Francesco di Leva, quel David per i ragazzi del rione

L’attore napoletano: “Riaprirò il Supercinema a San Giovanni a Teduccio”. Il rapporto con Martone, la 'militanza culturale', i sogni nel cassetto


Il 10 maggio scorso Francesco di Leva ha ricevuto il David di Donatello 2023 per il Miglior Attore Non Protagonista in Nostalgia di Mario Martone. Tra i tanti altri premi e nomination italiane e internazionali, era già stato candidato due volte al David: nel 2020 per Miglior Attore Protagonista ne Il Sindaco del rione Sanità e nel 2011 per Miglior Attore Non Protagonista per Una vita tranquilla. Classe ’78, napoletano, inizia 14enne a recitare in teatro nel suo quartiere, dove è uno dei protagonisti del NEST – Napoli Est Teatro – nato nella palestra di una scuola abbandonata di San Giovanni a Teduccio, periferia est della città: un’officina di talenti che offre opportunità ai ragazzi del quartiere, con diverse attività e laboratori.

Mi pare di capire che la tua voce sprizzi ancora tanta emozione, anzi felicità.

Quando dal palco hanno fatto il mio nome non ci credevo, riguardando il video la cosa che racconta di più quel momento è la faccia di mia moglie, racconta veramente tutto. Avevamo sognato e sperato tanto questo momento. Io a far l’attore ho iniziato 30 anni fa, ne avevo 14. E sono vent’anni che racconto una storia, quella del mio quartiere. Insomma quando alla premiazione dicevo ‘mia moglie mi rende un uomo semplice ed onesto’… è vero, e voglio continuare ad esserlo. È stato un anno incredibile, iniziato a Cannes l’anno scorso e finito con questo David di Donatello, in mezzo i festival più importanti del mondo e altri premi, anche un Nastro d’Argento… e pure lo scudetto! Ma prendere questo David a 44 anni è come prenderlo dopo aver scalato una montagna: ogni tanto io faccio delle arrampicate e… quando arrivi in vetta è bellissimo, ti senti bene. Voglio dire che riceverlo dopo tanti successi, insuccessi, tanto teatro, alcuni fallimenti, altri premi… mi fa ancora più felice, perché lo sento che è davvero una cosa preziosa. Un po’ di tempo fa mia moglie mi mandò una frase di Toni Servillo che diceva: avere successo in giovane età non è sempre una buona cosa, a volte può essere una disgrazia: io quella frase me la sono stampata nella mente. Certo è bello essere premiati anche a 25 anni, ma… nei miei 44 però ho avuto anche modo di sbagliare, i miei fallimenti… sono quelli la vera crescita di un artista: ora l’apprezzo davvero la conquista, la fatica, ora ho la misura giusta per apprezzare le cose belle, per goderle.

Inutile dire quanto è importante per te averlo vinto con un film di Mario Martone.

Si, vincerlo con lui, che accompagna la mia carriera da 25 anni… Se posso fare un esempio, se nella religione cattolica all’inizio della vita c’è il battesimo e incontri la figura del padrino… spostando quelle tappe dalla vita alla mia carriera di attore, in quella Mario ha segnato battesimo, comunione, cresima e anche matrimonio: è stato proprio un ‘padrino artistico’, poi è diventato anche un amico, ma questo c’entra e non c’entra. Semplicemente, ho la grande fortuna di confrontarmi con un essere umano come Mario Martone, che ha un’intelligenza unica, è illuminante: questa è la cosa personalmente che mi arricchisce di più, quotidianamente. Il suo continuo coinvolgimento nelle cose, il poter chiedergli consigli, il rapportarmi con lui.

Roberto Sessa, produttore del film per cui lo hai vinto, dice che il David lo meriti sì per la tua interpretazione nel film, ma soprattutto per il grande lavoro che hai fatto a Napoli in questi anni: Al teatro NEST, nell’impegno sociale, con i ragazzi di San Giovanni a Teduccio e i detenuti del carcere minorile, oltre che nella solidarietà ai lavoratori in lotta per la loro dignità. Quanto di tutto questo ti porti dentro in teatro, sul grande e piccolo schermo, insomma nelle tue interpretazioni?

Mi porto tutto, metto una cosa al servizio dell’altra. Diciamo che ho capito di voler utilizzare la mia popolarità di attore mettendola al servizio della comunità. Voglio aiutare le persone, le associazioni, i ragazzini del mio quartiere a realizzare i propri sogni: ma non mi piace parlarne, a me importa che parlino solo i fatti. Ne ho avuto conferma in questi giorni, dopo il premio: i giornalisti non riuscivano a trovarmi e hanno contattato i ragazzi al laboratorio del NEST, hanno fatto loro delle interviste e loro parlavano di me, di Carmela. Allora la quantità di cose che mettiamo in atto da più di 15 anni le ho sentite dalla loro voce. Ma io sono solo la punta di un iceberg, attorno a me ci sono tanti altri artisti che si impegnano con loro, ogni giorno. E la cosa evidente, la più magica, la più bella, è l’effetto domino di tutto questo: se io volevo essere come Muhammad Alì, e nel 2018 gli ho dedicato anche uno spettacolo, volevo esserlo con tutte le sue debolezze, le sue contraddizioni, le sue paure, anche la sua determinazione. Quindi quando a volte vedo i ragazzi che iniziano ad assomigliare a me… ebbene sì, mi piace, mi diverte tanto. Anche se poi anche loro, come tutti, a un certo punto devono ‘uccidere il loro padre artistico’ o quel che sia, e fare la propria carriera, prendere le proprie posizioni, avere le proprie idee. È un atto che sento dovuto nei confronti di un quartiere che mi ha tolto tanto – perché mi ha tolto 20 anni di tranquillità – ma che mi ha anche dato tanto. Per questo cerco di ripagarlo descrivendolo sempre come un quartiere bello – perché lo è – e pareggiare i conti con tutte le cose negative che dicono sul mio quartiere.

Il teatro da quando avevi 14 anni, poi il cinema coi più grandi registi italiani, da Martone a Andò, ma anche Grimaldi, Patierno e tanti altri. Con Martone ti sei perfino cimentato con Eduardo, la leggenda della drammaturgia. Mentre La cura ti vede anche sceneggiatore, e dici che la cosa ti è piaciuta non poco. Senza scordare la TV che ti ha fatto conoscere al grande pubblico in serie come La squadra, Il clan dei camorristi, o Vincenzo Malinconico. Hai fatto praticamente TUTTO, ma c’è un progetto tra i tanti che più ti tutti ti è rimasto dentro?

Posso riassumere la mia carriera con tre soli film, forse quattro. Per primo mi verrebbe spontaneo dire Il Sindaco del Rione Sanità, che ha cambiato le sorti del mio cammino. Ma c’è per forza in ogni carriera c’è una prima tappa, per me una prima grande tappa: Una vita tranquilla, con Toni Servillo, che vide anche la mia prima candidatura ai David. Poi sicuramente Il Sindaco del Rione Sanità – il mio primo lavoro su Eduardo, prima in teatro e poi al cinema – e poi Nostalgia. E poi c’è qualcosa che ha a che fare col karma… Quanti cattivi ho interpretato io? E con chi vado a vincere il premio? Fa molto ridere… Per anni mi sono divertito come un pazzo, ma proprio tantissimo, a interpretare tutti i ruoli di cattivo: e poi arriva un prete, con la sua capacità di perdonare… che si piglia il premio più importante, la statuetta! E questo la deve dire lunga sulle interpretazioni e su quel che ne pensano gli attori sessi, che non è sempre quello che pensano gli altri di te.

 

In effetti anche Pierfrancesco Favino dice che nel cinema ti scelgono spesso per le tue ‘durezze’, ma quando sorridi “illumini anche chi ti sta davanti”.

Eh si, in effetti chi mi conosce la sa la verità (ride). Anche l’altra sera festeggiavamo in un locale e qualcuno diceva “spaventa tantissimo la tua energia, la tua determinazione, fa quasi paura”. Si, forse perché ho davvero scelto di lavorare per la collettività, non mi spaventa chiedere favori, o chiedere alle persone di lavorare gratis per noi, per il nostro quartiere, a titolo volontario. E forse quest’energia la sentono anche loro, per questo si fanno coinvolgere. Per quanto riguarda Favino, già avevamo un rapporto di amicizia oltre che professionale, poi per L’ultima notte di Amore mi chiese: “mi mandi una foto che sorridi?” E poi capii che era per il personaggio che avrei dovuto interpretare, che doveva far trasparire una certa tenerezza, allegria interiore, che arriva al cuore dello spettatore.

In cosa è differente l’approccio di un attore al suo personaggio se si è formato come te dal teatro, o se invece, come molti dei tuoi colleghi, arriva direttamente a lavorare per un film, o una serie.

Anzitutto il teatro è una palestra di allenamento costante e continuo per l’attore, e ripeto, ti dà la possibilità quotidiana del fallimento. Al cinema tu vai e registri. Quindi non hai possibilità di sperimentarlo quel fallimento. Lo affronti dopo, ma non hai possibilità di migliorarti subito, il teatro ti permette il miglioramento sera per sera, ogni volta che torni in scena. È come un artigiano che lavora un pezzo di legno, a un certo punto deve fermarsi con le mani, guardarlo da lontano e riprendere a lavorarlo il giorno dopo. Oppure come quando scrivi una sceneggiatura, a un certo punto la devi allontanare, devi guardarla dall’esterno e poi rimetterci le mani. Quando tu sei attore in un film, tu devi andare lì e devi essere. Come se ti mettessero davanti un corpo umano e tu devi operarlo, senza però mai essere mai stato in una sala operatoria. Il teatro invece è preparatorio, mentalmente e fisicamente, proprio dal punto di vista pedagogico, con esercizi, prepara uno strumento che è il corpo, a provare tecnicamente una serie di misure che sono poi le azioni, che poi si trasformano in emozioni. Mentre oggi l’errore più comune che si commette è pensare che al cinema basti parlare, dimenticandosi del corpo. Ma come affronti un personaggio, come affronti una scrittura? Come vive quel personaggio? Che cosa pensa? Cosa ha fatto prima di quella scena? Questa cose qua tu le impari solo se hai avuto modo di affrontare già dei personaggi, di vivere dei fallimenti, di passare per delle tappe, di costruire mentalmente un tuo percorso artistico, se hai passato otto ore al giorno a ‘buttare il sangue’ sulle tavole del palcoscenico per provare anche solo una battuta. È un approfondimento quotidiano, se il giorno prima quella cosa o quella battuta non aveva funzionato, perché il rapporto col pubblico è diretto e lo capisci dalle lacrime o dalle risate degli spettatori… puoi migliorarti anche solo con una pausa più lunga o più breve: con una frazione di secondo in più o in meno, la gente ride o non ride. Eppure la battuta è la stessa. Cosa è cambiato? Il tempo. Ecco, il teatro ti consente di avere il tuo tempo e di capire quanto pesa: e magari dopo 39 fallimenti, alla quarantesima replica arriva il tempo giusto. Perché il teatro serve a regalare un tempo ‘interiore’ all’attore, che domani gli consentirà di recitare in un certo modo anche al cinema. È una cosa molto importante per un attore, per un artista.

Napoli chiama Napoli. Mare Fuori, la serie dei record, pur portando con sé note di grande speranza e riscatto per i suoi giovani protagonisti, ha riacceso l’annoso dibattito in corso dai tempi dei vari Gomorra o Romanzo criminale sui rischi di emulazione della violenza. Come ti poni al riguardo.

Il Sindaco del Rione Sanità nasceva proprio per parlare dell’abbassamento vertiginoso dell’età dei camorristi. Quando nel 2007 io ho interpretato Pikachu nella Gomorra teatrale di Saviano e Gelardi non c’era ancora neanche il libro di Roberto Saviano, che uscì mentre noi provavamo, perciò ci voleva ancora tempo perché uscissero il film e la serie. Di sicuro e da sempre il genere mafioso e il fascino del male al cinema piace e piace molto agli attori interpretarlo, me compreso: mi piace da pazzi. Mi piace piacere agli altri quando recito certi atteggiamenti, ne rido moltissimo con le persone del mio quartiere. Il problema è che gli adolescenti tutti, nella camorra, arrivano all’apice del successo da giovanissimi. Non c’è un solo esempio vivente tra loro che abbia goduto dei beni conquistati dalla mafia. E non c’è un solo personaggio ‘cattivo’ che non muoia molto giovane, a iniziare da Al Pacino ne Il Padrino, come tutti i mafiosi o camorristi interpretati da grandi attori in grandi film. Certo, è un dovere degli adulti poi, dibatterne con i ragazzi che questi film li vedono. L’unica soluzione è la militanza culturale quotidiana, con i ragazzi, nei cinema e nelle scuole. Solo la cultura vince la criminalità, intesa anche come conoscenza della ‘materia umana’. Raccontare loro quel che un giorno mi disse un ragazzo che cercavo di aiutare qui nel quartiere, era al 41 Bis per aver ucciso quattro persone a 25 anni: “io sono stato contagiato dal virus delle ‘gioie corte’, ho vissuto cinque anni che erano per me ‘da leone’, con tante donne, soldi e potere: ora sono 15 anni che sto in carcere”. I ragazzi devono capire che quel tempo ‘da leoni’ è sempre così breve, e che non vale la pena vivere tutta la vita in galera.  Perciò io credo che il “genere Gomorra” debba esistere. A me è servito molto per conoscere quel male e i suoi stadi, tante volte romanzati o resi troppo epici, a volte mitici. Deve cambiare lo spettatore, dev’essere aiutato a capire che quello è il male della società, da cui prendere le distanze. Io quel male lo voglio conoscere bene per combatterlo, per aiutare meglio i ragazzi che mi stanno accanto.

Tornando ai tuoi ragazzi e al quartiere, oggi è un po’ come se il David premiasse anche loro.

Assolutamente. Oltre a essere un riconoscimento importantissimo personalmente, a me questo premio serve per lavorare, per parlare alle persone che possono aiutare le cause del mio quartiere, per spianare un po’ la strada. Per parlare anche a chi ci ha fatto tante promesse, anche dell’Università del cinema nell’area dell’ex base Nato di Bagnoli, una battaglia che portiamo avanti da tempo, forse le cose si stanno muovendo.

Ora dimmi del tuo futuro prossimo e dei progetti che vorresti prima o poi realizzare. Stai lavorando a Uonderboys della Disney e Glory Hole di Bronx, poi cosa c’è all’orizzonte?

Ti confesso che una delle mie ossessioni è sempre stata quella di immortalarmi giovane con i miei figli sulla ‘pellicola’… mi piace chiamarla così, è più poetico. In effetti ne Il sindaco del Rione Sanità l’ho già realizzata, lì avevo 38 anni e nel cast c’è mia figlia Morena che ne aveva 12. Anche il più piccolo, Mario fa una piccola parte, e… c’era anche il mio cane. Ma adesso è pronto un film per me e per Mario, con lui come protagonista, a breve gireremo ma è ancora top secret. E poi ho due grandi sogni nel cassetto: uno si chiama Natale in casa Cupiello, ancora con il grande Eduardo nel cuore. Un giorno riuscirò a portarlo al cinema anch’io, con la mia idea. E poi, fosse anche l’ultima cosa che farò nella vita, riaprirò il Supercinema a San Giovanni a Teduccio, che è una sala di 6000 metri quadrati chiusa da 38 anni.

Giovanna Pasi
15 Maggio 2023

Slow reading

Slow reading

Tornano in sala gli angeli di Wenders. Ecco i 10 capolavori per capire Berlino

Metti piede a Berlino e ti scopri a pensare che qui la storia ha lasciato profonde cicatrici sul volto della città. Ferite rimarginate eppure che non smettono mai di evocare....

Attori

Giulia Mazzarino: ‘L’incidente’ è la storia di una donna fragile, pura e incosciente

L'attrice torinese è la protagonista dell'opera prima di Giuseppe Garau, che sarà presentata al Lucca Film Festival 2023 come unico titolo italiano in concorso

Slow reading

Yile Vianello: “Ciò che conta nel mio lavoro sono gli incontri umani”

L'attrice 24enne, tra i protagonisti di La bella estate di Luchetti e La chimera di Rohrwacher, spiega a CinecittàNews di essere felice dello spazio che è riuscita a ritagliarsi nel cinema d'autore

Slow reading

Michele Savoia: “Dai Me contro te a ‘Ferrari’, è bello poter ‘giocare’ nel nostro mestiere”

L'attore pugliese, 34 anni, racconta a CinecittàNews la sua esperienza nella saga cinematografica campione di incassi e nel film di Michael Mann


Ultimi aggiornamenti