‘El Paraiso’, Edoardo Pesce novello Edipo italo-colombiano

El Paraiso, film in Concorso nella sezione Orizzonti di Venezia 80 diretto da Enrico Maria Artale, racconta l’ambiguo rapporto di dipendenza tra un figlio e sua madre


VENEZIA – Davanti alla porta di un bagno femminile di una balera, un uomo sulla quarantina attende qualcuno, pazientemente. Esce una donna matura, che si pulisce il naso: probabilmente non è stata in bagno solo per fare pipì. I due ballano vicini con intima complicità sulle note della tradizionale musica colombiana. Solo poco dopo averli visti tornare assieme a casa, capiremo che si tratta di una madre e suo figlio. Già dai primi momenti di El Paraiso, film in Concorso nella sezione Orizzonti di Venezia 80, il regista Enrico Maria Artale ci dà tutti gli elementi che torneranno ripetutamente nel corso del lungometraggio: la Colombia, la cocaina e, soprattutto, l’ambiguo rapporto di dipendenza tra un figlio e sua madre, interpretati da Edoardo Pesce e dalla popolare attrice colombiana Maria Rosa de Francisco.

La quotidianità di Maddalena e di Julio Cesar, nella loro casa in riva al fiume vicino Fiumicino, è quanto mai precaria. Per viver spacciano cocaina proveniente dalla Colombia, paese d’origine di lei, arrivata nel nostro paese quando il figlio era ancora piccolissimo.Tra i due c’è un evidente rapporto di co-dipendenza, che costringe l’uomo in una sorta di complesso di Edipo, come in uno stadio di adultescenza e repressione sessuale, succube della personalità straripante della madre, amata da tutta la comunità, nonostante il suo carattere forte e, a volte, scontroso. Tutto cambierà quando nella loro vita si introdurrà per qualche giorno una seducente e giovane corriera della droga colombiana. Una presenza che farà detonare l’esplosiva mole di frustrazione, gelosia e rancori accumulati negli anni.

Il punto di forza di El Paraiso sta proprio nel rapporto di odio-amore tra questi due personaggi, tratteggiati con un delicato chiaroscuro in maniera assolutamente tridimensionale. Tutte le asperità dei loro caratteri vengono compensate dall’autenticità delle emozioni che li travolgono. Personaggi se non buoni, genuini, sinceramente incapaci di superare i paletti che si sono costruiti tutt’intorno.

“Nel film tutti i rapporti sono una proiezione di quello tra la madre e il figlio. – dichiara Artale – Il Sud America mitologico da una parte, con il ballo, la musica e, anche la droga, che non mi interessava solo come metafora, ma anche come declinazione della dipendenza. Una categoria dell’animo che, alla fine, appartiene più o meno a tutti e che si può espletare in mille modi diversi, non soltanto attraverso le sostanze. I due personaggi, Julio e Maddalena, sono cresciute in un rapporto di dipendenza. Non mi interessavano gli aspetti criminali e pruriginosi della droga, ma qualcosa che registrasse questa continua alterazione degli umori, che può essere dovuta alle sostanze, agli ormoni, alle emozioni. Il fatto che fossero degli umori molto variabili, lo trovavo produttivo drammaturgicamente per il film e anche molto contemporaneo, perché andiamo verso una realtà in cui non esiste più la non-alterazione. La cocaina nella sua pervasività assoluta è anche metafora di questo”.

C’è poi l’aspetto linguistico, con questo spagnolo che si fonde al romanesco in continuazione, creando una cornice quanto mai credibile alle esistenze di tutti i personaggi. Meravigliosa ogni interpretazione, anche quelle secondarie di Maria Del Rosario e Gabriel Montesi, con una de Francisco che ha studiato un anno l’italiano – complice il lockdown – per risultare credibile, e con un Edoardo Pesce – co-autore del soggetto – che si trova a fare un ruolo cucito su misura su di lui, che gli permette di fare sfoggio di tutta la sua gamma espressiva. “Lo spagnolo l’ho improvvisato, perché come musicalità è simile all’italiano. – dichiara l’attore – È uscito fuori questa sorta di neo-dialetto, che secondo me descrive bene anche la situazione identitaria del personaggio. Fortunatamente nel film parlo poco”.

La seconda parte del film ci porta verso estremi psicologici e conseguenze fisico-emotive che sarebbe ingiusto anticipare qui. Tutto ruota meravigliosamente intorno e “dentro” il personaggio di Julio e la sua costante ricerca di un’identità libera dal peso materno e, al tempo stesso, capace di non rinnegarne l’essenza più pura. Un’essenza incarnata in quel El Paraiso, che, oltre al titolo del film e al nome di una barca, è anche un luogo mitico, sperduto – o forse immaginato – da qualche parte in Colombia. Un luogo da cui scappare o con cui ricongiungersi definitivamente.

di Carlo D’Acquisto

Carlo D'Acquisto
03 Settembre 2023

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