C’era quasi riuscito. Ancora cinque esami e Paolo Sorrentino si laureava in Economia e Commercio a Napoli. Invece lascia l’Università e inizia a scrivere per il cinema. Nel ’97 vince il premio Solinas con Dragoncelli di fuoco. Poi spedisce la sceneggiatura ad Antonio Capuano. L’ex-pittore mostra di apprezzare il suo lavoro, tanto che lo invita a scrivere la sceneggiatura di Polvere di Napoli. Nel ’99 Sorrentino vince di nuovo il premio Solinas, e il premio Rai International proprio con L’uomo in più (leggi l’articolo di .Zip). E’ un saggio economico di Bataille a ispirare il neo regista. Un concetto, “nei processi economici il massimo aumento di successo coincide con il massimo decadimento”, diventa la storia di due persone, un calciatore di serie A e un cantante stile Franco Califano, che arrivano a guadagnare la massima fama per poi subire un repentino declino. L’uomo in più, il cui titolo è mutuato dalle tattiche calcistiche, doveva essere un articolo 8. Poi è intervenuto Kermit Smith che, insieme alla Indigo Film, ha deciso di investirci 2 mld. 700 milioni.
Il tuo film nasce all’interno dell’intesa produttiva tra il napoletano Angelo Curti (Indigo film), Kermit Smith di Key Films e il milanese Daniele Maggioni. Una factory, la ”Happy together”, nata con lo scopo di promuovere un cinema indipendente italiano, e che ha dato vita anche alla “Precisione del caso” di Cesare Cicardini. Poi si è fermata…
Sì. Nicola Giuliano e Angelo Curti avevano appena prodotto un film di Martone insieme a Kim. Dunque, una volta letta la sceneggiatura, gliel’hanno proposta. Kim ha accettato, iniziando anche a darmi dei suggerimenti.
Quali consigli ti ha dato?
Mi ha esortato a rivedere più volte Casinò di Martin Scorsese. Diceva che mi sarebbe servito. E aveva ragione. Poi mi disse: “Gli attori mai in pantofole, fa vecchio cinema italiano”.
A cosa si riferiva?
A un certo cinema italiano minimalista, che per fortuna ora sta scomparendo.
Smith ha visto il tuo film?
Sì e gli è piaciuto molto.
I protagonisti della storia sono un cantante e un calciatore, uno megalomane e sbruffone, l’altro timido e fragile. Il tutto è ambientato a Napoli, negli anni che vanno dall’80 all’84. All’epoca che succedeva nella tua città?
C’era il terremoto e si moltiplicavano le guerre tra clan camorristici. Non si poteva più uscire la sera. Ma queste cose nel mio film non l’ho raccontate, a parte qualche accenno alla malavita. Napoli è uno sfondo quasi casuale, un territorio sul quale ci portano i due personaggi. Più in generale, ho voluto filmare il declino di quel periodo, l’ondata di riflusso di quegli anni.
Dunque una città non immediatamente riconoscibile…
Beh ho fotografato una Napoli invernale. Piove spesso, al contrario di quanto si pensi. La luce negli interni all’inizio è patinata, il colore è vivido proprio come l’illusione del successo vissuta dai due personaggi. Poi diviene netta. Volevo mitigare i colori degli anni ’80. Avevo paura del kitsch, quindi ho cercato di stemperare i colori degli ambienti.
Entrambi i personaggi si chiamano Antonio Pisapia. Questo particolare, pur tenuto sullo sfondo, tiene la trama dell’intero racconto. Che tipo di ”doppio” è il tuo?
Il mio doppio spezza il singolo individuo dal suo isolamento, dunque è rassicurante. L’alter ego crea la speranza che non si è soli. Un fatto che di solito si verifica nei ceti più bassi.
Vuoi dire che quanto più si è economicamente agiati, tanto più sono rari fenomeni di solidarietà?
Sì.
Quale cinema italiano ami?
Mi piace Capuano. Luna rossa è un film coraggioso. Antonio ha fatto un’operazione sul linguaggio rischiosissima. Il risultato è un film bellissimo e audace. Oltre a Capuano c’è 8 1/2 di Federico Fellini.
Ma tu sembri ispirarti al cinema americano…
Amo molto Scorsese, Coppola e Jarmush. L’ultimo Tarantino (Jackie Brown, ndr) è straordinario. E poi Ang Lee, con La tempesta di ghiaccio
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