100 Mastroianni: il lungo omaggio di Cinecittà News

Per avvicinarci al centenario della nascita dell'attore, il 26 settembre, Cinecittà News vi propone un percorso di approfondimento. Cominciamo con il sodalizio con Fellini


Un nome e un cognome che sono monumenti.

Un nome e un cognome che si potrebbero trovare tranquillamente accanto al termine ATTORE per definirne il significato, per renderlo immediatamente comprensibile a tutti.

Un nome e un cognome che suonano come un unico respiro che soffia direttamente dal petto del Cinema.

Marcello Mastroianni.

Raccontarlo per intero un mito così enorme in un solo articolo non riesce, abdica di fronte all’impresa. E allora, per celebrare degnamente i 100 anni dalla sua nascita la cui data cade il 26 settembre prossimo, Cinecittà News ha deciso di avvicinarci a quel giorno tappa dopo tappa, provando a mettere insieme le tessere per comporne un mosaico a più voci, a più colori, a più punti di vista.

STORIA DI DUE MITI

Vogliamo cominciare non dai suoi inizi come attore, ma dal principio di quell’intreccio fecondo e irripetibile di due miti, che ha esaltato la carriera dell’uno e dell’altro.

Stiamo parlando ovviamente di Federico Fellini.

Non si può parlare del grande maestro di Rimini senza incappare, anche se solo marginalmente nel suo cosiddetto alter ego cinematografico: Mastroianni.

E viceversa.

Basti pensare, per scegliere un episodio estremamente significativo, all’ultimo saluto che Roma ha tributato a Marcello nel dicembre del 1996, all’indomani della sua morte: il silenzio della Fontana di Trevi.

Lo scrosciare delle sue acque millenarie cessò per qualche istante per suggellare l’ultimo e definitivo incrocio tra Mastroianni e l’immaginario di Fellini che proprio con La dolce vita, di cui quel monumento era icona, era cominciato.

LA VERSIONE DI FEDERICO

Ma è davvero così? È con la Dolce vita che si sono conosciuti Mastroianni e Fellini?

Sì e no.

Il regista racconta il primo incontro a modo suo: “Fu Giulietta [Masina] che ci fece conoscere. Aveva recitato con Marcello in teatro, e fu lei a parlarmene per prima. Ma la parte che lui recita nella Dolce vita era stata pensata per un altro. De Laurentiis insisteva per Paul Newman. Newman, però, è una grande star e non sarebbe stato credibile nei panni di un reporter di provincia che ronza attorno a via Veneto e si lascia trascinare dai suoi amici fotografi”.

Ma è risaputo: Federico Fellini combinava ricordo, verità, bugia, sogno a suo piacimento, tessendo trame da cui dipanare i diversi fili era praticamente impossibile. A svelare la verità dell’origine delle cose di questa relazione profondissima è lo stesso Mastroianni in un’intervista a Enzo Biagi pochi mesi prima di morire che si trova nel libro La bella vita (Eri Rizzoli, 1996).

FOLGORAZIONE A TEATRO

Mastroianni ribalta le parole dell’amico e Maestro confessando che invece si erano conosciuti al Teatro delle Arti, alla recita dei giovani attori della Compagnia CUT Centro Universitario Teatrale e fu sempre in quell’occasione che Fellini vide la sua amata Giulietta per la prima volta recitare. Era il 1947.

Per la cronaca lo spettacolo a cui stavano lavorando lui e la Masina era Angelica di Leo Ferrero per la regia di Luigi Chiavarelli: un dramma satirico in cui il cavaliere Orlando libera Angelica dalle grinfie di un tiranno, che viene rovesciato, ma l’impresa, dopo un primo momento di entusiasmo, lascia deluso gran parte del popolo, che dalla dittatura ricavava pur sempre dei vantaggi.

Il primo ruolo importante di Mastroianni che lo portò all’attenzione e alla conoscenza con Luchino Visconti così folgorato dalle sue doti attoriali da volerlo subito nella sua Compagnia Italiana di Prosa di cui diverrà colonna portante nei successivi 10 anni, prima che lo stesso Fellini glielo porti via per La dolce vita.

Sulla rivalità e gli incroci tra Fellini e Visconti è da leggere assolutamente il libro La bella confusione di Francesco Piccolo (Einaudi, 2023)

Comunque, da quel primo incontro al Teatro Delle Arti, il regista riminese uscì, sempre parole di Mastroianni, con l’impressione di aver conosciuto due attori  simpatici, ingenui, ma pieni di talento.

Facciamo adesso un salto di 5 anni.

SULLA SPIAGGIA DI FREGENE

È il 1953, Marcello va al glorioso e antichissimo Cinema Capranica per vedere I vitelloni: ne uscì entusiasta, commosso, senza parole. Anzi qualche parola l’aveva e voleva farla arrivare a Fellini. Conosceva l’indirizzo di Giulietta Masina e mandò un telegramma di complimenti al regista.

Racconta Mastroianni che, mentre lo mandava, pensò: “Dirà: che cosa vuole questo stronzetto?”.

E invece Fellini si ricordava di lui. E molto bene.

Così lo mandò a chiamare per La dolce vita.

L’incontro, quello vero che saldò il primo legame in maniera definitiva avvenne d’estate a Fregene: “Federico era sulla spiaggia, vestito, sotto un ombrellone, e all’ombra di un altro parasole, poco più in là, c’era Ennio Flaiano: ‘Marcellino, bene bene, grazie di essere venuto’, rievoca Mastroianni. Disse: “Devo girare un film per De Laurentiis, e lui vorrebbe Paul Newman, ma è troppo importante, a me serve una faccia qualsiasi”.

Un faccia qualsiasi.

Fa ridere se si pensa al candore di questa espressione. E alla potenza di un volto tutt’altro che comune come quello di Mastroianni.

Marcello la prese bene. Pur di lavorare con Fellini si sarebbe sottoposto a qualsiasi cosa. Non era nelle pelle dalla felicità, ma doveva darsi un contegno. E chiese lumi sul soggetto. Di cosa parlava La dolce vita?

“Ennio, porta il copione a Marcellino che vuole leggere”, chiese Fellini a suo fidatissimo sceneggiatore Flaiano.

Mastroianni ricorda, sempre nell’intervista a Biagi, che Flaiano si alzò, andò a prendere una cartella, gliela consegnò ed era vuota. O almeno priva di un testo dattiloscritto. C’era invece un foglio con un disegno.

Era una delle opere di Fellini, che dove non arrivava con le parole ci metteva le immagini.

Il disegno lasciò in uno stato di confusione, sgomento e imbarazzo il giovane Mastroianni:  rappresentava un uomo dotato di un sesso enorme che arrivava giù fino ai fondali marini  mentre nuotava contornato da cavallucci e stelle marine.

“Io – racconta Marcello – divenni tutto rosso, bianco, verde, mi sentii sbeffeggiato, ma abbozzai; dissi solo, mi ricordo: Sì, interessante, mi dica solo dove devo venire, quando devo presentarmi”.

Mastroianni imparò la lezione e smise da quel giorno di chiedere la sceneggiatura a Fellini. Fu in quel periodo che il regista cominciò a chiamarlo Snaporaz, e lui lo ricambiava chiamandolo Callaghan, l’ispettore di polizia.

“Io credo – commenta Marcello – che tra noi due corresse veramente un affetto profondo”.

E lo crediamo tutti noi. Un affetto che ha dato vita a una delle più belle coppie artistiche della storia del cinema di tutti i tempi.

Manlio Castagna
04 Febbraio 2024

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