Le broadcaster alla prova del gender gap

Interventi di Maria Pia Ammirati, Francesca Galiani, Sonia Rovai, Luisa Cotta Ramosino, Laura Delli Colli, Celeste Costantino al convegno sul gender gap al MAXXI


Le broadcaster alla prova del gender gap. Accade alla Festa di Roma nel convegno organizzato al MAXXI dai 100autori e moderato dalla regista Paola Randi, gender equality group coordinator dell’associazione.

Si parte come sempre dai numeri che confermano la disparità di genere. Le registe sono al 16% (al 14% nella produzione Rai e Mediaset), le sceneggiatrici al 21% e le produttrici al 27% (il dato peggiore è quello che riguarda le musiciste con un misero 7%). Questa analisi contraddice le percentuali appena divulgate dall’APA nel rapporto presentato al MIA, un dato fuorviante, a dire delle convegniste, perché somma registe e sceneggiatrici. 

Laura Delli Colli è la padrona di casa. “Come Fondazione Cinema per Roma abbiamo fortemente voluto questo appuntamento, dopo quello ospitato dalle Giornate degli Autori a Venezia, perché era importante che ci fosse un’occasione immediatamente successiva di confronto. Ieri al festival di Roma è stata una giornata particolare con la serie Django diretta da Francesca Comencini. La regista ha parlato apertamente di cosa significasse un western nelle mani di una regista, con l’immissione di codici nuovi sia in termini di figure femminili che di rappresentazione della virilità. Un tempo nella commedia italiana le donne erano solo mogli o amanti perché, come diceva Sonego, le donne non hanno mestieri. Oggi sono protagoniste della fiction in ruoli via via sempre meno stereotipati. Mi ha colpito un film visto ad Alice nella città, Il cerchio di Sophie Chiarello, dove vengono intervistati gli alunni di una scuola elementare dalla prima alla quinta e si affrontano anche gli stereotipi di genere”.

Celeste Costantino, coordinatrice della commissione Pari opportunità del MIC, riprende il tema dell’infanzia: “I bambini e le bambine ci guardano, dai 3 ai 6 anni sono scevri da pregiudizi, ma alle scuole elementari questa situazione si ribalta ed è ovvio se pensiamo che nei libri di testo trovano la mamma che lava i piatti e il papà che legge il giornale. Gli stereotipi investono tutti, nel bene e nel male, anche gli uomini, ed è una battaglia che interessa tutti”. Costantino ricorda come “in Francia l’osservatorio esiste da dieci anni, mentre il nostro compirà un anno a novembre. Nei primi cinque anni i francesi hanno fatto solo la diagnostica di tutti i settori culturali, noi stiamo raccogliendo dati e posso dirvi che l’audiovisivo non soffre più di altri, la musica sta peggio, nella danza i coreografi sono tutti uomini come i direttori di teatri stabili. Paghiamo un ritardo decennale su questi temi”.

La direttrice di Rai Fiction Maria Pia Ammirati parte da un’analisi del Rapporto APA: “Quando si parla di un 42% di autrici, il dato non è corretto, perché mentre le registe sono poche, le sceneggiatrici sono in crescita ma il dato aggregato fa scomparire la disparità”. E si chiede: perché tante sceneggiatrici? “Perché sono più accurate e hanno capacità di ascolto oltre allo stare molto alla scrivania al lavoro”. E aggiunge: “Il raffronto con la Francia è senza senso: France Television investe il doppio di Rai”. Infine, alla rappresentante di UNITA che lamenta la scarsità di protagoniste over 50, replica: “Stiamo cambiando molte cose e stiamo facendo un grandissimo sforzo per abbattere il tabù dell’età. In Rai lavorano attrici come Laura Morante, Lunetta Savino, Lina Sastri, Luisa Ranieri. Non c’è nessuna preclusione verso i personaggi femminili over 50. Un’immagine più matura, dove non c’è solo la bellezza e il tacco 12, è una precisa richiesta della società che vuole una rappresentazione multiforme delle donne, del resto la serialità è la maggiore rappresentazione del reale”. 

Ancora Celeste Costantino: “Perché ci sono poche registe e molte sceneggiatrici? Le registe fanno fatica a incarnare un ruolo maschile di capo, questo avviene anche nella politica. L’impostazione è machista/patriarcale. Essere visibile, prendere parola in pubblico è qualcosa che le donne fanno fatica a fare. Le sceneggiatrici stanno dietro le quinte. L’unico settore in cui c’è prevalenza femminile anche ai vertici è l’editoria, ormai le donne scrivono e scrivono su tutto vincendo premi”. E sulle quote: “Al MIC le donne sono la maggioranza, anche a livello dirigenziale. Si presentano ai concorsi in tantissime e li vincono. Non credo alla meritocrazia tout court perché non partiamo dalle stesse condizioni. La Legge Mosca sui consigli d’amministrazione ha portato risultati straordinari”. 

Per Luisa Cotta Ramosino, direttrice delle serie originali Netflix Italia, è importante “ragionare anche su chi sceglie e segue le serie. Netflix promuove la formazione con Becoming Maestre e con la Bottega della Sceneggiatura. Tra le nostre produzioni abbiamo Luna nera, Lidia Poet, La vita bugiarda degli adulti, Inganno che è una visione diversa della maternità. In azienda le donne sono il 51,7% nella forza lavoro e anche nella leadership sono tante”.

Francesca Galiani, dirigente RTI fiction Mediaset, insiste sul ruolo delle sceneggiatrici: “Sono riuscite a conquistare uno spazio importante, specie le head writer. Dal 2019 a oggi sui titoli andati in onda abbiamo il 68% di protagoniste, il 37,80% di scrittrici, il 50% di head writer. Nei progetti futuri si va dal 40 al 60% di capo sceneggiatrici”. Sonia Rovai head of scripted production di Sky dissente sulle quote: “A lungo andare diventano controproducenti, sarebbe bello che la proporzione venisse da dentro e fosse basata sul merito.  A volte siamo noi stesse che ci chiediamo se possiamo farcela. Sky ha un team di diversity inclusion, facciamo riunioni sull’empowerment femminile. Stiamo girando con Valeria Golino, Maria Sole Tognazzi… Ma a Sky vige la meritocrazia e vince il progetto migliore. Anche sulle protagoniste over 50 fatevi avanti con progetti mirati”.

Cristiana Paternò
17 Ottobre 2022

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