“Una storia vera”, ma per finta: il caso ‘Sciame’ e i suoi predecessori

La cruenta serie di Prime Video Sciame rivendica di essere tratta da una storia vera. Ma è davvero così? Ripercorriamo alcuni altri esempi di film che giocano in modi diversi sulla stessa ambiguità


Quante volte abbiamo letto l’avvertenza che ci ricorda che il film o la serie che stiamo per vedere è frutto di fantasia e che ogni riferimento a fatti e persone reali è del tutto casuale? Tantissime. Per questo molti si sono stupiti leggendo all’inizio della serie Sciame una frase che ne ribalta completamente il senso: “Questa NON è un’opera di fantasia. Qualunque somiglianza con persone reali, vive o morte o con eventi reali è intenzionale”. La nuova serie disponibile su Prime Video rivendica fin da subito un’attinenza alla realtà che viene poi esplicitata nel sesto episodio dove – senza fare spoiler – la narrazione diventa improvvisamente un vero e proprio mockumentary (o finto documentario) che trasporta nel mondo reale la storia romanzata che ci è stata presentata fino a quel momento. Ma come stanno davvero i fatti?

Sciame racconta di Dre, una giovane donna tanto ossessionata da una famosissima pop star, Ni’ Jah, da arrivare a uccidere chiunque la critichi sui social. Esiste davvero una serial killer che uccide spinta da una sorta di fanatismo musicale? Fortunatamente no. Andrea “Dre” Greene, presentata come reale nel corso del sesto episodio, è in tutto e per tutto un personaggio di fantasia e l’intero mockumentary serve solo a instillare il dubbio nello spettatore, costringendolo a chiedersi se l’ossessione verso alcune star, trattate come vere e proprie divinità, sia in qualche modo sovrapponibile al fanatismo di matrice religiosa che ha macchiato di sangue la storia antica e moderna. Il fatto che la pop star fittizia Ni’ Jah sia dichiaratamente sovrapponibile a Beyoncé non fa altro che aumentare questo senso di inquietante ed alienante realismo.

“Abbiamo condotto ricerche per mesi per trovare eventi in un periodo di 2 anni e mezzo in cui inserire il nostro personaggio principale. – ha dichiarato Al Los Angeles Times l’autrice Janine Narbes – Quindi non è interamente un’opera di finzione. Abbiamo raccolto vere voci su Internet, veri omicidi e li abbiamo combinati alla narrazione del nostro personaggio principale, Dre. Non è del tutto immaginario”.

 

Non è la prima volta che degli autori decidono di portare avanti questa sorta d’inganno che gioca sull’ambiguità del concetto di “storia vera” che viene tipicamente propinata ad Hollywood. Divenne iconica la scelta compiuta dai fratelli Coen per il loro pluripremiato film del 1996 Fargo di inserire all’inizio del film la seguente didascalia: “Quella che vedrete è una storia vera – I fatti esposti nel film sono accaduti nel 1987 nel Minnesota. Su richiesta dei superstiti, sono stati usati dei nomi fittizi. Per rispettare le vittime tutto il resto è stato fedelmente riportato”.

Lo spettatore, così, è chiamato subito a guardare con un occhio diverso i grotteschi personaggi e le bizzarre vicende che gli vengono raccontate, soprattutto quando si trova davanti a un’improvvisa e folle esplosione di violenza. Inutile dire che, anche in questo caso, Fargo non è una storia vera, se non per il fatto di essere vagamente ispirata a dei crimini realmente accaduti. “Se il pubblico crede che una cosa sia basata su un evento reale, – ha ammesso Joel Coen – questo ti dà il permesso di fare cose che altrimenti la gente non potrebbe accettare”. L’ingenuità di alcuni personaggi, la stupidità di certe scelte e l’evitabilissimo spargimento di sangue che viene mostrato nel film ci appaiono così come frutto dell’incesto tra l’umana fallibilità e la crudeltà del caos. D’altronde, cosa c’è di più folle della realtà?

Lo stesso artificio narrativo verrà poi riproposto anche all’interno delle quattro stagioni (la quinta uscirà nei prossimi mesi) dell’omonima serie antologica. In questo caso, la didascalia presente all’inizio di ogni episodio è un omaggio al film cult dei Coen, che sottolinea lo scarto tra ciò che crediamo reale e ciò che lo è per davvero.

 

Ma c’è un genere che più di tutti ama lanciare l’amo della “storia vera”: l’horror. Tantissimi sono i film dell’orrore che amano proporre, fin dalla campagna promozionale, l’efficace claim “ispirato a una storia vera”. Dicitura che formalmente non significa niente di concreto, come è evidente quando la vediamo accostata a storie che raccontano di creature sovrannaturali che con il “reale” hanno decisamente poco a che fare. Il termine “ispirato” (al posto di “tratto”), infatti, significa che l’autore ha modificato più o meno liberamente i fatti reali, permettendogli così di inserire tutti gli elementi orrorrifici che desidera, per quanto essi possano essere irrealistici.

Una delle più popolari saghe horror che sfrutta questo escamotage narrativo è quella nata nel 2013 con il film The Conjuring – L’evocazione, seguita da altri ben 9 film tra sequel diretti e spin-off. Iniziata come una drammatizzazione dei fatti accaduti alla reale coppia di demonologi Ed e Lorraine Warren, la serie ne ha preso sempre più le distanze col passare degli anni.

 

Discorso diverso è quello che riguarda il cult indipendente del 1999 The Blair Witch Project, che divenne il film a basso budget con il maggior incasso di sempre (248,6 milioni di dollari incassati a fronte di un costo di produzione di 60.000 dollari) grazie anche a una campagna di marketing che puntava sul presunto realismo dei fatti narrati. In questo caso, la storia era totalmente inventata, ma il film venne girato e promosso come se la tragica avventura dei suoi protagonisti (gli attori non a caso interpretavano se stessi) fosse realmente accaduta. Il film lanciò definitivamente il genere del found footage e, soprattutto, quello del mockumentary. Tecnica narrativa che, chiudendo il cerchio di ciò che abbiamo inizialmente raccontato, ritroveremo nella serie Sciame.

02 Aprile 2023

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