BARI – Monica Guerritore sul palco del Teatro Petruzzelli per essere protagonista di uno degli Incontri di Cinema del Bif&st 2025 dichiara apertamente di essere emozionata nel calpestare il proscenio di “questo teatro” e subito cita lei, la sua musa, il suo spirito guida di questo momento della vita artistica, Anna Magnani che “cosa dice quando il cinema la mette da parte dopo l’Oscar? Torno in teatro, torno a volare” e Guerritore spiega che gli attori volino perché l’abbraccio del pubblico li solleva.
Il discorso prende sostanza dalla “qualità” e – passando per “il femminile”, Eros e Psiche, “il corpo” – poi approda, o torna, a lei, Anna Magnani, protagonista del film che Monica Guerritore ha scritto con Andrea Purgatori, per cui ha creato una casa di produzione indipendente per realizzare il progetto, e di cui conferma l’inizio riprese: 26 aprile 2025.
Per l’attrice “qualità” è la scelta di qualcosa che abbia un senso, utile a chi è seduto davanti al palco, allo schermo, alla televisione. Permette alle persone di prendersi il tempo di riflettere, non è qualcosa di superficiale. Ho sempre creduto nelle cose che ho fatto, anche La lupa o Scandalosa Gilda, così ho potuto incarnare il disagio della figura femminile, con ruoli che ho voluto, scabrosi, non edulcorati, che hanno compreso anche un discorso sul corpo”.
Un soggetto, “il corpo” appunto, che primeggia anche nel recente successo internazionale con Guerritore protagonista: Inganno, accanto a Giacomo Gianniotti. “Quando me l’hanno proposto ho trovato interessante già il fatto di propormelo, puntando su un’attrice con delle spalle grosse e non rifatta, non contraffatta, vivendo i suoi 65 anni senza barare al pubblico. Questo mi ha permesso di tenere il pallino del personaggio con una storia tra Eros e Psiche.
L’interregno tra essere madre e essere nonna è desolato e non può esserlo, bisogna raccontalo, senza fingimenti e attraverso un percorso che comporta anche umiliazione, ma anche vitalità, per cui lei infine dice ‘sono io la padrona del mio destino’”.
Esattamente, “che strumento è il corpo?”, per Monica Guerritore. “Tutto”. La risposta è netta, senza tentennamenti. “Nel teatro è il primo segno, perché la faccia non si vede, quindi è tutto. Quando facevo la Carmen di Sepe ho imparato a usare il corpo come i ballerini: lei era agguantata da dieci ballerini, come se fosse violentata nel solo atto del prenderla”. Mentre al cinema, con specifico riferimento alla serie Netflix, dice che sia “un tema sentito da tutto il pubblico femminile, anche di religioni diverse”.
Quello sul corpo e sul femminile è un discorso che si correla anche al peso del tempo, agli anni che si disegnano sul volto e sul fisico e per Guerritore “il tempo costruisce il mio viso, permettendomi adesso di interpretare ruoli diversi da quelli dei trent’anni. In Italia non ci sono racconti del femminile sui 50/60 anni, infatti già quando Magnani ha vinto l’Oscar era troppo ingombrante, mentre Betty Davies ha continuato a lavorare, ancora per trenta anni… L’estetica va da 17 a 23 anni, ma dobbiamo sfuggire quella cattura: è chiaro che ci siano degli accorgimenti ma la faccia è mia, ci ho impiegato a costruirmela e me la tengo cara. C’è un’altra femminilità possibile”.
Il cinema italiano proclama a più riprese un’attenzione al femminile ma il discorso per Monica Guerritore non riguarda “l’essere donna o giovane per aprire la strada perché è il talento, l’opera, al di là dell’essere ‘donna’ o ‘vecchia’ o… , è il fatto in sé, che deve aver strada libera nelle produzioni. Sono donna, ho talento, ho esperienza, ho pubblico ma ho avuto le porte chiuse, e non per cattiveria ma perché non sono ‘giovane e inesperta’, che significa persona a cui voler ‘dare un’opportunità” Per lei ci sono due/tre “donne e giovani” che rispecchiano questo binomio in maniera efficace: “DelPero, Patitucci… ma bisogna saper cominciare a leggere le sceneggiature e capire cosa voglia il pubblico, che a teatro è tantissimo ma non è quello che va al cinema, se non per La zona di interesse o Anatomia di una caduta, perché il pubblico vuole narrazione, e passione, infatti Anna Magnani è fatta di carne e verità”.
Ed ecco tornare Magnani, di cui l’attrice, presto regista, racconta di aver “tutto da scoprire delle avventure umane, andando nell’oscurità: la sua passione nel cinema, il suo dolore nella vita, e dove è andata a sbattere. Sono ipotesi ma, se sei sensibile, ti avvicini al vero”. Il progetto del film nasce sul set “dopo tre anni molto molto complicati, con un vento al contrario. Non mi aspettavo di trovare tanta fatica per un personaggio che racconta un’avventura umana incredibile: è un’opera pensata e aver avuto tre anni mi ha permesso di approfondire. Il film sarà dedicato a Andrea Purgatori, che s’è messo accanto a me a scrivere: iniziamo a girare il 26 aprile. La storia parte 23 marzo del ’56, la notte in cui lei aspetta l’Oscar. Mi ha interessata perché, a chi non conosce le vite degli altri, bisogna dare la profondità di quello accaduto prima, non esiste solo il ‘qui e ora’. Cosa succede dopo quella notte? Tutto si ferma, è la curva del destino, arriva il cinema americano, ma lei ha il talento che chiede…, è sola, ma ha un uomo accanto, Rossellini, fino a quando…” e con questo sospeso Guerritore spalanca la curiosità sul suo spaccato su Magnani.
Per Guerritore scrivere una trama significa procedere “riempiendo dei vuoti, affondando sempre di più. Come scrive Morante, ‘il personaggio mi viene a visitare di notte’; io scrivo, ma mai in presa diretta, piuttosto in una forma abbastanza ricercata perché conta anche la scelta delle parole” ed è qui che l’attrice – esordiente in adolescenza – ricorda Giorgio Strehler a cui ha dichiarato “devo tutto” e a se stessa deve “la testardaggine di rimenare ferma al suo talento: avevo 15 anni quando avvicinandomi mi disse ‘quando non sei in scena, vieni qui dietro e guarda cosa faccio’. Per lui ‘il teatro è il racconto di un uomo che diventa racconto di tutta l’umanità’. Lui mi disse: ‘tu farai l’attrice, non ti farai fermare’, e io ho puntato sulla qualità”.
Se Magnani sta per battere il primo ciak a fine aprile, qual è la sorte di Inganno? Una seconda stagione? Guerritore, sollecitata sulla questione, commenta che “l’epilogo presuppone che qualcosa che non vada ci sia… Il successo della serie era imprevedibile, gli americani hanno visto qualcosa in più, ecco perché è nata come una serie italiana poi però uscita in 190 Paesi. Era… una serie autoconclusiva: io ho un’opzione per fare Inganno 2, o qualcosa che possa avvicinarsi: Netflix ha un buon veicolo per Anna Magnani prima del ritorno di Gabriella e del bel Gianniotti”.
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