Jasmine Trinca: “Ne La Storia di Archibugi darò un volto epico agli ultimi”

Al Bellaria Film Festival 2023, Jasmine Trinca è in concorso per il miglior film indipendente con il suo esordio alla regia, Marcel!. L'inizio di un nuovo percorso che si affianca alla vita da attrice


Nel suo primo film da regista, Marcel!Jasmine Trinca completa ogni sequenza di segni e divinazioni. La protagonista, interpretata da un’inedita Alba Rohrwacher, cerca il futuro nei simboli che la circondano. I cicli della vita, ricorsivi o accidentali, sembrano accentuarsi in questa nuova fase della carriera di Trinca. A 24 anni dal suo esordio ne La stanza del figlio di Nanni Moretti la ritroviamo nella parata che chiude Il sol dell’avvenire e rende omaggio ai primi compagni di viaggio del regista romano. Nel frattempo, pochi mesi fa, Trinca è passata alla regia. Non del tutto. Quest’anno ha recitato moltissimo e grande attesa circonda le serie che la vedranno protagonista nella prossima stagione televisiva, tra cui La Storia di Francesca Archibugi e Supersex di Matteo Rovere. Ma è “un po’ un nuovo inizio”, ci racconta al Bellaria Film Festival 2023, dove Marcel! è in concorso per il Premio Casa Rossa al miglior film indipendente dell’anno. “Tornare al Sacher di Moretti, ma da regista, è stato un cortocircuito”, racconta.

Ora che ha sperimentato l’altro volto del fare cinema, Jasmine Trinca si sente cambiata. Si è riappropriata del suo sguardo, “dopo anni di sguardi altrui, non sempre facili”. Quando si concede a libere riflessioni, Trinca si scusa, riavvolge e riparte. Ha paura di annoiare, di dare troppo adito a quelle che, crede, possono apparire “pippe mentali da attrice”. False percezioni, è evidente. Perché questo lavoro lo conosce da tempo, anche se “non era previsto”. Ora lo racconta da nuove prospettive, riferendosi alla propria carriera per incontri, continue epifanie e maturazioni. È in cerca di nuove storie, da dirigere (“mi occuperei di una serie, perché no”), o interpretare: “In Romanzo Criminale ero la pupa del Boss, ora vorrei fare il boss”. Ha a cuore il tema dei nuovi spazi per racconti di donne, ma non i grandi nomi entrati nella storia: “voglio dare voce alle donne che allo sguardo di tutti non sarebbero indimenticabili”. Ecco cosa ci ha raccontato e cosa l’attende sul grande e piccolo schermo.

La tua carriera da attrice conta ormai tanti titoli importanti e fa un certo effetto vederti nella parata di Nanni Moretti, con cui hai esordito, nell’anno in cui fai anche il tuo debutto alla regia, lo stai vivendo come un nuovo inizio?

Sì, è un esordio in tutti i sensi. Ormai è passato un anno, però porta quell’entusiasmo delle prime volte che, forse, da attrice avevo smarrito. È come entrare in un altro modo di vivere le cose. Però mi ricordo ancora quando nel 1999 avevo18 anni e entravo nel mio primo set con Nanni, un’esperienza speciale. Facevo la maturità, ho fatto un pezzo di crescita lì con lui e soprattutto, a proposito di cicli che si aprono e chiudono, ho avuto un imprinting rispetto a come lui vedeva il cinema. E poi Nanni quest’anno è stato molto generoso, dopo un periodo lungo in cui non ci siamo visti più. Mi ha invitato alla sua rassegna al Cinema Sacher, Bimbi Belli, per presentare il film. Tornare lì con lui, ma da regista, è stato uno strano cortocircuito, ma penso sempre che le cose hanno un loro senso. Quando mi ha chiamato per la scena de Il Sol dell’avvenire non sapevo molto del film ma avevo capito che questa sorta di 8 1/2 finale aveva a che fare con un riconsiderare e riabbracciare  un percorso comune. Mi ha commosso molto. Poi è importante anche andare avanti, molte attrici legate ai film di Moretti vengono spesso ricondotte solo a quello, e invece come per Laura Morante c’è anche un’altra carriera ricchissima e indipendente. A un certo punto bisogna fare un po’ come si fa con i padri e prendere la propria strada.

Ieri sera alla presentazione di Marcel! qui al Bellaria Film Festival hai raccontato che questo film ti è servito anche per riappropriarti del tuo sguardo, in contrasto agli sguardi subiti da attrice, a volte gentili, a volte meno facili

Ho sopratutto avuto sguardi di cura. Però questo discorso ha a che fare con qualcosa che avviene alle attrici, e che non è raccontata: il fatto di costruire la propria identità sulla base dello sguardo degli altri. A un certo punto, nel mio percorso da attrice e donna, ho capito che mi sarebbe piaciuto provare a essere guardata in un altro modo. L’incontro con Valeria Golino è stato fondamentale. Valeria ha restituito una parte di me che non avevo mai contattato. Con altri registi invece, di cui non farò il nome, non è stato un lavoro facile o naturale. In alcuni casi sono stata anche un po’ forzata su delle cose, e per me è stato utile perché mi hanno portato fuori da una zona di comfort. Lo sguardo è un tema complesso in questo lavoro. Dopo aver diretto Marcel, ho faticato a riprendere il ruolo di attrice, ma ho acquisito una nuova empatia verso i registi, avendo capito di più la fatica del lavoro forse.

E in questa nuova forma e consapevolezza quale ruolo ti piacerebbe interpretare ora?

È una risposta sempre complessa. Ora ho fatto un personaggio che è piuttosto dimesso, la protagonista de La Storia di Elsa Morante nella serie di Francesca Archibugi. È la storia di Elsa Morante, quindi parliamo sempre di incarnare un ruolo, un ruolo conosciuto. Mi piace, ora che posso farlo, poter dare voce a delle donne che probabilmente, invece, agli occhi di tutti non sarebbero mai donne indimenticabili o entrate nella storia.

Mancano storie così, ma anche storie di donne in senso generale, ancor meno raccontate da donne

Io su questo sono estrema. Ci sono sempre uomini, anche grandi registi, indiscutibili, ma che ci raccontano sempre la stessa storia. Come esordienti, agli ultimi David di Donatello, ci stavano tre donne. A Cannes nelle sezioni parallele erano in sette. Bello, ma quando darei, davvero, accesso a queste donne alla prima categoria?

Torniamo sulla serie La Storia e questo tuo intento da interprete di dare volto a certe storie. La regista Archibugi ha già raccontato che ci saranno alcuni legami con il presente, sicuramente con la guerra e quindi con l’attuale conflitto in Ucraina. Cosa hai portato dalla tua esperienza, anche recente, in questo racconto?

Ida, nel romanzo, è una figura che nella vita si nasconde. Cerca in ogni modo di celare le proprie origini ebree. È un personaggio contenuto. Il mio tentativo è stato rendere il suo racconto un po’ epico. Ossia dare agli ultimi una dimensione epica e un volto a chi subisce la guerra. È forse la cosa più forte che puoi restituire a questo immaginario. Dare un volto, un nome, a chi la guerra la subisce significa raccontarla già in maniera diversa da quello che ogni giorno subiamo attraverso i telegiornale, e così forse si restituisce un’empatia più profonda.

Sogni di curare la regia di una serie in futuro?

Sì, lo farei perché ho capito che è una possibilità di sviluppo del racconto. Quando fai un film devi contenere, che ovviamente è parte della sua bellezza. Vengo “dall’epoca del cucco”, quindi sono ancora legata al cinema in sala. Però mi rendo conto che sono anche un’altra in un’altra forma mentale. Quest’anno ho recitato in tre serie. Il modo di lavorare è massacrante, ma è come sviluppare un film con molto più spazio. Spazio, non tempo, perché le serie corrono.

In Marcel! ci sono molti elementi spirituali, dal pendolo alle monete dei Iching. Il personaggio di Alba Rohrwacher dice “voi credete nei segni, io nella divinazione”. E tu in cosa credi?

Da giovane, per reazione al mondo un po’ particolare in cui sono cresciuta, come si vede nel film mi sono attaccata alla concretezza. Mio malgrado, l’idea di spiritualità mi è arrivata. L’idea che non siamo determinati dall’immanente e dal mondano, che c’è un orizzonte più vasto per tutti noi, qualsiasi esso sia. Nel film mi piace che nella famiglia protagonista trovi la povertà, ma mai la miseria. La mia ispirazione, alla lontanissima, era Il Monello di Chaplin. C’è una distinzione tra il valore profondo e la dignità profonda che si ha della propria condizione sventurata. Infatti la madre trasmette alla figlia che “all’arte si deve la vita”, non hanno più di questo e la spiritualità in forma d’arte.

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