‘Segnali di Vita’. Franco Battiato, polvere di stelle e voglia di fantascienza

Il film di Leandro Picarella è in Concorso a Trento, protagonista l’astrofisico Paolo Calcidese e l’osservatorio astronomico valdostano di Lignan. Per l’uomo c’è il fascino del richiamo del cielo, della miscelazione di dimensioni, ma anche il confronto tassativo con gli altri esseri umani, e con Arturo, un robot


TRENTO – Un villaggio montano, un osservatorio astronomico, uno scienziato: a Lignan, Valle di Saint-Barthelemy, un telescopio scandisce il tempo, e in autunno arriva Paolo Calcidese, astrofisico, in compagnia di Arturo, il suo robot.

Leandro Picarella, dalla sua terra sicula, sale nel Nord Ovest della Penisola per la storia di questo grande cannocchiale e del rapporto tra lo strumento e l’uomo, alle prese con la sperimentazione di moderne tecnologie, quando gli viene fatta richiesta di occuparsi anche di un’indagine socio-scientifica che coinvolga la piccola comunità valdostana, compito che lo impegna a sospendere momentaneamente la sua esistenza solitaria con le stelle, per dedicarsi alle forme di vita umana. Per lo scienziato c’è il fascino del richiamo del cielo, della miscelazione di dimensioni, ma anche il confronto tassativo con gli altri esseri umani.

Leandro, Paolo Calcidese ama più la compagnia degli astri che dei suoi simili, appassionato e malinconico: come l’ha convinto a non essere mai solo, considerata la sua presenza, quella di una troupe, riuscendo però a restituirlo spontaneo e non condizionato da una compagnia estranea?

Paolo è l’unico non attore, con cui però ho lavorato come con un attore: è una persona solitaria, sì, ma continua a fare anche il suo splendido percorso di vita, ha una moglie e dei figli; lui è il mio alter ego, perché io sono arrivato a Lignan dapprima nel 2021, dopo il periodo della pandemia, provato dall’esperienza di un mio film uscito i primi di marzo del 2020 e andato nei festival nell’autunno di quell’anno, un film che la gente non ha mai potuto vedere; e così sono arrivato su lì, spinto dai miei soci ad affrontare questo progetto, che avevamo nel cassetto da anni e che improvvisamente ha trovato interesse produttivo e editoriale. Quindi, dopo oltre un anno di distanziamento e clausura sono andato in un posto piuttosto isolato, per cui all’inizio notavo la diffidenza degli abitanti: ci ho messo un po’ a entrare nelle loro vita, e lì ho pensato sarebbe stato bello poter raccontare da un punto di vista esterno. Paolo, con il suo carattere, la sua postura da scienziato positivista, molto distante da una certa cultura popolare e montanara, poteva essere la persona ideale, anche perché c’era uno scollamento tra l’osservatorio e le persone che gli abitano intorno, come una sorta di timore: era come un luogo che s’era appropriato della loro montagna; mentre, con Paolo e il film, la comunità è entrata nell’osservatorio. È stata bella la scoperta che Paolo fa nel corso del film: l’empatia, una forza universale, per la necessità del bisogno di tutto, attraverso l’ascolto e la parola, capaci di colmare un po’ i propri buchi neri.

Lei è siciliano, terra da cui la visione del cielo è spesso a perdita d’occhio e particolarissima: perché ha scelto di salire al Nord e raccontare da lì? Portando però con sé un po’ di Sicilia, con Franco Battiato.

Penso di aver fatto questa ascesa per necessità spirituale, di vita, di allontanamento, non dalla Sicilia ma per il bisogno di tornare a viaggiare: io sono sempre stato un po’ apolide, con base giù ma senza essere vincolato ossessivamente dalla mia terra, a cui sono molto legato perché un conto è l’attaccamento e uno è il legame profondo e viscerale. Battiato mi ha come accompagnato in questo cammino in salita, sono arrivato fino a 3000mt nel santuario di Cuney, un’esperienza mistiche che, parlando di temi scientifici, può sembrare un paradosso ma non lo è: era un’esigenza fisica, mentale, spirituale l’allontanarsi, per scoprire altro; sa, io sono davvero uno di mare, di Agrigento, la mia casa è a San Leone, di fronte al mare, però ogni tanto bisogna lasciarlo perché a volte l’orizzonte aperto può far emergere lati che non conosciamo di noi. Penso che nei luoghi di confine ci sia molto da comprendere del nostro tempo, perché ciò che arriva lì è una risacca della contemporaneità, sono ottimi punti di osservazione.

Oltre a Battiato, la musica è un altro elemento protagonista, che accompagna sequenze scegliendo talvolta sonorità evocative, altre elettroniche, altre ancora alla ricerca del suono diegetico della Natura, fino al finale con Segnali di vita. Qual era la sua intenzione sonora?

Nessuno mai mi ha fatto questa domanda, bellissima, evidentemente non tutti la colgono! È un movimento, una ricerca di sonorità più rarefatte a volte, che in qualche modo si muovono insieme al protagonista, allo scioglimento di se stesso, allo svelamento per aprirsi alla vita. Tomek Kolczynski, compositore svizzero, è stato molto bravo a cogliere le mie sensazioni: nell’anno in cui abbiamo girato mi sono lasciato un po’ sedurre da sonorità che mi riguardavano, non solo Battiato ma anche Vangelis, Harold Budd, compositori che lavoravano con l’elettronica ma anche con l’analogico, e a me interessava il sax, perché l’idea di quel suono tra le montagne, luoghi in cui puoi non sentire nulla, mi suscitava qualcosa che riguardava probabilmente la mia infanzia. È uno strumento a fiato, che riguarda il respiro, quindi il vento: è molto evocativo ma non stona con il luogo, anzi lo accompagna e sottolinea.

Non solo nelle immagini in cui mostra la Volta Celeste, lei cerca una visione in cui il gioco tra oscurità e colori a contrasto è sofisticato, affascinate. Qual è stato il suo approccio estetico al film?

Volevo provare a unire il cinema d’autore con una visione aperta e destinata a un pubblico più ampio, fare una commedia umana che non mettesse da parte tutto ciò che si possa definire ‘autoriale’. Credo esista questa possibilità facendo Cinema del Reale d’autore, che possa arrivare a un pubblico ampio, e musica e immagini aiutano questo impianto. Per esempio, mai avrei immaginato di usare un drone nella mia vita, piuttosto ‘l’Italia vista dall’alto’, con l’ombra dell’elicottero riflessa sulla montagna, bruttissima, ma quella cosa lì mi dava la sensazione di più vero: a volte, però, ci si parla addosso, anche per un certo feticismo delle immagini, e non era questo il senso del film, che volevo arrivasse al più ampio pubblico possibile, altrimenti falliamo nel nostro compito di comunicatori; volevo provare a uscire dalla nicchia, potendo parlare a un pubblico ampio, pur usando degli stilemi più affini a una certa autorialità. Lo sforzo è stato questo.

Oltre a quelli di Cinema del Reale, ci sono numerosi esempi di film che raccontano lo spazio – da 2001 Odissea nello Spazio a Gravity: da regista, da narratore per immagini, cosa affascina un autore dello Spazio, tanto da costruirci intorno un film?

Io sono un grande appassionato di fantascienza, nonostante nasca dal documentario. Non vedo l’ora di fare un film di fantascienza. Penso che laddove ci sia autenticità nei movimenti, nei corpi, negli sguardi, tutto possa diventare film: a me piace la fantascienza che non lo sembri davvero, in cui c’è lo sguardo umano. L’idea della comunità scientifica, lì isolata, con pochi contatti intorno, era proprio centrata sull’utilizzo del telescopio – più che l’osservazione del cielo; lo strumento serve per inquadrare il cielo ma ‘chi osserva chi?’; osserviamo stelle che sono aggregati composti di materia che abbiamo anche nel corpo, quindi in qualche modo è come guardare noi stessi, come fosse un immenso specchio. L’idea era un po’ che questa valle fosse come una sfera natalizia, in cui il micromondo risuona nell’universo, qualcosa che ci lega nell’eternità, perché non siamo diversi da ciò che compone l’universo: dovremmo cominciare a percepirci abitanti dello Spazio e non solo del pianeta Terra.

 

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30 Aprile 2024

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