‘Amor’: elaborazione del lutto sci-fi tra le acque di Roma

Fuori concorso a Venezia 'Amor' di Virginia Eleuteri Serpieri, figlia d'arte, che elabora il suo lutto per il suicidio di sua madre


Roma si presenta apatica agli sguardi dei suoi abitanti, mentre esercita un’attrazione seducente su coloro che la visitano con occhi meravigliati: la città è avvolta dalla luce soffice, sfumata e malinconica dell’autunno. Teresa ha lasciato andare sé stessa nelle acque del Tevere, e sua figlia Virginia si mette alla ricerca, tracciando percorsi senza tempo nel cuore della città, del fiume e delle sue onde.

Roma si trasmuta in Amor, il “pianeta della cura”, che accoglie Teresa in una dimensione incantata dove passato, presente e futuro si intrecciano in un quadro dolente e magico. L’anima del fiume e delle sue acque s’intreccia con quella dei labirinti mentali, delle profondità dei legami intessuti dall’arte e dalle cose che resistono all’oblio.

Questo è il percorso del terzo lavoro di Virginia Eleuteri Serpieri, figlia d’arte – suo padre Paolo è un grandissimo disegnatore di fumetti, famoso tanto per il western che per la raffinata saga fanta-erotica di Druuna – che passa a Venezia fuori concorso.

L’acqua e il lutto per la perdita della madre – esposto con rara e poetica delicatezza – erano già stati affrontati nel corto Il racconto dell’acqua, ma seguendo una dimensione più sonora: “Naturalmente – spiega la regista – il trauma della morte di mia madre ha segnato il mio rapporto con l’acqua. E’ accaduto nel ’98, quando io ero molto giovane e stavo iniziando il mio percorso creativo, che ne ha immensamente risentito. L’acqua è diventato un elemento che attraversa tutto ciò che faccio, a partire dal suo suono, che contiene tutte le frequenze e dunque è molto suggestivo. Sono partita proprio da un lavoro di registrazione del suono del fiume in tutti i suoi punti, sotto i ponti, fuori e dentro Roma, come una sorta di archivio sonoro che poi abbiamo sviluppato con Beatrice Mele (presa diretta) e Vito Martinelli (sound design mix)”.

Serpieri mette su un film sperimentale entusiasmante e struggente, lavorando molto con immagini fisse o con movimento minimo, il che non può che riportare alla mente l’arte fumettistica e illustrativa di suo padre, cosa che Virginia prontamente conferma: “il lavoro di papà mi ha influenzata, altroché. Il suo immaginario era fortemente legato al cinema, dagli Indiani d’America alle storie del West che richiamavano John Ford, e poi la fantascienza. Per me lui era un regista, ogni vignetta un’inquadratura, una grande visionarietà e poi l’iconicità del corpo femminile. Abbiamo respirato tutto questo in casa e ci è stato trasmesso con naturalezza, tanto che mia sorella poi è diventata pittrice. Come lei, anche io da piccola disegnavo fumetti, poi però sentivo l’esigenza di metterci un sonoro, con un registratore, e forse questo mi ha allontanata dal disegno, sentivo sempre che mancava qualcosa: l’audio”.

Si tratta però anche, naturalmente, di un modo molto efficace di elaborare il lutto: “E’ esattamente il punto – ammette Serpieri – il cinema mi è venuto in soccorso. Dopo quello che è successo ho avuto un incubo ricorrente: mi gettavo in acqua come mia madre e venivo attirata da alcuni bagliori, poi scoprivo che erano frammenti di immagini di lei, impossibili da ricomporre. Il cinema mi ha permesso di ricomporli senza cadere. Chi affronta un trauma così tragico è portato a rimuoverlo oppure ad affrontarlo ma rischia di restarci invischiati. A stare troppo coi fantasmi si muore dentro. E il cinema è un’arte di fantasmi, di illusioni, che però crea un percorso, ti permette di non perderti. Puoi stare coi morti ma creando qualcosa di nuovo, come con il Kintsugi, l’arte giapponese che ripara i vasi rotti con delle venature d’oro. Non potrai mai avere lo stesso vaso, ma puoi avere un vaso diverso, nuovo. Il cinema mi permette di guardare alla vita e al futuro”.

La fantascienza irrompe nel finale, con l’assunzione di Teresa in Amor: “Viene certamente dalle suggestioni paterne – commenta Serpieri – man mano che mi analizzavo ho capito che i frammenti erano immagini familiari, e che nelle profondità dell’acqua non c’era solo mia madre, ma tutta Roma, questa storia non apparteneva solo a me ma alla città, ho capito che il racconto non poteva che passare per Roma, così ho costruito un atlante di immagini della città, che è una città d’acqua: è nata su un fiume, ha visto creare il sistema idraulico più sofisticato del mondo. E’ una città di fontane. Questa mappa mi ha dato un percorso, come mia madre mi sono trasformata in un viaggiatore errante, e come tutti i viaggiatori siamo approdate a un’isola felice. Amor è lo specchio positivo di quel fiume oscuro, è un’altra faccia di Roma, che la città possiede. Sì, è una città violenta, cruda e piena di negatività ma ha anche una dolcezza di fondo che ha certamente accolto mia madre e l’ha portata nel mondo in cui tutti hanno cura degli altri. Roma ha queste potenzialità e io volevo coglierle, è una città che a sua volta sa essere materna, lo si vede nella sua mitologia, nell’architettura barocca. E’ piena di simbolismi positivi”.

Serpieri, tra le altre cose, insegna alla Scuola Internazionale dei Comics: “è una parte del lavoro che amo molto, con gli studenti ci insegniamo cose reciprocamente, c’è un bello scambio, anche se io intervengo soprattutto sul lato pratico, alla fine del corso d’animazione, per spiegare loro come funzionano i software, ad esempio quelli di montaggio video”.

Anche se d’ambientazione romana, il film ha avuto il contributo della Piemonte Film Commission: “mi sono resa conto che si trattava di una storia forte, che a differenza di altri miei lavori più sperimentali – chiude Serpieri – poteva arrivare a tutti, così ho cercato un iter produttivo più classico. Devo fare alcuni ringraziamenti, come Edoardo Fracchia, Elena Filippini e Stefano Tealdi di Stefilm e la casa di produzione lituana Era Film, nella persona di Rasa Miškinytė, il direttore della fotografia Simone Rivoire e Elvina Nevardauskaitė che ha operato le riprese in Lituania. La musica originale è di Elvina Nevardauskaitė. I costumi sono di mia sorella Lisa Eleuteri Serpieri e la scenografia è di Martina Iacubino. Infine, ma non per ordine di importanza, l’attrice Odetta Tunyla, con la voce di Laura Riccioli”.

di Andrea Guglielmino

Andrea Guglielmino
06 Settembre 2023

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