Kina e Yuk: volpi alla scoperta del mondo, raccontate da Benedetta Rossi

Il nuovo film di Guillaume Maidatchevsky parla della lotta per la sopravvivenza di due piccole volpi artiche. Tratto da una storia vera, sarà in sala con Adler il 7 marzo

Kina e Yuk

Dopo l’uscita di Ailo – Un’avventura tra i ghiacci nel 2019 e Vita da gatto nel 2023, distribuito prima al cinema e poi in DVD/VOD, Guillaume Maidatchevsky si è immediatamente  immerso nella realizzazione del suo nuovo film d’avventura Kina e Yuk alla scoperta del mondo, girato nei confini settentrionali dell’America del Nord, precisamente a Dawson City (chiamata però Jack City nel film), nel Canada settentrionale.

Il territorio dello Yukon offre una natura selvaggia senza paragoni, delimitato a nord dalla calotta artica che si estende all’orizzonte e caratterizzato da montagne, fiumi, foreste punteggiate di laghi che si ghiacciano d’inverno e tundre alpine, rappresentando l’ultimo confine per i cacciatori di pellicce e i cercatori d’oro, e diventando il simbolo del richiamo della foresta.

Questa volta, i protagonisti sono due volpi artiche separate e costrette all’esilio a causa dello scioglimento precoce della banchisa. Il film, emozionante, narra il loro viaggio attraverso questa natura maestosa, selvaggia e vulnerabile.

Nelle loro avventure, le volpi sono accompagnate da una variegata fauna di orsi polari, martore, lepri artiche, ermellini e da predatori come la volpe rossa e i lupi artici. Inutile sottolineare che questa grande avventura familiare nella natura, in sala con Adler Entertainment dal 7 marzo e narrata dalla scrittrice e conduttrice televisiva Benedetta Rossi, famosa per il suo canale di cucina su YouTube, possiede tutta la magia per affascinare sia grandi che piccini.

“Ho accettato immediatamente – racconta Rossi – cosa che non è da me, perché di solito sono molto riflessiva. Ma letta la trama e visti alcuni spezzoni mi sono gettata in un mondo che non conoscevo, quello del doppiaggio, sapendo di non essere all’altezza, ma cercando di fare un buon lavoro. Sono entrata immediatamente in empatia con le volpi. I loro versetti, i loro sguardi, li ho sognati anche la notte. Merita rispetto chiunque voglia sopravvivere al mondo, se ci penso mi si muovono i tatuaggi sulle braccia. E’ importante che ai bambini sia mostrato il loro punto di vista. Noi siamo responsabili di quello che facciamo e loro devono essere abituati a ragionare da un punto di vista diverso dal nostro. Così si diventa adulti migliori”.

Le riprese, avviate alla fine di gennaio 2023 in condizioni di freddo estremo, sono durate 15 settimane, concludendosi nel giugno dello stesso anno.

“Circa cinque anni fa, mentre mi trovavo in Canada – racconta il regista – sono rimasto colpito dall’articolo di un giornale che mostrava la foto di una piccola volpe artica arenata su un pezzo di iceberg alla deriva. Alcuni pescatori raccontavano di aver trovato e recuperato l’animale tremante. Per riscaldarla, l’avevano sistemata in una cassa prima di liberarla. Leggendo quel resoconto, mi sono chiesto da dove venisse quella volpe, quale fosse il suo percorso e cosa sarebbe stato di lei. Sono partito da quel fatto di cronaca per scrivere la mia storia. Per me, quell’immagine conteneva una drammaturgia molto forte ed è esattamente questo che cerco quando faccio un film”.

Rossi coglie l’occasione per parlare anche della sua carriera: “Pensavo di attirare soprattutto persone in su con l’età, che usano poco i social. Invece ho colpito molto i bambini, che mi ascoltano e vengono a trovarmi e a conoscermi durante i miei incontri. Per loro sono come una zia. Per questo ho mantenuto il mio tono per raccontare a loro una bella favola, ma basata su una vicenda vera, incisiva e forte. Sono stata affiancata da ottimi professionisti. Mi hanno subito fatto capire che c’era da lavorare tanto. Qualche addetto ha criticato la mia scelta, e io capisco anche il loro punto di vista. Non ho le competenze. Ma del resto per me è stato sempre così. Quando ho pubblicato il primo video di YouTube mi hanno detto che non potevo, perché non ero una chef. Quando ho pubblicato il primo libro mi è stato detto che non ero una scrittrice. Lo stesso quando sono andata in tv. Questa cosa mi ha accompagnato per tutta la vita. Ma io l’ho fatto lo stesso. Entro ed esco da questo mondo in punta di piedi, ma se riesco a portare anche solo una persona di più al cinema, forse ho fatto qualcosa di importante”.

La parte più affascinante del film, però, non è quella prettamente documentaristica. La pellicola racconta soprattutto una grande storia: “La dimensione universale del racconto – commenta Maidatchevsky – è importante perché le peripezie vissute dalle nostre due protagoniste potrebbero capitare a molti altri animali della terra. Il racconto è spesso una lezione di vita. Ma è soprattutto l’aspetto fantastico che mi interessa perché adoro raccontare delle storie, è quello che mi motiva maggiormente. E il fatto di lavorare con animali abituati alle macchine da presa mi permette di approfondire la riflessione attraverso la struttura drammatica pur preservando, ed è un aspetto fondamentale, la credibilità della storia. Il limite che mi impongo è di non scivolare mai nell’antropomorfismo. Grazie al mio passato di biologo, conosco il comportamento delle specie animali e quando scrivo la descrizione dei personaggi mi avvalgo sempre della collaborazione di scienziati e specialisti. Se ho la sensazione di spingermi troppo oltre, chiedo loro consigli”.

Sembra che le volpi e gli altri animali recitino come un autentico cast: “Gli ho “dato” un carattere da combattenti – chiude l’autore – Del resto è quello che insegno ai miei figli. Anche quando la situazione appare disperata dico loro: «non mollate». A volte basta poco per sovvertire una situazione. Il mio mestiere consiste nel seminare dei piccoli semi, adoro questo aspetto da giardiniere. E poi si vedrà se questi semi germoglieranno o meno nella testa delle persone. Bisogna dare delle direzioni e delle emozioni, poi è compito degli spettatori farle proprie. La gamma di comportamenti di Kina e di Yuk era molto ampia. Sul set, la troupe di cameramen forma attorno agli animali un «cerchio di fiducia», come se si creasse una sorta di balletto tra noi e gli animali. In funzione del loro atteggiamento noi possiamo entrare o uscire dal cerchio in varia misura. Se un animale è un po’ stressato, ci allontaniamo; se è tranquillo, ci avviciniamo di più. Questo significa che bisogna stare sempre molto attenti ai loro comportamenti. Quando giro, tengo un occhio incollato all’oculare per vedere cosa sto filmando e, contrariamente a quello che fa la maggior parte degli operatori, lascio l’altro occhio aperto perché voglio poter anticipare ed essere pronto a reagire. Ma malgrado questo sono spesso sorpreso perché gli animali sono spesso imprevedibili”.

Andrea Guglielmino
28 Febbraio 2024

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