‘Felicità’, Micaela Ramazzotti: “mi piace flirtare con i personaggi fragili”

​In sala dal 21 settembre con 01 Distribution l'opera prima dell'attrice. Con Anna Galiena, Sergio Rubini, Max Tortora e Matteo Olivetti


VENEZIA – Ottobre. Dicembre. Aprile. Ottobre. In quattro stagioni, un anno, la storia di Felicità, opera prima da regista – e interprete di Desirè, parruchiera nel cinema – di Micaela Ramazzotti.

“Era un film che sognavo la notte, nelle mie fantasie c’era questa famiglia. Era il desiderio di raccontare l’emancipazione di due fratelli nati da una famiglia disfunzionale: un percorso difficile, soprattutto se in una famiglia che ti frustra, un mostro a due teste che indebolisce i figli. Due anime buone proteggono i loro genitori, e tutti vivono in una specie di autoinganno. I Mazzoni (Anna Galiena e Max Tortora, i genitori) fanno di tutto per nutrire il loro interesse. Poi ci piaceva l’idea di mettere due mondi a confronto: Bruno (Sergio Rubini), professore di agronomia che abita a piazza Vittorio, e i Mazzoni da Fiumicino, non attrezzati a vivere. In più c’è un percorso psichiatrico perché mi è sempre interessato raccontare le persone nate storte, perché non si guardano le spalle, e intraprendono percorsi di psicoterapia, si alzano già stanchi: l’infelicità rende stanchi, depressi. E l’infelicità può durare a lungo. Mi piacerebbe il film parlasse di aver coraggio di andar via dalle famiglie disturbate, perché l’incuria può essere molto vicina”, spiega l’attrice, al suo debutto dietro la macchina da presa.

Nella storia, il padre era dipendente comunale, da sempre e tutt’ora è uno showman da tv locale quando non da ospizio e Desirè viene chiamata a casa per firmare dei documenti a garanzia di una licenza NCC per il fratello.

Per Max Tortora: “questi personaggi erano delineati perfettamente, non una parola in più, non una in meno: è un tappeto in cui non si cade; e dopo tanti anni di mestiere ho potuto tirar fuori tutti i registri. Lui è un inconsapevole che non riesce a usare degli strumenti: le tenta tutte, non è giustificabile mai, ma non c’è dolo e quindi c’è perdono e c’è ilarità per la sua ignoranza. Un personaggio a tutto tondo”. Anna Galiena sostiene: “non l’ho sentita come una debuttante. L’esperienza è cominciata dal sentirsi fortemente voluti, tu eri una parte necessaria del tutto, e nello scritto c’era tutto, e quindi c’era da lasciarsi andare alla tua inventiva e alla sua guida. Eri sempre accolto, amato, mai lasciato solo”.

Lei , Desirè, sta con Bruno, più adulto di lei: c’è una forte attrazione tra loro, sono davvero innamorati, ma hanno anche continue discussioni perché lui cerca di aprire gli occhi della sua troppa bontà e ingenuità, verso una famiglia che in fondo la sfrutta perché sempre troppo disponibile, anche economicamente, mentre quei suoi risparmi sarebbe più giusto li investisse nel progetto comune di un casale. Per Rubini: “io sono quello che dovrebbe aiutare Desirè ad affrancarsi dalla famiglia, sono colto, ho gli strumenti, ma in realtà non sono capace di accoglierla, vorrei correggerla e divento giudicante. I miei strumenti sono schiuma. È un po’ l’attenzione alla facciata e poco al contenuto della parte politica a cui appartengo (la Sinistra). Io la lascio ma lei si attrezza e raggiunge la felicità quando la regala a un altro (il fratello, Claudio). È stata un’esperienza commovente, perché Micaela Ramazzotti si metteva in ballo come autrice, questo rende l’esperienza quasi sacrale: eravamo consapevoli di fare qualcosa di molto intimo per lei”.

Nel frattempo, Desirè e Bruno visitano un casale appunto, parrebbe ideale e non lontano s’intravede Villa Corallo, clinica per malati psichiatrici. Finché, storia facendo, Desirè farà poi la spola con la Villa, e proprio passando dal casale vedrà Bruno traslocare, con un’altra vita in prospettiva, non con lei naturalmente.

“Ci hanno ospitato molti psichiatri in varie cliniche, abbiamo assistito a incontri plurifamigliari, notando l’ego di certi genitori, con i figli co-protagonisti, e questo non è equilibrato” racconta ancora Ramazzotti, che ammette: “avevo una visione precisa del film e ho avuto la faccia tosta di dire: ‘lo voglio dirigere’; volevo raccontare come io li vedevo, con quei vestiti addosso. Ho avuto la fortuna della luce di Luca Bigazzi: io volevo il pallore di chi sta male. Ho avuto l’opportunità di personaggi formidabili ma avevo voglia di mettermi in gioco. Lei, Desirè, si emancipa nel momento in cui salva il fratello, quando inizia a guardare qualcuno altro da sé, riuscendo a fortificarsi. Lei parte vessata, fragile, infelice e angosciata di vivere: ho portato dentro tutte le donne che ho interpretato: mi piace flirtare con i personaggi fragili; poi, lei acquisisce forza e sul treno il fratello l’ha messo lei, è affranta, stanca ma l’ha messo lei”.

Per Matteo Olivetti (Claudio): “è stato faticoso. La caratterizzazione e questo mondo non sono stati facile. Vedendo le esperienze dei pazienti ho preso cose che mi sono poi servite: costruire Claudio è stata una responsabilità, dar voce a queste persone fantasma non è ricorrente. Non riescono a uscire dalla loro teca: grazie all’amore della sorella, lui riesce a emergere”. Desirè, infine, accompagna Claudio a prendere il treno, per andare a lavorare nell’azienda agricola del papà di una compagna di clinica: “alla fine il treno l’ho preso”, dice con salvifica ironia il fratello dalla carrozza in partenza, a lei, lì sulla banchina.

Felicità è anche un film di luogo: Fiumicino, che “è molto cinematografica, e mi piaceva vivessero in quei palazzoni di case piccole, senza privacy, senza raccoglimento: la costrizione del vivere. E Piazza Vittorio: è bello il contrasto di una Roma viva e una Fiumicino deserta”.

Micaela Ramazzotti ha scritto la sceneggiatura con Isabella Cecchi e Alessandra Guidi, e dopo questa prima opera da regista il futuro “lo deciderà il pubblico. Nel frattempo, ho girato una serie e un film. Però scrivere fa sempre bene, io giro sempre con un quadernetto e sì, stiamo buttando giù delle cose. Vediamo”.

di Nicole Bianchi

01 Settembre 2023

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