La ‘Patagonia’, tra Gianni Amelio e i Måneskin

Nell’opera prima di Simone Bozzelli “Yuri (Andrea Fuorto) rompe la zona di comfort e s’innamora della libertà, tanto che la Patagonia è Agostino (Augusto Mario Russi). Il film esce al cinema dal 14/9


LOCARNO – Patagonia “nasce da geografie fisiche e emotive che conosco, non riuscirei a fare diversamente; il contesto rave l’ho frequentato e mi piaceva raccontarlo anche perché non c’è grande narrazione, mi interessava esplorarlo. La mia intenzione è sempre quella di stare al microscopio, cercare una piccola goccia di rugiada che rifletta il mondo. Penso spesso a una frase di Giorgio Agamben sul contemporaneo: ‘…neutralizzare le luci e scoprire la tenebra, il suo buio è speciale…’ e una storia è tale quando non sta sotto la luce”, spiega così il suo punto di vista sulla narrazione cinematografica Simone Bozzelli, in Concorso Internazionale a Locarno76 con la sua opera prima di lungometraggio, perché il regista 28enne qui c’è già passato con film corti, così come alla Mostra di Venezia.

Come dice Andrea Fuorto parlando del suo personaggio – per cui è particolarmente convincente nel ruolo tinto di un’infanzia perenne, di fame di libertà, di imbarazzo alla vita adulta, di approccio allo sperimentare, tutto abbracciato da silenzi e sguardi intrisi di timidezza e curiosità – “Yuri rompe la zona di comfort e s’innamora della libertà, tanto che la Patagonia è Agostino (Augusto Mario Russi): pensa che senza di lui la sua vita non abbia senso, per questo infine preferisce tornare. È una dipendenza reciproca. Yuri è stato una scoperta, una costruzione fatta passo passo, da come cammina a come guarda il mondo”. E Yuri, 20 anni nella storia, ha la struttura psicologica di un bambino, è adulto nel corpo, ma cresciuto iperprotetto da un consesso famigliare prettamente femminile, quello delle zie, specchio di un senso del materno, un universo come un bozzolo, a sua volta dentro un altro microcosmo, quello del piccolo paese abruzzese.

Un’ambientazione, quella scelta sia per la parte natale della vicenda, sia per il proseguo, metaforica, evocativa, desertica, che Bozzelli spiega dicendo: “m’interessa il concetto di aridità, in contrapposizione con la sete d’amore di Yuri”. 

E rispetto a Yuri, Agostino è un giramondo, la sua casa è un camper che viaggia di rave in rave, di festicciola per bambini in festicciola per bambini, di cui lui – per racimolare il minimo indispensabile per vivere – fa l’animatore: è un po’ un Lucignolo per questa sorta di Pinocchio che è Yuri; il mondo di Agostino è fatto di balocchi per lui, soprattutto balocchi emotivi o capaci di scuotere le emozioni, quasi di schiaffeggiarle in alcune sequenze, ma tutto nasce e ruota intorno a una parola, un concetto, “empatia”, che Agostino, al loro primo incontro – durante la festa di compleanno del cuginetto di Yuri – rinfaccia al fanciullo incantato di non possedere, suscitando tanto una mortificazione quanto la curiosità di scoprire cosa significhi quella parola. 

La Patagonia del titolo non è tanto una meta geografica, o almeno lo è solo in parte, perché Yuri s’illude di approdare in quella terra, che comunque identifica come destinazione di libertà dell’essere umano, quanto più, la Patagonia è un viaggio di emancipazione per Yuri, seppur in una forma che sta sul confine sottilmente patologico della dipendenza emotiva da un altro essere umano (Agostino), forse tratteggiato da qualche tinta di disturbo narcisistico di personalità. E così la scelta degli interpreti “è stato un processo meticcio”, continua Bozzelli. “Andrea è stato suggerito dal casting director; Augusto arriva dal mondo rave. Morgan (Alexander Benigni) – che nel film alleva e vende piccoli animali, aprendo un interessante discorso sui concetti di gabbia e di libertà, ndr – è il mio tatuatore, ed era perfetto per la parte; al Centro Sperimentale ho avuto come insegnante Gianni Amelio: ci faceva delle lezioni individuali e credo sia l’approccio da avere con gli attori, infatti io lavoro prima separatamente e poi sul set ci si incontra tutti e succede il milk shake”. 

Fuorto racconta che “Simone ha la sensibilità di parlare in maniera diretta; mi aveva detto di immaginare Yuri come se fosse fatto di tanti topolini che scappano e cercano di essere tenuti insieme da lui, per riuscire a parlare con Agostino; poi, quanto è arrivato Augusto, ho sentito subito che fosse lui e ho detto a Simone di smettere di cercare”. 

Russi – “estraneo al mondo del cinema”, racconta – di Agostino possiede “l’indole della ricerca della libertà, così come lo spirito bambinesco” e lui, che appunto appartiene all’universo rave, che galleggia tra libertà e ombre, spiega che “il perno di questo mondo è la libertà, l’accettazione: è un mondo complesso, in cui poi ciascuno sceglie da che parte stare”. 

Nel film, per la sua “destinazione” Yuri parte scappando, di notte, portando come compagno di viaggio un pupazzo, un topo di stoffa che proprio Agostino gli aveva lasciato come dono, o forse come esca, in quel loro primissimo incontro: “la cosa che più mi interessa sono le piccole molestie morali quotidiane: le gocce cinesi mi ossessionano. Spero che questo mi appassioni ancora per un po’ perché ci sono molte cose da raccontare”, continua Simone Bozzelli, connettendo la riflessione anche al videoclip I Wanna Be Your Slave dei Måneskin, che ha diretto. 

E, proprio sul più ampio concetto di “slave”, tutto nell’universo emotivo, che poi si fa pragmatico, la dinamica tra Yuri e Agostino procede con lunghe sequenze che sottolineano questo processo, quello di dipendenza, finché un gorgoglio interiore del primo non erutta, finché non è lui stesso a chiedere all’altro: “lasciami andare, tu che parli tanto di libertà … io non voglio aver bisogno di te”. Ma quella che per un momento sembra essere la presa di coscienza di Yuri, come ha spiegato in principio Bozzelli, non si trasforma nella via di una libertà differente da Agostino, perché – se con un simbolico rogo questo vuol dimostragli di poter far a meno di tutto, lui incluso -, poi l’essenza ultima vive in una reciproca dipendenza, nel rimanere appesi ad un abbraccio”. 

Per Mario Gianani (Wildside) – che torna a Locarno 20 anni dopo l’ultimo Pardo italiano, a Private di Saverio Costanzo, che fu anche il suo primo film da produttore – “vincere con le opere prime è l’esperienza più incredibile: far debuttare qualcuno che verrà al mondo con la sua caratteristica mi dà il senso di accompagnare qualcuno verso la scoperta, così ti lasci meravigliare; e Simone ti fa partecipare a quello che vedi e ti entusiasmi”. 

Patagonia al cinema dal 14 settembre distribuito da Vision Distribution

di Nicole Bianchi

 

Nicole Bianchi
07 Agosto 2023

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