‘Attenberg’, ancora oggi il corpo di Ariane Labed rompe i tabù

L'attrice greca ha vinto la Coppa Volpi per il suo ruolo nel film del 2010 di Athina Rachel Tsangari, nelle sale italiane dal 13 giugno. Nel cast anche il regista Yorgos Lanthimos nella sua unica interpretazione da attore


Spesso dimentichiamo di essere una specie animale come tutte le altre. Mammiferi, per la precisione primati, evoluti in maniera non dissimile dalle altre scimmie per riprodurci nella maniera più efficace possibile. Infine, esaurito il nostro compito, morire, dando nutrimento al mondo che ci circonda. La ricerca della felicità, l’edonismo, l’amore, sono tutti costrutti che non possono essere dati per scontati, come ben dimostra Marina, la protagonista di Attenberg, film del 2010 diretto dalla regista greca Athina Rachel Tsangari, in arrivo nelle sale italiane dal 13 giugno, distribuito da Trent Film.

Presentato in Concorso al 67ma Mostra del Cinema di Venezia, il film si è aggiudicato la Coppa Volpi alla miglior interpretazione, grazie alla performance di Ariane Labed, intorno al cui ambiguo personaggio ruota tutto il film. Non sappiamo molto di Marina, solo che non si trova molto a suo agio con le altre persone. “Un riccio che impedisce agli altri di toccarla”, forse anche a causa di una latente asessualità che le ha impedito di perdere la verginità nei suoi primi 23 anni di vita. Agli umani preferisce gli altri animali, che ama imitare grazie alla sua passione per i documentari sui mammiferi di Sir David Attenborough (il cui nome storpiato, ‘Attenberg’, dà il titolo al film). Ha solo un’amica, Bella, che prova a insegnarle tutto quello che sa sul sesso, con scarsi risultati. Il problema principale di Marina, però, è la salute del padre, Spyros, a cui è stato diagnosticato un cancro terminale. Mentre impara a dire addio all’unico uomo della sua vita, sperimenterà i primi approcci sessuali con uno sconosciuto incontrato in un bar, interpretato dall’acclamato regista Yorgos Lanthimos, alla sua prima e unica apparizione come attore.

Attenberg è una storia di formazione grottesca e viscerale, tenera e straniante, proprio come i primi film di Lanthimos, non a caso prodotti dalla stessa Tsangari. L’influenza reciproca tra questi due cineasti greci è lampante, non solo nei primi titoli diretti dal regista candidato all’Oscar, ma anche negli ultimi: come non ritrovare un parallelismo tra la Bella di questo film e quella di Povere Creature!, ruolo che è valso l’Oscar a Emma Stone? La goffa educazione sessuale che l’amica di Marina le impartisce, cercando di vincere la sua naturale repulsione per l’atto riproduttivo, è del tutto simile a quella che Bella Baxter sperimenta nel suo lungo viaggio alla scoperta di se stessa. Anche la premiata interpretazione di Ariane Labed ci ricorda alcuni aspetti di quella di Emma Stone: uno sguardo ingenuo verso un mondo di cui si fatica a comprendere le dinamiche, un corpo usato in maniera istintiva, ferale, fuori dagli schemi sociali.

Qui, ovviamente, parliamo di un film molto più piccolo. Un’opera indipendente che con soli quattro personaggi, due uomini e due donne, mette in scena e sperimenta la complessità delle relazioni umane e dei tabù sociali, religiosi e sessuali che condizionano le nostre vite. Per riuscirci la regista non ci mette mai a nostro agio: sceglie inquadrature troppo strette, che ci costringono a concentrarci sui suoni più che sulle immagini; inserisce quadri surreali di stampo teatrale, in cui le due amiche protagoniste danzano imitando animali diversi; fa parlare i suoi personaggi senza nessuna pretesa di realismo. Incrocia così quattro diverse solitudini, mettendole a confronto con la sessualità e la morte, gli unici aspetti che la nostra società umana ha ancora in comune con il regno animale. Forze primordiali che ci rendono ciò che siamo: semplice “fauna umana”.

11 Giugno 2024

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