percorso, dalla periferia marchigiana, un po’ ‘alla Peppone e Don Camillo’: mi trovavo lì con un nonno che non voleva andassi in chiesa, mentre io volevo fare il chierichetto, trovandomi così nell’assenza di un senso. È un leit motiv che c’è in altri miei film, ma qui c’è la giovinezza che si rifiuta di credere non ci sia una motivazione; mentre l’adulto ha la saggezza, che porta a non credere”.

Minervini spiega che “il film parte anche da anni passati sul territorio, con le comunità locali, tra cui i veterani di guerra, sempre più giovani oggi: nel Mid-West attuale il reclutamento è massiccio. Però, tra loro, mai c’è stato uno scambio sul fatto di essere dei guerrieri, come se il condottiero fosse qualcosa di diverso dall’uomo che cerca di arrivare a fine mese. Nei giovani soldati con cui ho parlato c’è incredulità rispetto all’andare a combattere, è un oblio in cui si entra: ecco che facendo un film di guerra mi sono concentrato su persone che inevitabilmente fanno riferimento a famiglia, mansioni da adempiere, sogni da raggiungere” e qui si spiega anche il titoloI dannati, appunto – “che precede il film. I dannati come i condannati, ma titolando I condannati avrei perso il riferimento chiarissimo alla dannazione eterna”.

I dannati è un’opera di “improvvisazione completa, il film in cui ho scritto meno, ma per cui ho fatto più ricerca. Ho esperienza sul cinema di creazione, quindi sapevo di poter partire da un’idea di base per poi spaziare liberamente. Ho creato delle dinamiche di lavoro corale. Io cerco sempre di fare scelte per cui poi si evinca qualcosa di molto umano. Per questo film sapevo avremmo avuto un campo base, che saremmo stati lì dalla mattina alla notte, e che ci sarebbe stato uno scontro: questi gli unici punti fermi”, però non senza una complicità, quella con alcuni attori, infatti gli interpreti principali sono mutuati da film precedenti, “come il papà con i due figli, già in Stop the Pounding Heart, oppure l’attore adulto con i capelli rossi, che ha lavorato al mio primo corto; quindi sì, ho dei punti fermi in un lavoro di improvvisazione, ho bisogno di persone capaci di scrivere con me sul momento. Poi, a parte lo zoccolo duro del gruppo centrale, mi piaceva ci fosse una fluidità del gruppo attoriale, così com’è la parabola del conflitto bellico, in cui si possono perdere persone nel frattempo”, infatti, con gli attori sul set “abbiamo avuto una open door rispetto ai partecipanti”.

L’imminenza delle prossime elezioni presidenziali statunitensi si fa sentire alle spalle di un film che ha come centro la guerra e Roberto Minervini, chiamato in causa sul futuro di Donald Trump, è disincantato e senza troppi dubbi, infatti, secondo lui: “Trump lo chiamerei l’unico risultato possibile, si prospetta come unico scenario possibile. Fa impressione che la Corte Suprema – garante super partes – sia invece un organo politico di parte: guardando dall’interno (degli States) non è necessario seguire il processo a Trump, perché già sappiamo si concluderà in un nulla di fatto. Lo scenario è potenzialmente apocalittico, con la presenza di movimenti grassroots: ci sarà la ricerca di messaggi unificatori – come la religione -, per un’America disunita”.

Questo film è indubbiamente un film di dettagli, nell’estetica fotografica come in quella del suono, non imbellettamenti fini a se stessi, e infatti, per la fotografia “abbiamo scelto lenti antiche, Canon Range Finder, lenti vintage, usate da Zack Snyder, che le aveva trovate e adattate al cinema: sono riuscito a metterci mano e a usarle, anche perché a lui non piaceva il grandangolo, che noi usiamo, parliamo di 24mm con cui c’è una messa a fuoco del solo centro, per il resto con una costante aberrazione cromatica; così siamo stati obbligati a mettere i personaggi solo al centro, mettendone spesso solo uno e in primo piano, permettendo un rapporto uno-a-uno tra spettatore e personaggio”, continua il regista, che invece, riferendosi alle armi, racconta che “curiosamente sono state fornite dai più grandi produttori di armi d’epoca, che sono italiani: Fratelli Pietta. Il suono è stato registrato in presa diretta, quello delle armi quindi è fedele; poi, essendo la battaglia un unico momento, volontariamente il suono distorce e diventa contemporaneo, rappresentando così un po’ quello di tutte le Guerre, appunto una condizione esistenziale”.

Rai Cinema ha co-prodotto il film e Paolo Del Brocco definisce I dannati “un film di un super autore. Crediamo questa sia una forma di evoluzione di un autore nostro e del mondo. È un film morale, civile, sociale. Siamo felici di averlo supportato e coprodotto ed è importante esca subito. Roberto ha fatto un ulteriore passo avanti nella sua crescita artistica e produttiva”.

 

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