‘Across’: Irene Dorigotti indaga il sacro e trova il “dio del cinema”

Nel suo nuovo film Across, presentato nelle Notti Veneziane delle Giornate degli Autori, Irene Dorigotti indossa la sua vecchia divisa di scout e inizia un viaggio alla ricerca del senso più profondo


VENEZIA – Il nonno di Irene Dorigotti, fondatore della prima agenzia di viaggio d’Italia, le ha sempre insegnato la differenza tra essere un turista ed essere un viaggiatore. Lei, alla fine, oltre che una regista e un’antropologa, è diventata un’esploratrice. Nel suo nuovo film Across, presentato nelle Notti Veneziane delle Giornate degli Autori, indossa la sua divisa scout, che aveva accompagnato buona parte della sua giovinezza, e inizia un viaggio alla ricerca del senso più profondo del sacro. Dalla Torino della Sacra Sindone, fino in Messico, passando dal Vietnam e dai Templi di Angkor Wat in Cambogia, Irene non si dà pace nella ricerca affannosa di una verità. Ad accompagnarla, una voce rassicurante e onniscente.

Irene Dorigotti, come nasce e si sviluppa il progetto di Across?

Il film è stato girato in 8 anni, dal 2015 a oggi. È stato un percorso tortuoso, come fare una maratona senza sapere quando finisce o come fare un tuffo senza sapere se sotto c’è l’acqua. Tutto è iniziato con un film collettivo sulla Sindone che stavo girando a Torino, c’erano tanti scout e mi sono detto: perché non mi rimetto l’uniforme scout. Tutto è cambiato perché le persone hanno ricominciato a trattarmi come quando avevo 20 anni e si è scatenato qualcosa. Ho capito che c’era una storia e ho iniziato a cercare un senso e a scrivere tantissimo, fino a quando nel 2017 non ho vinto il Solinas.Poi però abbiamo affrontato tre cambi di produzione. Un momento cruciale è quando ho conosciuto Simone Rosset, che ha fatto sia le animazioni che la fotografia, è una delle persone più preziose di tutto il film perché ha tenuto botta per tutti quegli anni. Con lui in Sardegna è successa una cosa incredibile. Lui aveva disegnato negli storyboard la scena con i fenicotteri e loro sono passati esattamente come li aveva disegnati lui. Ci siamo detti che si è manifestato il dio del Cinema. Across è un caleidoscopio, tu ci passi attraverso.

Alla fine di questo percorso travagliato, il film è venuto fuori come te lo immaginavi, o è cresciuto e cambiato insieme a te?

È stato un percorso di crescita, è proprio un romanzo di formazione. Lo dicevo fin dall’inizio e poi lo è stato per davvero. Alcune riprese, come quelle dei battitori della croce, non credevo di riuscire a farle. È stata una performance di 12 ore, da cui sono uscite cinque minuti di film.

La voce narrante è un dio che ti accompagna. Che dio è e quando è arrivata questa idea?

Non si sa che dio è. La scrittura della voce narrante ha seguito tutto il percorso di produzione. Questa idea è arrivata un anno fa, quando Carlo Shalom Hintermann, produttore e co-sceneggiatore, mi ha detto: guarda il fondo allo script ti ho fatto una piccola sorpresa, se ti piace. Ho letto e ho iniziato a ridere come una pazza.

Il tuo documentario inizia e finisce con un tuffo perché?

Il tuffo è un gioco. Spero di dare delle chiavi allo spettatore e che lui veda quello che vuole. Non è un film guidato alla Netflix. Anche quella della piscina è una storia interessante. Era il giorno del mio compleanno ed eravamo in residenza in un paesino vicino a Saint Moritz. In quel periodo ero in fissa per le piscine. Quando siamo arrivati lì in quella piscina abbiamo scoperto che l’anno prima Sorrentino ci aveva girato Youth. Simone allora mi ha detto che dovevo saltare da quel trampolino perché a 30 anni si deve fare una cosa che non hai mai fatto nella tua vita. Per quel tuffo lì mi hanno preso in giro per tutto il giorno del mio compleanno. Era il tuffo di qualcuno che fa qualcosa che non ha mai fatto e poi è diventato qualcosa di più filosofico. Anche l’idea che tutto fosse come un battesimo: da una cosa in cattività, controllata come una piscina, si arriva a uno strumento di liberazione come il mare. Perché quando uno butta le cose in mare diventa un rituale di apertura.

Cosa hanno rappresentato e cosa rappresentano ora per te gli scout?

Sono il posto dove sono cresciuta. Mi hanno permesso di crescere e fare delle scelte. Credo che siano un buon metodo per educare alla libertà e alla democrazia.

di Carlo D’Acquisto

03 Settembre 2023

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