BARI – “Un percorso parallelo di trent’anni, la celebrazione di qualcosa di normale, con la volontà di condividere il successo”, così Niccolò Fabi racconta il doc Fabi Gazzè Silvestri – Un passo alla volta, in anteprima al Bif&st 2025.
Il concetto del “mescolarsi” non emerge soltanto nelle parole dal vivo dei tre musicisti, ma è sempre Fabi a raccontarlo espressamente con trasporto, convinzione e poesia nel documentario diretto da Francesco Cordio, che Fandango distribuisce come evento al cinema: 7-8-9 aprile.
“Noi siamo di una generazione che corre il rischio di rapportarsi al contemporaneo in maniera pericolosa: nostalgica o con un amore spassionato per la contemporaneità” per Fabi e, rispetto alla produzione di chi è giovane oggi, come loro tre lo sono stati quando tre decenni fa si sono accostati l’un l’altro, adesso “stare nel mezzo, riconoscere il valore del percorso musicale, dà la sensazione di base che in questo momento sia narrata la parte più visibile, quella che fa più scalpore; mentre la musica è molto più sfaccettata rispetto ai trend più narrati. La tecnologia ha dato più possibilità di esprimersi: in genere riconosco una mancanza del sogno nella scrittura, sento una fotografia del vissuto molto simile al social. Sugli aspetti formali, adesso hanno più strumenti a disposizione, è giusto usino quelli e non quelli che avevamo noi. Si può portare davanti a tante persone la verità senza che sia per forza instagrammabile”.
È ancora Niccolò Fabi, sollecitato su quelle che storicamente nell’arte sono le grandi rivalità tra artisti, a affermare con certezza che “il nostro credo sia un caso speciale, non per la qualità artistica ma rispetto alla naturale complementarietà dei caratteri e del linguaggio artistico; abbiamo dei temi comuni ma, senza forzatura, uno occupa una parte che l’altro non desidera, così ne esce un quadro composito, in cui ciascuno racconta una sfumatura che l’altro non racconta. Noi siamo poco ‘cantanti’, nasciamo come musicisti, autori, non abbiamo la psicologia del cantante, ovvero il bisogno di occupare il centro della scena senza vivere il momento del canto come giustificazione della mia presenza nel mondo. Ciascuno è un po’ testimone dell’altro, proprio come un testimone di nozze e della verità del racconto dell’altro”.
Sul tema della generazione emergente, Max Gazzè sostiene che “non sono diversi, è cambiato il modo di raccontare; gli spazi a disposizione sono diversi: quelli che sono emergenti adesso rischiano di esserlo a lungo. C’è anche un’esigenza naturale di voler ascoltare cose autentiche, rispetto a tanto posticcio: ogni decadenza implica un Rinascimento. Sto notando un grande fermento per l’autenticità: c’è un ritorno a creare qualcosa di autentico, anche per il pubblico. Sono fiducioso per le prossime generazioni, ci sarà un incremento di coscienza”.
Il documentario ha come cuore pulsante il concerto del 6 luglio 2024, in cui il trio di musicisti s’è fatto abbracciare dall’oceano umano del Circo Massimo, dieci anni dopo il loro primo e unico album collettivo, Il padrone della festa: “Noi abbiamo avuto la sensazione che quella serata non la scoderemo mai più: chi avevamo di fronte aveva una condizione d’animo… speciale. C’era un’atmosfera raccolta a fronte delle tante persone davanti a noi. Se c’è stato qualcosa di vanaglorioso nel nostro concerto è stato poter mostrare a qualcuno di una generazione diversa dalla nostra il modo di dedicare amore al suonare; avevamo l’ambizione di mostrare questa come scelta non del passato ma sempre viva. Ci siamo resi conto dieci anni fa che stare noi tre insieme ci rende rappresentativi di una generazione, da soli lo siamo meno, e noi la viviamo bene: ci sono alchimie di carattere e poi… è anche questione di culo”, commenta Daniele Silvestri, a cui fa coda il regista Cordio riflettendo che “rispetto al film del loro tour europeo di dieci anni fa, con questo doc apprezziamo – oltre al loro racconto di 30 anni insieme – le storie di un pubblico trasversale”.
Per Domenico Procacci, che lo distribuisce, “il documentario in genere è un racconto che si fa sempre più interessante: questo è più di un documentario su un magnifico concerto, perché c’è un racconto vero, personale, di storie che s’intrecciano”.
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