Abel Ferrara a Taormina: “Vivo in Italia perché posso essere me stesso”

Pasolini, Padre Pio, Willem Defoe e il viscerale rapporto con l'Italia: questo e tanto altro nella masterclass tenuta dal regista statunitense trapiantato a Roma Abel Ferrara al 69mo Taormina Film Fes


TAORMINA – Quando si parla di Abel Ferrara, l’anarchia è la parola chiave. Nell’incontro tenuto nel corso della 69ma edizione del Taormina Film Festival, il regista statunitense trapiantato in Italia da 10 anni ha suonato il pianoforte, invitato il direttore artistico Barrett Wissman a fare lo stesso mentre lui lo filmava, giocato con il pubblico, risposto ai messaggi di James Franco e dato consigli agli operatori su dove posizionare la camera. Il tutto con al leggerezza di un autore che, dall’alto dei suoi 71 tormentati anni, è finalmente “sobrio, felice ed ottimista”.

Sono stato alcolizzato e tossicodipendente per tutta la vita. Sono rinato una decina di anni fa in una piccola comunità vicino Napoli. Mio nonno è nato lì vicino, ero molto legato a lui mentre crescevo nel Bronx. C’è una sorta di connessione spirituale con quel luogo. Lì, Padre Pio e Maradona sono i santi padroni di ogni criminale. Ogni volta che andavo a comprare la droga c’era una statua di Padre Pio e mi chiedevo chi fosse” afferma Ferrara in relazione al suo ultimo film in cui Shia LaBeouf interpreta il santo di Petralcina.  

Per Ferrara è fondamentale tenere sempre presente il rapporto con i maestri che l’hanno formato: “I miei eroi sono Lenny Bruce, Fassbinder, Godard e poi c’è Pasolini, che non è un eroe, ma un maestro. Io non ho visto Salò, è nel mio DNA, così come i film di tutti questi registi fanno parte di me. Quando faccio un film non racconto me stesso, racconto loro”.

Ci si concentra in particolare su Pasolini a cui Ferrara a dedicato un film intero: “Pasolini ha detto che puoi combattere contro il fascismo, ma non contro il capitalismo, ed è vero. Lo ha capito cinquant’anni fa. Lui scriveva senza sosta, pensava, dirigeva, in poche parole viveva. Quando rispondeva a delle domande chiedeva chi fosse il suo interlocutore, chi avrebbe letto o ascoltato la domanda, una volta capito il target poteva parlare. Non diceva cose a caso, parlavo a persone specifiche in un modo specifico”.

Protagonista di quel Pasolini era Willem Defoe, attore feticcio dei Ferrara e suo grande amico: “I sette film che ho fatto con Willem valgono zero, pensiamo solo a cosa fare nel futuro. Per me e la mia crew Willem è come Marco Polo: lui viaggia tantissimo, lavora con la Marvel, gira film indipendenti, fa tour teatrali, ma poi torna sempre. È un uomo avventuroso ed è per questo che è quello che è”.

Parlando del futuro, regista ricorda di essere stato a Kiev per un documentario e di essere in lavorazione per un altro su Patti Smith. Nel frattempo, però, si trova ospite attivo e partecipe del festival di Taormina e non può non commentare quanto accaduto negli scorsi giorni: “Quando ho visto Harrison Ford a 81 anni salire sul palco con tanta leggerezza ho provato invidia, ma il film avrebbe avuto bisogno di Steven Spielberg. È un peccato vedere migliaia di persone per Indiana Jones e poche centinaia per A Thousand and One, un film che dovete vedere. Soprattutto qui in Italia, dove non ci sono tanti afrodiscendenti. È incredibile, siamo a poche miglia dall’Africa ma non esistono persone nere. Lo dico sempre: Garibaldi non ha unito l’Italia, ha diviso l’Africa”.

L’Italia, però, è il luogo che lo ha accolto, “salvato” e in cui ha scelto di vivere, per la precisione a Roma: “In Italia si mangia ad orari precisi, ci si siede con un piatto di pasta. Quando giro con troupe americane non lo capiscono, loro mangiano un panino senza smettere di lavorare. Ora che vivo da 10 anni qui, capisco che lo stile di vita italiano è molto più sano e naturale. Gli italiani non mangiano camminando” Un aspetto che si riflette indirettamente anche sul cinema e sulle aspettative del pubblico. “Io non penso a chi guarderà i miei film, perché i film durano per sempre e non posso pensare a un gruppetto di persone che li guarderà magari tra 30 anni su un’isoletta sperduta. È per queste che vivo in Europa, qui posso fare quello che voglio, essere me stesso: è quello che le persone si aspettano da me. In America si aspettano sempre qualcosa di perfettamente dritto, convenzionale. Qui posso fare rock ‘n’ roll”. 

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27 Giugno 2023

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