‘Zitti e NUTI”, un podcast celebra l’autore di ‘Caruso Pascoski’

L’autore Emiliano Cribari, la produttrice Clara Collalti di Officina del Podcast, e lo storico del cinema Rocco Moccagatta, a Trento per la Masterclass che presenta in anteprima le 6 puntate, poi su Spotify


TRENTO – “Chi tace sta zitto. No, chi tace acconsente. No, chi tace sta zitto”. È questo uno dei giochi di parole di culto del cinema di Francesco Nuti, mutuato da Madonna che silenzio c’è stasera, ed è questo refrain che prende per mano l’ascoltatore per portarlo dentro ciascuna delle 6 puntate del podcast Zitti e NUTI, in anteprima al 72mo Trento Film Festival, poi  disponibile su Spotify.

È la voce, dunque la potenza della parola, e la capacità di ascolto, a celebrare l’attore e regista toscano: Zitti e NUTI, presentato presso Harpo Lab, neonato spazio trentino di educazione all’immagine, è lì dove s’ascoltano in anteprima 2 dei complessivi episodi, alla presenza dell’autore, Emiliano Cribari, accompagnato dalla produttrice Clara Collalti di Officina del Podcast – Storie Fatte a Voce, che si occupa di produzione di serie audio, dal concept al rilascio sulle piattaforme, e dal critico Rocco Moccagatta.

Un anno fa (12 giugno 2023) Francesco Nuti volava in cielo, dopo un’esistenza tra lievità e genio, tra scivolamento fuori dalle scene e malattia.

Negli Anni ’70 ha scritto uno spaccato di comicità con i Giancattivi – Alessandro Benvenuti e Athina Cenci, in una coreografia mediatica tra radio (Black Out) e tv (Non Stop): è Paperino, o meglio Ad Ovest di Paperino a segnare il suo debutto cinematografico, nel 1981, esperienza artistica che – passando da titoli cult come Io, Chiara e lo Scuro e Caruso Pascoski, senza dimenticare Willy Signori e vengo da lontano – finisce per sempre con Concorso di colpa (2005), non orfano di riconoscimenti, anzi, tra cui due David di Donatello e un Nastro d’argento.

Per Collalti, Zitti e NUTI “è stata un’avventura, non semplice: è una storia iniziata un anno e mezzo fa, quando Francesco Nuti era ancora vivo, ma in un momento d’ombra, con il sipario su di lui un po’ calato, ecco perché provare a raccontare il suo cinema e l’essere umano. L’abbiamo fatto cercando l’avallo della ex moglie, Annamaria Malipiero, e della figlia Ginevra, che ci hanno subito dimostrato grande affetto; la famiglia, poi, ha però avuto un po’ paura a scoprirsi e raccontare Francesco in maniera così intima, abbiamo fatto fatica a parlare con loro, avremmo dovuto avere materiali inediti e ospiti, finché per proseguire abbiamo dovuto fare una scelta, anche perché un giorno di giugno, nel frattempo, Francesco è morto: avremmo potuto cavalcare l’onda, trasmettendo subito il podcast, ma abbiamo preferito non farlo. La serie non indugia sulla fine, si ferma a quando Francesco cade. Ci sono due puntate che interessano anche la montagna. C’è stata poi molta fatica a trovare il produttore esecutivo, perché i grandi gruppi editoriali interpellati all’inizio avevano aderito con entusiasmo, poi sottraendosi: questo è amorevolmente un grande omaggio al cinema di Francesco, con una scrittura molto emotiva”.

Emiliano Cribari, l’autore del podcast, che ha conosciuto personalmente Nuti, mosso da una discreta ma palpabile onda d’emozione che gestisce ma non cela del tutto, lo afferma senza tentennamenti: “a Francesco a è mancato tanto il calore; è mancata gente che credesse in lui, ma soprattutto gli sono mancati gli sguardi delle persone, che invece stasera, qui, percepisco per lui. Quando si omaggia qualcuno che ha lasciato una traccia, non è che ci sia un tempo per dire ‘grazie’, si può farlo sempre: questa è un’emozione che ho provato a mettere nella scrittura. Per arrivare, per accendere, per farmi sentire nudo e scoperto, dovevo scrivere restituendo il fuoco del suo cinema: questo podcast è una lettera in 6 pagine, a mio figlio Lorenzo (nome mutuato dal bambino di Tutta colpa del Paradiso)”.

Dal racconto delle vive voci a Trento, oltre che dal podcast, si scopre – o si ricorda, per chi l’avesse già saputo – che Francesco Nuti è stato, anche, un eccellente calciatore – tra l’altro, compagno di scuola di Paolo Rossi, ‘Pablito’ – e un altrettanto eccellente giocatore di biliardo. Cribari lo afferma: “Nuti era un capriccioso, un Pinocchio, ma un poeta: un fantasista. Si parla di un talento cristallino, esuberante, poliedrico“.

Ed è lo storico e critico del cinema Rocco Moccagatta a non nascondere la testa sotto la sabbia e ammettere che “storici e critici hanno un po’ la coscienza sporca verso Nuti, finora almeno: la critica italiana – con felici eccezioni – è stata spesso inclemente con lui, considerandolo ‘il comico di Natale’, che poi sarebbe un merito e un pregio fare una comicità intelligente, come Zalone o Ficarra&Picone. Francesco Nuti, con quella sua vena di narcisismo, sentiva di poter essere qualcosa di più per il cinema italiano ma la critica non gliel’ha mai riconosciuto. Poi, sono pochi i casi di comici italiani a non essere stati sotto l’ala protettrice di un produttore, e penso all’inferno produttivo di OcchioPinocchio, in cui la parte del cattivo ‘l’ha interpretata’ Cecchi Gori, a conferma anche di come Nuti fosse scomodo: metteva al centro dei suoi film non solo la risata più semplice, ma inquietudini e zone d’ombra. Nuti metteva sotto la superficie del comico qualcosa di più, come in Tutta colpa del Paradiso: sotto una favola ecco lì questioni urticanti; lui faceva questo, e l’ha fatto in maniera urticante rispetto al sistema produttivo, l’ha fatto in maniera meno furba di altri, rimanendo un cane sciolto, ed è questo che le buone conventicole non gli hanno mai perdonato. Seppure Nuti piacesse molto a Rondi, e Tullio Kezich talvolta lo difendesse”.

Per Cribari “a una festa si può stare al centro e ballare, o stare ai lati, e Nuti stava ai lati, ma era protagonista lo stesso, perché aveva la dote del silenzio: il cinema di Nuti sapeva nutrire i silenzi. Nuti sapeva usare la lingua stando negli interstizi, una parola nasce e muore monca, ma è lì che vola, perché Nuti sta nelle sfumature”.

Le musiche del podcast sono di Ettore Formicone, con il contributo di Paolo Ganz.

 

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