Il ritorno del Regno

Exodus non è solo, e semplicemente, il capitolo finale di una trilogia televisiva. È qualcosa di più. È una riflessione sul mezzo e sul linguaggio


VENEZIA – The Kingdom: Exodus di Lars Von Trier, presentato fuori concorso alla 79° edizione della Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia, sembra un ritorno al passato. Stessa estetica, stesse idee, anche la stessa impostazione produttiva. Si avverte un senso di nostalgia e rimpianto, ma anche di desiderio e di voglia di ricominciare. Sono trascorsi decenni dalle prime due stagioni, eppure è evidente il filo rosso che unisce ogni episodio. L’inizio di Exodus riprende dalla fine, ed è esattamente in questo momento, quando la realtà e la finzione vengono messe a confronto e quasi accavallate, che le aspirazioni di Von Trier vengono rivelate. Torniamo indietro, e lo facciamo attraverso il sogno non riuscendo a distinguere ciò che appartiene al mondo di ogni giorno e ciò che, invece, non esiste. Torniamo nell’Ospedale, e ritroviamo un’atmosfera mista, confusa, in cui ogni cosa, anche la più assurda, può succedere.

Von Trier è un autore che vuole parlare di sé più che del proprio pubblico e che vuole mettere il suo lavoro sotto una lente di ingrandimento per provare ad analizzarlo da un’altra prospettiva. Non lo fa mai criticamente: lo fa con le immagini, con le sue costruzioni, con la sua stessa idea di messa in scena. In Exodus si parla di vita e morte e di bene e male; e anche, per certi versi, della carriera di Von Trier. Forse è per questo che ha tenuto particolarmente a chiudere questo progetto. La qualità delle immagini, la loro fotografia e il continuo alternarsi di sagome e volti sostengono il ritmo della narrazione, dandole quasi un’altra velocità.

Durante la conferenza stampa alla Mostra di Venezia, Von Trier l’ha detto: “Ho provato a ritrovare il piacere della scrittura e di questo mestiere; non mi è sempre andata bene, nella mia vita”. Exodus non è solo, e semplicemente, il capitolo finale di una trilogia televisiva. È qualcosa di più. È una riflessione sul mezzo e sul linguaggio, e anche la prova dell’autenticità della visione di un autore. Ci sono alcune scene che colpiscono per la loro capacità di sintetizzare. Sono evocative, efficaci, totalizzanti. Ma sono, purtroppo, delle eccezioni. La serie procede quasi nello stesso modo, seguendo un andamento preciso. Von Trier non vuole esagerare; non vuole diventare una parodia di se stesso. Smorza, raccoglie, minimizza. E scherza: scherza tantissimo, in ogni momento. Non sempre, però, sembra bastare. Le cose che funzionano maggiormente sono le cose che rimangono semplici ed essenziali, che giocano con la creatività e l’immaginazione, e che danno spazio alla caratterizzazione unica dei personaggi e delle situazioni.

L’Ospedale è sempre lo stesso; le dinamiche che lo animano si rincorrono e si ripetono, come in un eterno ciclo. I toni e generi sfruttati per la messa in scena rappresentano l’altra faccia di questa serie. Von Trier non si dà nessun limite: horror, commedia, momenti paradossali; usa tutto quello che ha, e lo fa inseguendo lo stesso obiettivo. Ritrovare quell’equilibrio, quella forma, che aveva raggiunto tempo fa. Nostalgia e rimpianto, ancora una volta. Più che una riflessione sulle qualità produttive, quella che viene offerta allo spettatore è una riflessione sui temi e sulle intenzioni del regista, sulla passione che ha messo nel rimaneggiare e – a volte, non sempre – riscrivere una storia che aveva già raccontata. Un luogo che non è unicamente il centro della storia, ma che rappresenta, con la sua struttura e con le sue stanze, una dimensione alternativa e sospesa. Personaggi che interagiscono, si toccano, allontanano e cercano, e che comunque, in qualche modo, resistono al cambiamento.

La forza di The Kingdom è sempre stata radicata nella sua capacità di essere un prodotto contemporaneo, in grado di leggere l’attualità creativa e sociale di un paese e di un momento particolari. Con Exodus si avverte come un passo indietro. Von Trier l’ha scritto nelle sue note. In questa serie, dipende tutto dal punto di vista di chi osserva. I confini a volte possono dividere e altre volte, paradossalmente, unire. È importante riportare al centro l’equilibrio tra le cose, tra opposti. Ma anche in questo caso non c’è una nettezza definitiva.

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01 Settembre 2022

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