Vollmann, la guerra e il diritto all’autodifesa

Uno dei maestri della letteratura americana contemporanea, in tour in Italia, presenta all’Italian Pavilion la nuova edizione di un suo capolavoro


“Possiamo sperare che ci sia un mondo migliore per il futuro, possiamo pensare di guardare intorno a noi che cosa sta succedendo, d’altro canto noi esseri umani siamo organismi come molti altri sulla Terra. Speriamo di fiorire ma siamo destinati a morire. A volte scompaiono intere specie. La Repubblica Serenissima non è più con noi, dobbiamo accettare che scompaiano certi organismi ma anche di fare ciò che è possibile sapendo che resta nel luogo e nel tempo in cui è stato fatto. Se tra cinquecento restano sulla Terra gli umani continueranno guerre, stupri e schiavitù. Ma il punto è fare del nostro meglio per migliorare la situazione”.

Sono le parole di saggezza con cui William T. Vollmann, una tra le più geniali e influenti voci della scena letteraria americana, introduce il suo incontro a Venezia 79 all’Italian Pavilion. Dopo dieci anni di assenza torna in Italia il grande autore affermatosi attraverso romanzi, saggi e reportage come autore di vero e proprio culto. In un incontro veneziano promosso in collaborazione da Cinecittà minimum fax, Vollman presenta la nuova edizione di un suo capolavoro, ‘Come un’onda che sale e che scende. Pensieri su violenza, libertà e misure d’emergenza’.

Un’opera-mondo su storia, violenza, morale umana; un’epica di personaggi, immagini, racconti divenuta un classico contempraneo. In un breve passaggio del testo l’autore commenta un episodio di bullismo di cui è stato vittima, prendendolo come spunto per parlare di guerra e diritto all’autodifesa. “Partiamo dall’ovvio. Io cerco strutture logiche su un assioma, dal quale costruisco qualcosa da sviluppare. Quando si parla di diritto all’autodifesa, la domanda è lecita. Se un bambino attacca un altro bambino è normale che la vittima si difenda. Ma quando si parla di scontri tra Stati, cosa succede? Pensiamo a Russia e Ucraina: entrambi affermano il proprio diritto all’autodifesa. Si rischia di diventare complici e vedere le cose a livelli diversi. Quando si passa dalla situazione in cui si guarda all’ovvio a quella in cui si guarda a livello sociale diventa tutto più complesso ed elaborato. Procedendo a un esempio personale, l’11 settembre 2001 mi trovavo in Thailandia, ho capito quello che era successo solo molti giorni dopo. I bambini mi dicevano ‘c’è un grande incendio nel tuo paese’ e io pensavo alle foreste. Per strada però hanno cominciato a vendere magliette con la faccia di Bin Laden e ho capito, mi sono informato. La mia posizione allora, e lo è ancora, è che in quell’occasione sono stati commessi crimini terribili. Dobbiamo difenderci, dobbiamo evitare che succeda di nuovo una cosa del genere. Fin qui tutto bene. Quello che non va bene è quello che è accaduto dopo, l’attacco ingiustificato all’Iraq. Quando è giusta una guerra? Nessuno può invadere un paese solo perché gli va, ma Bush invase l’Iraq sulla base di una menzogna, dicendo che Saddam Hussein era associato ad Al Quaeda e che aveva armi di distruzione di massa, ma non era vero. E la vita degli iracheni non è affatto migliorata, anzi. Sono peggiorate le loro condizioni e anche noi siamo in maggior pericolo. L’assunto di quella guerra era illecito”.

Si parla anche di filosofia: “E’ facile criticare e basta. Socrate è bravo a distruggere quello che è stato costruito da altri ma meno a proporre una sua struttura. Io vi posso dire che il mio calcolo morale non mi permette di dire in assoluto cosa sia giusto fare. Vorrei però sottolineare che amo il mio paese, e non vorrei sembrare solo negativo nei confronti degli Stati Uniti”.

Da giovane, Vollmann ha passato un periodo in Afghanistan, di cui ha parlato in ‘Afghanistan Picture Show’: “Era il ’79, ero in Svizzera dai miei per le vacanze di Natale e su un giornale lessi dell’invasione da parte dell’URSS. La trovai una notizia orribile. Mi colpiva capire che questa gente stava soffrendo, ma soprattutto che la stampa aveva smesso di parlarne in poche settimane. Io continuavo a pensarci, non sapevo niente di quella gente ma volevo aiutarli e fare qualcosa. Quindi ho cominciato a lavorare come segretario per raccogliere soldi per i rifugiati. Volevo avere contatti con i mujaheddin, che all’epoca erano visti come i ribelli. Quando riuscii ad andare li trovai molto coraggiosi, uniti e determinati. Io pensavo che necessitassero di medicine e cibo ma loro dicevano “vogliamo solo armi e proiettili, per annientare i Russi e mandarli via dalle nostre terre”. Rimasi shockato e non sapevo cosa fare. Un generale mi prese e mi portò sulle montagne. Pensavo di essere lì per fare un favore a loro, essendo americano. La gente aveva i piedi sanguinanti perché camminavano scalzi. Fui in imbarazzo, ebbi un attacco di dissenteria. E loro che combattevano per il loro paese dovettero trasportare il mio zaino. Poi mi misero in mano un mitragliatore: premetti il grilletto e lanciai dei colpi a caso verso il cielo. Mi resi conto di quanto potessi essere inutile per loro. Ma ricorderò sempre la forza, la fiducia e la gentilezza di queste persone e quello che fecero per me. Lo fecero perché ero un americano e perché la CIA li stava aiutando. Ma oggi queste stesse persone che la CIA aiutava sono considerate terroristi. Nessuno pensava che avrebbero vinto. Hanno sfiancato il nemico, e lo stesso avrebbero fatto con noi quando siamo andati in Afghanistan. Sono tornato nel 2000 e la gente amava i talebani. Dicevano che era il miglior governo possibile sulle Terra. I talebani fanno tutto in nome della loro religione. Sono un regime popolare e non sarebbero tornati al potere se il popolo non glie lo avesse concesso”.

In un passaggio del libro, con molta onestà intellettuale, Vollmann dice che dal punto di vista della liceità Lincoln e i serbi, in diversi momenti storici, non si trovavano su piani diversi.

“La storia – commenta lo scrittore – è come uno scheletro che si decompone lentamente. Noi dobbiamo vedere cosa c’è attorno a questo scheletro e dobbiamo farlo con la nostra empatia, utilizzando la nostra empatia e il nostro giudizio. Mettendo della carne attorno allo scheletro facciamo letteratura. Nessuno può sapere come fosse realmente Lincoln, possiamo guardare le sue immagini, leggere i suoi discorsi, capire le sue idee. Ma com’era veramente? Solo sull’empatia si basa la nostra impressione. Io come giornalista e autore di fiction e non-fiction devo abitare i personaggi. Il paragone è semplice: gli Stati Uniti durante la guerra di secessione si riunirono intorno a un’alleanza. Ma erano anche liberi di lasciarla? Quando pensiamo ai serbi, loro avevano il controllo dell’esercito, che andava al di là della Serbia, arrivava alla Croazia, alla Slovenia. Qui i fatti. La nostra empatia costituisce la base della letteratura”.

L’incontro è stato moderato da Luca Briasco, americanista, direttore editoriale di Minimum Fax .

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07 Settembre 2022

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