Buonarroti, da Charlton Heston a Končalovskij e Antonioni

Capolavori come il ‘David’ o ‘Il giudizio universale’ basterebbero per battezzarlo “genio dell’Arte”, ma Michelangelo – nato il 6 marzo 1475, 550 anni fa – è stato inoltre architetto e perfino poeta: “Sto ancora imparando”, disse quasi novantenne


Il mito, il tormento, la spiritualità e la sperimentazione: il Michelangelo Buonarroti raccontato dal cinema è particolarmente intriso dell’essenza di queste quattro parole. Il racconto audiovisivo ha guardato a Buonarroti con un misto di venerazione e fascinazione, appunto per il suo genio tormentato. A seconda della sensibilità dell’epoca e della visione del regista, Michelangelo è stato rappresentato come un titano solitario (Il tormento e l’estasi), un artista travagliato e ascetico (Michelangelo – Infinito), un uomo primitivo e ossessionato (Il Peccato – Il furore di Michelangelo), fino a divenire una figura quasi astratta e simbolica (Michelangelo Superstar).

Se per un verso queste interpretazioni concorrono a rendere la sua immagine sempre attuale e affascinante, dall’altro emergono alcune criticità ricorrenti: il cinema ha privilegiato il mito rispetto alla realtà storica, enfatizzando la dimensione eroica e individualista dell’artista a discapito del contesto sociale e politico. Il Michelangelo di Charlton Heston (Il tormento e l’estasi), per esempio, pur grandioso e carismatico, rientra nella narrazione hollywoodiana del “genio solitario” che lotta contro le istituzioni, un’immagine efficace dal punto di vista drammatico ma che semplifica la complessa rete di rapporti che l’artista intratteneva con i suoi committenti e con la società dell’epoca. Mentre Michelangelo – Infinito Michelangelo: Amore e Morte cercano di restituire una lettura più meditativa e intellettuale, rischiando di appiattire il personaggio su una figura troppo statica e riflessiva, tralasciando il furore creativo e la fisicità della sua arte; al contrario, Il Peccato di Končalovskij ribalta completamente questa impostazione, proponendo un Michelangelo più terreno, quasi brutale, personaggio sopraffatto dal suo stesso tormento, senza spazio per la dimensione più filosofica e visionaria del suo mestiere.

Un’altra problematica risiede nella rappresentazione della sua sessualità e della sua vita privata, spesso semplificata o omessa. Il suo rapporto con Tommaso de’Cavalieri raramente trova spazio nel racconto cinematografico, contribuendo a perpetuare un’idea parziale e frammentaria dell’artista.

Il cinema ha offerto molteplici chiavi di lettura di Michelangelo, cogliendone ora la monumentalità creativa, ora la fragilità intima, ma non sempre restituendone la complessità autentica. Forse, la sfida per futuri film su di lui potrebbe essere proprio questa: superare l’iconografia del genio titanico o del visionario tormentato per restituire un Buonarroti più prismatico, in cui la tensione tra arte e vita emerga con tutte le sue contraddizioni.

Da Michelangelo a Michelangelo, da Antonioni a Buonarroti, e viceversa, per un cortometraggio, LO SGUARDO DI MICHELANGELO (2004), testimonianza dell’incontro tra due maestri, la loro omonimia e la loro longevità, anche creativa. L’autore ferrarese firma un film di sentita intensità contemplativa, un’opera breve che si muove tra cinema, scultura e introspezione. Se Buonarroti lasciò l’esistenza terrena a 89 anni, Antonioni, a 92, segnato dalla malattia che ne aveva limitato il corpo ma non la sensibilità artistica, si confronta con il Mosé custodito nella Basilica di San Pietro in Vincoli a Roma, trasformando questo incontro in un’esperienza quasi mistica. Il film, privo di dialoghi, si costruisce con un linguaggio puramente visivo e sonoro: il movimento della macchina da presa e il tocco delle mani di Antonioni sulla scultura diventano gli strumenti di narrazione. Il regista, con sguardo fragile ma penetrante, esplora ogni dettaglio della statua, facendo emergere la potenza plastica della creatura michelangiolesca, ma anche il peso della Storia e dell’Arte che racchiude in sé. Il silenzio è rotto solo da suoni minimi, come il respiro, il contatto diretto della pelle con la pietra, come fossero delle eco lontane capaci di amplificare la dimensione meditativa. Lo sguardo di Michelangelo non è solo un omaggio a Buonarroti, ma anche una riflessione meta-artistica sull’atto del guardare: Antonioni, con il suo sguardo a quel punto segnato dal tempo, si avvicina a quello del Mosé, opera tridimensionale che sembra trasudi essenza vitale e tensione interiore. Lo spettatore viene invitato a partecipare a questo dialogo silenzioso tra due giganti dell’Arte, in un faccia a faccia che trascende il tempo e la materia. Il suo ultimo film è, dunque, un’opera essenziale e commovente, una dichiarazione d’amore per l’Arte e un testamento poetico sul potere dell’immagine. Antonioni, creatore – nella visione – della rarefazione e del vuoto, qui lavora sulla pienezza della forma e sulla potenza della presenza, dimostrando come il cinema possa farsi esperienza sensoriale e spirituale senza bisogno di parole.

Un caposaldo del cinema storico-artistico è IL TORMENTO E L’ESTASI (1965) di Carol Reed, film che trasuda classicità nei suoi stilemi registici e nella narrazione epica. Charlton Heston incarna un Michelangelo colossale e passionale, in continuo scontro con il Papa Giulio II di Rex Harrison: s’impone una dialettica che riecheggia la tensione tra libertà artistica e potere istituzionale. Reed costruisce un affresco visivamente maestoso: certamente, il film risente di un’impostazione hollywoodiana che enfatizza il lato eroico dell’artista a discapito delle sue sfumature più intime. Charlton Heston, presenza scenica imponente e stile recitativo vigoroso, incarna un Michelangelo che sembra scolpito nello stesso marmo delle sue statue: l’interpretazione è carica di gravitas, primeggiano una fisicità robusta e una voce profonda, quest’ultima a sottolineare il suo ruolo quasi profetico. Il Michelangelo di Heston è più un gigante che un uomo, più un simbolo che un individuo: mancano la fragilità, il dubbio, l’aspetto più interiore e tormentato. Tuttavia, nell’ottica del grande cinema hollywoodiano degli Anni ’60, il suo Michelangelo funziona perfettamente come figura tragica e grandiosa, incarnazione perfetta della lotta tra Arte e Potere e il film di Reed resta imprescindibile per comprendere la percezione cinematografica del Rinascimento nel XX secolo.

È un viaggio visivamente sontuoso e concettualmente stratificato all’interno della mente tormentata di Buonarroti il MICHELANGELO – INFINITO (2018) di Emanuele Imbucci, che si colloca a metà tra il documentario d’arte e il biopic d’autore. Enrico Lo Verso incarna il temperamento burbero e introspettivo del Maestro, mentre la narrazione si sviluppa attraverso un intreccio di interviste, riprese delle opere e momenti di introspezione drammatizzata. L’uso della CGI, per avvicinare lo spettatore alla materia viva del marmo michelangiolesco, è il punto di forza del film, che trasforma l’atto della scultura in un’esperienza quasi sensoriale. Il film di Imbucci riesce a rendere vibrante il dialogo tra passato e presente, lasciando emergere con forza il tormento creativo e Lo Verso offre un’interpretazione volutamente introspettiva di Michelangelo, scegliendo di evidenziarne il lato più riflessivo e interiore. Il suo Michelangelo è un uomo solitario, quasi ascetico, che vive un costante conflitto tra la materia e l’idea, tra il limite umano e l’aspirazione all’infinito; l’attore lavora su una fisicità scultorea, essenziale nei gesti e carica di una tensione trattenuta, evocando il peso della creazione artistica come un fardello esistenziale. Tuttavia, la prova si muove su un registro prevalentemente monocorde, con toni spesso sussurrati e una gestualità rarefatta che, se da un lato sottolinea l’intimità, dall’altro rischia di appiattire la complessità emotiva. Manca, forse, quel senso di furia creativa che accompagna il Michelangelo delle fonti storiche, seppur l’intento di Michelangelo – Infinito non sia la spettacolarizzazione, ma un’indagine più radicata e spirituale.

Il tocco di Andrej Končalovskij è ruvido, anti-celebrativo, si discosta dagli stereotipi del genio rinascimentale per rivelare un Michelangelo ossessionato, profondamente umano, quasi primitivo nel suo rapporto con l’Arte. IL PECCATO – IL FURORE DI MICHELANGELO (2019) è un’indagine sulle ombre dell’uomo: le lotte con i committenti, la miseria, la paranoia, l’incapacità di trovare pace nel proprio talento. Il film sceglie di essere visivamente spoglio ma straordinariamente evocativo, si muove tra atmosfere caravaggesche e crude pennellate di realismo, con un Alberto Testone magnetico nel ruolo del maestro. Končalovskij trasforma il processo artistico in un’esperienza quasi mistica, lasciando allo spettatore il compito di decifrare il tormento dell’artista attraverso le sue opere. È un film d’intensità e audacia stilistica e scelta di Testone risulta un atto di rottura: lontano dalle stelle del cinema, attore non professionista e dalla fisicità cruda, scavata, restituisce un Michelangelo diverso da quello idealizzato della tradizione cinematografica; il suo è un artista brutale, sporco, tormentato fino al limite della follia, un uomo che si muove in un mondo di fango e povertà, più che di arte e bellezza. Končalovskij spoglia Michelangelo di ogni aura mitologica e lo presenta come un uomo quasi animalesco nel suo rapporto con la materia e così Testone adotta un’interpretazione istintiva, viscerale: il suo sguardo è sempre febbrile. Il suo è un Michelangelo che sembra non dormire mai, che vive con l’ossessione costante del marmo, del debito, della morte. Il film insiste sulla fatica fisica, sul conflitto con i Medici e i Della Rovere, ma lascia meno spazio al rapporto tra l’artista, la sua ispirazione e il divino: se possa sembrare un difetto, questa scelta però rende Il Peccato uno dei ritratti cinematografici più autentici e innovativi del Buonarroti.

È David Bickerstaff un altro esploratore dell’artista, con il doc MICHELANGELO: AMORE E MORTE (2017): pur ancorato a una struttura tradizionale, si distingue per la capacità di condensare la complessità dell’opera michelangiolesca in un racconto accessibile e visivamente raffinatoMichelangelo: Amore e Morte si sofferma sui dualismi della biografia e dell’arte del Maestro – carne e spirito, bellezza e sofferenza, divino e terreno – e li rielabora attraverso riprese suggestive e analisi critiche. Se da un lato il documentario non riesce a discostarsi completamente da una certa linearità narrativa, dall’altro trova il suo punto di forza in un Michelangelo restituito più attraverso l’Arte più che l’attore. Michelangelo è una presenza che aleggia attraverso le immagini delle sue sculture e dei suoi affreschi: questa scelta, se su un fronte evita i rischi di una caratterizzazione troppo soggettiva, sull’altro priva il documentario di un elemento davvero emotivo forte. Il Michelangelo che emerge è quello che conosciamo attraverso i libri e i saggi: per chi cerca una visione più analitica e meno romanzata, questa neutralità può risultare un pregio, permettendo allo spettatore di immergersi nella sua opera senza interferenze interpretative.

Poco conosciuto ma interessante nella sua rilettura moderna dell’artista è MICHELANGELO SUPERSTAR (1974), regia di Silverio Blasi, che tenta un approccio in cui unisce la ricostruzione storica a un’indagine sul ruolo di Buonarroti nell’immaginario contemporaneo. L’autore adotta uno stile a tratti sperimentale, in cui l’Arte diventa un pretesto per una riflessione più ampia sulla creatività come atto rivoluzionario. Sebbene il film soffra di una certa frammentarietà narrativa e di una messa in scena a volte teatrale, resta intrigante per chi voglia esplorare la figura di Michelangelo da una prospettiva meno convenzionale. L’interpretazione dell’artista in Michelangelo Superstar è forse la più anomala e meno convenzionale tra quelle analizzate: più che un personaggio a tutto tondo, Buonarroti diventa un’idea, un simbolo, un’entità astratta che si muove tra passato e presente. Questa scelta porta a una recitazione che si allontana dal naturalismo per abbracciare una stilizzazione quasi brechtiana. Michelangelo non è mai del tutto umano, ma piuttosto una figura che incarna la tensione tra Arte e società, tra innovazione e tradizione. Il risultato è un ritratto interessante, ma forse meno coinvolgente dal punto di vista emotivo. Blasi sembra più stimolato a interrogarsi sul significato culturale dell’artista che a raccontarne la vita in senso biografico. Questo rende il film affascinante ma ostico, più vicino a una performance concettuale che a un racconto cinematografico classico. Per chi cerca un’interpretazione più tradizionale e narrativa, questa versione potrebbe risultare distante, ma per chi ama il cinema sperimentale rappresenta un’esperienza accattivante.

Ciascuno di questi film e documentari offre un frammento del mosaico complesso che fu l’esistenza di Michelangelo Buonarroti, contribuendo ad arricchire la comprensione di un artista la cui grandezza resta, ancora oggi, senza tempo. Le interpretazioni sullo schermo variano, da quella epica e solenne di Heston a quella cruda e viscerale di Testone, passando per la malinconia di Lo Verso e l’astrazione concettuale di Michelangelo Superstar. Questo dimostra come la figura del Maestro continui a offrire una gamma inesauribile di sfumature.

Michelangelo Buonarroti, oltre a essere uno degli artisti più grandi della Storia, era noto per il suo carattere difficile, essenza che moltissimo ha appunto offerto humus alla narrazione cinematografica, così come il suo perfezionismo estremo e il suo atteggiamento spesso scontroso, e molti episodi tramandati ne rivelano il temperamento: tra questi, uno degli aneddoti più celebri riguarda la Pietà, scultura in marmo che realizzò per la Basilica di San Pietro a Roma. Secondo la tradizione, dopo che l’opera fu esposta, si diffuse la voce che fosse stata realizzata da un altro scultore, forse il lombardo Cristoforo Solari: offeso dalle dicerie, Michelangelo, poco più che ventenne, si introdusse di notte nella Chiesa e incise il proprio nome sulla fascia che attraversa il petto della Vergine: MICHAEL. ANGELVS. BONAROTVS. FLORENT. FACIEBAT. (“Michelangelo Buonarroti, fiorentino, lo fece”); pare che in seguito si pentì del gesto e non firmò mai più nessuna delle sue opere. Ancora, un altro episodio leggendario riguarda il Mosè: la scultura, con il celebre sguardo intenso e la straordinaria resa anatomica, era così realistica che, secondo la tradizione, Michelangelo, una volta terminata, colpì il ginocchio della statua con un martello e le chiese: “Perché non parli?”. Questo gesto, vero o leggendario, racchiude tutto il suo senso della perfezione assoluta, tanto che le sue sculture sembravano pronte a prendere vita.

Michelangelo Buonarroti è stato maestro assoluto della scultura, della pittura e dell’architettura rinascimentale: nato a Caprese, in Toscana, si formò a Firenze sotto il patronato dei Medici, per poi lavorare a Roma, dove creò alcune delle opere più straordinarie di sempre. Dotato di un talento senza pari, era un uomo introverso, ossessivo e profondamente spirituale, capace di trasformare il marmo in figure di una potenza quasi divina: Michelangelo è un soggetto perfetto per il cinema perché incarna il paradigma dell’artista capace di sublime, diviso tra grandezza e sofferenza. La sua vita è segnata da conflitti con Papi e potenti, da sfide tecniche estreme e da un’instancabile ricerca della perfezione. È un personaggio che si presta a molteplici interpretazioni: il visionario ribelle, il genio isolato, l’uomo tormentato dal peso della propria arte. Il cinema può esplorare non solo la sua straordinaria produzione artistica, ma anche il suo lato più umano, fatto di passione, dubbi e ossessioni, rendendolo una figura ancora incredibilmente attuale e affascinante. Nonostante il suo non quantificabile talento, è famosa – e significativa per un dibattito sulla modestia dell’animo umano – una sua frase, pronunciata quasi sulla soglia della novantina: “Sto ancora imparando”.

Michelangelo Buonarroti è al contempo artista per sguardi sofisticatissimi e, altrettanto, pop. Le sue opere sono perennemente soggetto di studio e ammirazione, ma anche capaci essere manipolate con spirito ludico dalla contemporaneità e dalle più differenti età anagrafiche, così come con il cinema che l’ha osservato e raccontato da angolazioni mai uguali a loro stesse, ispirato dalle sue stesse creazioni, tra cui, in una manciata:

Madonna della Scala (1490-1492)

Bacco (1496-1497)

Pietà (1498-1499)

David (1501-1504)

Tondo Doni (1504-1506)

Affreschi della Cappella Sistina(1508-1512), tra cui la celebre Creazione di Adamo, una delle immagini più riconoscibili della Storia dell’Arte

Mosè (1513-1515)

Giudizio Universale (1536-1541) – grandioso affresco dell’altare della Cappella Sistina

Pietà Rondanini (1552-1564) – ultima scultura di Michelangelo, rimasta incompiuta

Dalla Madonna della Scala alla Pietà Rondanini, l’evoluzione di Michelangelo mostra il passaggio dal classicismo giovanile a una visione sempre più drammatica e introspettiva, che anticipa il Barocco e persino l’Espressionismo moderno.

 

 

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02 Marzo 2025

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