Ricky Tognazzi: “Quando papà cucinò per il Papa”

Il figlio maggiore di Ugo, nell’anno del centenario della nascita del papà, al Festival del Cinema Europeo di Lecce comincia il viaggio in Italia per presentare la nuova edizione de Il rigettario


LECCE – Nell’annata corrente, ricca di centenari illustri – da Lizzani a Gassmann, da Salce a Bianciardi – ricorre anche quello di Ugo Tognazzi, che si sta festeggiando dal 23 marzo, giorno della sua nascita, anche se – come racconta suo figlio Ricky -, benché il papà fosse un grande amante della cucina e ogni “occasione” fosse per lui spunto per preparare un pranzo o una cena, momento per creare una convivialità, l’unica ricorrenza che assolutamente non voleva festeggiare era proprio il suo compleanno. 

Da Lecce, dal Festival del Cinema Europeo, ma anche da una terra che della cultura culinaria fa uno dei propri fiori all’occhiello, comincia un ennesima parte del festeggiamento del centenario di Ugo Tognazzi, proprio coniugando il cinema e la cucina: Ricky, suo figlio maggiore – con Gianmarco, Maria Sole e Thomas – ha infatti presentato una ri-edizione del mitico Il rigettario, “l’ultimo libro di papà. Una delle sue quattro auto-gastro-biografie”. 

L’incontro – moderato da Laura Delli Colli, presidente del SNGCI -, parte anzitutto dal titolo, Il rigettario appunto, per spiegarne l’essenza, ovvero un testo “per rigettare l’ovvietà e tornare al km zero: qui c’è il piacere di giocare con la cucina e unirla al cinema con i personaggi presenti alle cene”. Personaggi che, come specifica Ricky, “Ugo amava definire i suoi 12 apostoli, e lui era il 13mo. Lui assaggiava tutto ma soprattutto gli piaceva avere questi 12 amici che giudicavano, seduti lungo un tavolo fratino” e tra questi Paolo Villaggio, protagonista di un aneddoto, fuori dal set ma “dentro la cucina”. Ricky ribadisce come per Ugo “la cucina era la sostituzione del teatro: gli mancava il gusto del contatto diretto, della risata, dell’applauso a scena aperta, così l’ha sostituito con il convivio. Sebbene accettasse critiche sull’ultimo film fatto, meno però sulla faraona al melograno, per esempio. Così, un sadico Villaggio, una volta propose di dare un voto alle portate, con papà un po’ sospettoso: durante una pasta e fagioli, Villaggio si mise d’accordo con gli altri e scrissero dei bigliettini con delle votazioni, tra cui “grande cagata”, “grandissima cagata” e al terzo… bigliettino Ugo glieli strappò di mano mandando tutti a quel Paese e dicendo che l’indomani li avrebbe portati da un grafologo… essendo ciascuno rigorosamente anonimo!”. 

Un’edizione, quella del libro appena riedito (Fabbri Editori), in cui vivono anche ricette illustrate: “questo disegnare derivava da una o due settimane all’anno in cui papà andava a Quiberon, dove fai cure a base di acqua, e s’avventurava armato di cartella con pennarelli e matite colorate, sublimando il cibo e le ricette che avrebbe poi fatto una volta tornato a casa”.  

“Non solo creatività in cucina, ma anche immaginativa”, riflette Delli Colli. “Lui amava la sorpresa nella vita, quello che amava di più era il rischio: per esempio nel cinema, rispetto a un Sordi, Ugo si avventurava in progetti anche strani, per il gusto della modernità. E così anche in cucina, passione che nasce per merito/colpa di mia madre: a metà Anni ‘50 nascevano i primi sponsor e Ignis aveva fornito una cucina di scena, che poi lui si portò a casa a fine tournée. Una cucina ricchissima ma lui non sapeva cucinare, e mia mamma nemmeno: da lì ha cominciato affinando una passione sincera”.  

Tra una miscellanea fantasiosa e colta di ricette – dai marubini in brodo alla crema di porri al caviale rosso – a pagina 60 l’episodio di un commensale al limite del divino: “era a Velletri”, racconta Ricky “quando riceve una telefonata da Castel Gandolfo … si preannunciava una visita molto importante… propose allora di fare una polenta taragna, specialità bergamasca… . È stato un sogno, in cui s’immaginava di far da mangiare al Papa Buono, Giovanni XXIII. Quindi, tra gli ospiti illustri, ha avuto anche quelli sognati…”. 

Il Festival del Cinema Europeo di Lecce, per celebrare Ugo Tognazzi, non ha scelto però solo la sua passione culinaria, capace di suscitare “voglie…”, ma La voglia matta, film di Luciano Salce (di cui ricorre anche per lui il centenario dalla nascita), che il Centro Sperimentale di Cinematografia ha restaurato, e che la manifestazione leccese propone al pubblico. “Se è vero che gli artisti non muoiono mai perché sopravvivono nelle loro opere, è anche vero che le pellicole rischiano di perdersi, per cui ringrazio chi si occupa del restauro del cinema italiano. La voglia matta è stato uno dei film più importanti della carriera di papà: con Salce si conoscevano dai tempi della Rivista ma dopo Il federale e La voglia matta spiccano il volo. La voglia matta è un titolo a cui sono così affezionato che il mio doc a lui dedicato è intitolato La voglia matta di vivere, espressione dello spirito vitale di Ugo. Bisogna essere grati ai festival come incentivo per la gente a tornare al cinema, evento da rispettare perché imprime sempre un pezzo di vita personale di ciascuno, e Lecce che ripropone il film fa un gesto d’amore”. 

Marta Donzelli, presidente del CSC, si dice “contenta si proietti questo film: noi lavoriamo su tanti restauri ma di questo sono rimasta colpita per la sensazione di grandissima modernità; il film parla ancora oggi, come sanno fare i grandi capolavori; ha modernità sulla tematiche dell’emancipazione femminile, ha intelligenza e autoironia sulle vicende di un uomo maturo. Il restauro è stato realizzato dal gruppo di altissimo livello della Cineteca Nazionale: siamo partiti da materiali in buone condizioni e il film ha ritrovato il suo splendore. Noi siamo impegnati nella riproposizione del cinema di patrimonio, un modo anche per riavvicinare le persone al cinema, perché gli spettatori ritrovino l’esperienza della magia.

“Un film come La voglia matta tocca la curiosità dei giovani di oggi per osservare quelli del tempo. Il restauro gli dà una patina contemporanea. Credo sarebbe un ottimo film per fare una riflessione sulla commedia: contiene sfumature nella scrittura dei personaggi molto interessanti, ha una sceneggiatura a orologeria”, conclude Laura Delli Colli. 

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