‘Dahomey’, Mati Diop e l’arte che sconvolge il mondo: “Non sottovalutiamo il cinema”

Con questo documentario dedicato al rientro in Benin di 26 delle migliaia di opere depredate dall'imperialismo francese, la regista francese di origini senegalesi ha conquistato l'Orso d'oro della Berlinale 2024


BERLINO – Autunno 2021, Repubblica del Benin. Dentro involucri di legno attentamente sigillati, tornano a casa 26 artefatti risalenti al regno di Dahomey, esistito tra il 1600 e il 1904. Queste antichità appartenenti alla cultura africana erano gelosamente custodite in Francia dal 1894, quando l’ex impero coloniale se ne era ingiustamente appropriato. Il tanto atteso ritorno è il tema dell’ultimo film della regista francese di origini senegalesi Mati Diop, in concorso alla Berlinale 2024: un breve documentario, tra ricostruzione filmica e riprese del reale, dedicato al rientro in patria di queste importanti opere d’arte e all’accoglienza che il popolo del Benin, in particolare la nuova generazione, dedicò loro. Una veloce ricerca sul web restituisce subito l’acceso dibattito che qui, in Occidente, si diffuse alla notizia della decisione del presidente francese Macron, intenzionato a restituire almeno in parte il patrimonio materiale sottratto alle culture africane durante l’efferato imperialismo. Mati Diop cambia però prospettiva.

Dopo un primo tempo immerso nella voce pensiero dei 26 artefatti –  “lasciamo il regno di notte, per trovarne un altro” – il punto di vista si ribalta, e in un mix di realtà e finzione ascoltiamo le parole degli abitanti del Benin, coinvolti dall’arrivo delle opere. Si riaprono le ferite coloniali e si prefigurano assieme ad esse idee di futuro per la giovane Repubblica africana, invitata a farne i conti. Come accogliere questo arrivo, una grazia o un nuovo inizio? Cosa ne sarà degli altri 5,000 tesori saccheggiati nel corso della storia coloniale francese? Le domande sono tante e Diop le pone tutte, più interessata all’esito del conflitto verbale che alla verità assoluta.

Dalla polvere dello scantinato di un museo in cui vengono impacchettati, al fuoco che si accende quando dall’altra parte del mare i 26 artefatti rivedono la luce, un momento che Diop tiene a raccontare ponendo la cinepresa dal punto di vista interno delle custodie in legno. Siamo lì dentro, con loro, a riscoprire la luce del regno lasciato troppo tempo addietro. Un vaso di Pandora che si apre e da cui si diffondono i fantasmi della storia, da osservare e capire. Non un’arte di passaggio, non un passatempo domenicale: in questi 26 artefatti scorre un presente e un passato politico da guardare negli occhi, per la Francia (e l’Occidente tutto) e l’Africa. Al centro, la potenza dell’opera artistica, con la splendida statua in legno del re Gezo – è lui a “parlare” allo spettatore con voce profonda, giunta direttamente dal passato, grazie al doppiaggio di Makenzy Orcel – a guidare le fila di oggetti funebri, sacri, richiami alla tradizione e all’impero Dahomey.

Il confronto tra i giovani del Benin, una vera e propria discussione in cerchio, ripresa nella forma di un’assemblea studentesca, lascia spazio a ogni interpretazione del particolare evento storico, entrato già negli annali della Repubblica africana. “Una presa in giro” tuona un ragazzo. “Più del 90% del patrimonio culturale africano è ancora nelle mani dell’Occidente”. Ma qualcuno vuole le fonti, e Diop si sposta tra un volto teso e l’altro favorendo una varietà di opinioni che è straordinario notare sboccino da 26 opere d’arte tornate alla loro terra. Un’arte che entra a gamba tesa nei temi più importanti, accende il mondo e si fa motore di cambiamenti. Gli artefatti saranno esposti nel nuovo Museo dell’Epopea delle Amazzoni e dei Re di Dahomey, ancora in crescita in attesa di nuovi artefatti.

La regia di Diop prende parte. La polvere in cui sembrano immersi le 26 opere si contrappone al sole splendente che li abbraccia all’arrivo nel Benin. Più sfumata è appunto la seconda parte, quando anche Diop sembra chiedersi se sia abbastanza per sanare una ferita a cui appartengono altrettante ombre.

“Siamo ben consapevoli che questo problema deve essere affrontato a diversi livelli. C’è certamente un’agenda politica, ma ci sono anche altri modi per rispondere, con artisti, registi, studenti”, ha dichiarato la regista. “Non dovremmo sottovalutare quanto potenti possano essere gli strumenti di cui disponiamo, in particolare quelli cinematografici. Offrono un modo per fare qualcosa di importante”.

Il rapporto con il passato si vivifica e le contraddizioni delle tradizioni non sono messe da parte, come una ragazza fa notare in un dibattito in cui vengono ricordate le atrocità commesse dall’imperatore Gezo nel massimo splendore del regno Dahomey, nato anche grazie alla schiavitù dei popoli circostanti. La capacità di Diop di includere tutto ciò, trovando comunque spazio per un cinema di immagini vive, che suggestionino grazie alla loro composizione, all’idea di fondo di racconto, conferma la regista tra le più abili narratrici all’opera su temi cogenti del presente.

Alessandro Cavaggioni
24 Febbraio 2024

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